“Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio
Poesia
Rossella Pretto
Naturalmente, Borges capì tutto. Lo affascinava – va da sé – quell’uomo all’apparenza senza biografia, quella poesia nubile, aurorale, pronuba a un futuro di impronunciabili bestie. Parole-rugiada, rapide al tatto.
“Ricardo E. Molinari è un uomo dall’anima pudica, che comunica per simboli. Le circostanze della sua esistenza non appaiono in queste pagine; semmai: la loro traduzione per intuizioni, l’accettare, la gratitudine. Questo poeta nomina le cose come se le ringraziasse per il semplice fatto che esistono, perché sono un dono”.
È bella questa frase. La poesia come un atto di grazia, come ringraziamento. Molinari aveva conosciuto Borges nella redazione della rivista “Martín Fierro”; anche grazie al suo interessamento, nel 1927, pubblicò la prima raccolta di “poemas”, El Imaginero. Il poeta aveva ventotto anni: nato a Buenos Aires, orfano da bimbo, era cresciuto con la nonna. Un’infanzia aliena ai clamori, in affinità con la notte e la solitudine, aveva fatto fermentare in lui il gusto per la poesia, a cui diede tutto. Interruppe gli studi per assecondare la propria vocazione, lunare; vagabondava tra versi e rioni; presso la mitica Confitería Richmond in calle Florida, incontrava Victoria Ocampo, Borges e Leopoldo Marechal. Non aveva l’estro del capogruppo – d’altronde, non amava quell’irreggimentarsi in gruppi: per questo, fece sempre storia a parte, Molinari, perseguendo una poesia disimpegnata, raffinatissima, a tratti di caustica nobiltà.
El Imaginero uscì per l’Editorial Proa tirato in cinquecento esemplari: i disegni, fiabeschi, erano di Norah, la sorella di Borges. Nel ritratto, il giovane poeta appare serio nel languore, fiero della sua estraneità al tempo, al mondo. Nel catalogo della Editorial Proa appaiono, nello stesso torno di mesi, testi di Borges – Luna de enfrente e El tamaso de mi esperanza – e di Norah Lange; c’è il Don Segundo Sombra di Güiraldes e una selezione di poesie di Apollinaire. Molinari conosceva bene la poesia francese: preferiva, tra tutti, Mallarmé e Paul Valéry. Nel 1933 volò in Spagna: tra i poeti ‘rivoluzionari’ della “Generación del 27” legò con Federico García Lorca – scrissero insieme, per un po’; una delle più belle poesie di Molinari, Una rosa para Stefan George, nasce da questo influsso.
In un saggio sul “poeta senza biografia”, Luis Bagué Quílez mette in rilievo i rapporti di Molinari con Gerardo Diego e Rafael Alberti; si tratta, tuttavia, di un poeta “che non si lascia contaminare dalla poesia confessionale e a tratti spudorata tipica dei lirici di quella generación, né dai caratteri disumanizzanti dell’arte d’avanguardia”.

Molinari, infine, si accasò, s’incuneò nei gangli del Congreso de la Nación, dove lavorò fino alla pensione – morì a fine luglio, era un 1996, quasi centenario. La monotonia – una vita invisibile, diremmo – gli permetteva quella poesia sconfinata, esule dalla cronaca, pronta alla rivelazione. Visse, per così dire, a sentinella del proprio estro, Molinari – un estro, a tratti, in forma di faina; spesso, a fenice.
La sua poesia – sempre adamitica, sempre fuori asse, tesa al cristallo – sembra non temere flessioni – né ‘innovazioni’. L’ultima raccolta, El viento de la luna, è del 1991; l’ultima antologia, Voz raigal de nuestra poesía, esce due anni dopo; durante gli anni della dittatura militare gli fu impedito, in sostanza, di pubblicare – ricevette, tuttavia, nei decenni, i massimi riconoscimenti letterari conferiti dal suo paese. Il suo pudore, leggendario – una tensione, quasi, a rimuoversi, ché di un uomo resti il resto, l’elitra lirica soltanto –, gli impedì di ‘fare cronaca’, di essere citato a fior di labbra, in un recinto di allusioni e pettegolezzi. Pur incluso in ogni antologia della poesia sudamericana del Novecento, Molinari scrisse, pare, per sbriciolarsi; le sue poesie d’amore, dardeggianti, dialogano con i grandi poeti del Siglo de Oro più che con una contemporaneità, ai suoi occhi, spettrale.
Quando morì, “La Nacion”, il massimo quotidiano argentino – con cui sporadicamente collaborava – scrisse che Molinari era el poeta de la solitaria naturaleza. L’articolista citò – ancora & ancora & ancora – Borges, García Lorca, Leopoldo Marechal, tutti autori a cui Molinari era sopravvissuto. Già: Molinari sembrava l’emblema dell’imperitura giovinezza della poesia, il poeta di una impenetrabile Arcadia, coltivata per i lettori del futuro. “È stato il poeta delle nostre pianure e dei nostri fiumi, dei cieli scalfiti dalle nubi e degli uccelli spazzati dai venti del Sud. Ha riempito il paesaggio argentino di una luce metafisica… Amava la natura come pochi altri poeti. In una poesia ricca e poliedrica come la nostra, la sua opera vive nelle più alte vette: è uno dei quattro o cinque nomi che sopravvivono ai clamori del secolo, indenni ai cambiamenti e ai giudizi capricciosi dei tempi”.

Nel poeta della gratitudine, esiste qualcosa di feroce: chi è pudico non è docile e la luce ha l’arco in spalla. Sapeva scrivere d’amore e d’odio, Molinari e dire di un’agonia che abbevera i fiumi. In Italia, nessuno si è occupato di lui.
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Ricardo Molinari
Gelo incorona il suo desiderio:
profuma del giorno andato,
frasche d’aria satura, immobile.
Spazio, luce amorevole, lingua totale.
Terribile e senza pari, alta la vedo
spezzare la spuma insonne – anima mia –
trarre gioia dal suo sapore
il suo fiore è nel suono, voce di Orfeo.
Dura nella sua neve, nell’addio alla terra,
quale andito di luce, quale notte
la attende. Dove va il vento, lì è il giorno.
Che mare, che luna; che specchio serra
il dissennato. Lo riga un vasto fiume
che immemore si beve la sua agonia.
*
La mia passione ha la forma di un fiume
assediato dal deserto e dalla notte
che tutto penetra, inamovibile.
Amore è aprire la sabbia coi narcisi.
(Lascia alle acque il mio viso
che la voce si faccia fredda
e sola).
Vorrei il giogo al suo collo
baciare l’aria dei suoi capelli fino a empirmi
del vuoto di un’altra vita.
Nessuno sa l’esito di un esilio;
il pomeriggio ha forma di garofano, il giorno
cade dalle guance.
Ma il cielo è il cielo e io sono distante
come una lancia di fianco a una corazza
divorata dalla sera. Nel costato della terra
è un nome sordo
a mordermi, ora, stordito, il corpo.
*
Parlo dei giorni andati e dei fiori,
dell’acqua dura, fredda e cristallina
dell’anima, della luna spaccata e mia
dell’angelo che vigila l’alba.
Delle tante notti minori, disseccate,
del bene perseguito senza gioia;
dell’aria, dell’ombra e dell’agonia,
delle lampe, del cielo e dei suoi chiodi.
Di te, tempo che viene e si scorteccia
che mi penetri e abbandoni, velato,
solo, deserto e senza senso.
Sulla tua vetta è la vita, fragile,
dai capelli soavi, fermi, in attesa
che la morte sogni e sposti la sua tenda.
*
Una rosa per Stefan George
Lasciami ai fiori
e ai pareri dell’aria
Hölderlin
(Similis factus sum pellicano solitudinis)
Non è la pazienza del sangue a morire
né il sogno né il marmo di Delfi, ma pura
polvere che s’intana tra le unghie.
Che importa morire, che le rive crollino come un fiume in secca;
non lasciare che il fiore sia bordato a lutto
non lanciare pietre putride nel gorgo del vento.
Così sei lì, mutilo e senza umori
con la gola sfilata e la morte ai piedi.
Spuma piena di cenere. E tutto disdegni.
Gli uomini verranno – verranno coi cembali e i riti;
ma il tuo odio resterà intatto.
Tutti prima o poi ti hanno stretto il braccio
ma tu hai bevuto il veleno in solitudine
come un bicchiere di latte.
Addio paese di nevi, di turpi tormente, di gente indegna.
Resta eterno – nudo.
Il sangue cola tra canali di ghiaccio
fuoco senz’aria – Giordano in rotta. Se il tempo
ha un senso, hai imprigionato
il Sole e la Luna; se ha senso
la vita, se è necessaria
che sia espianto di paura:
ho una volontà che mi imbarazza.
Meno felice di te, combatto disonorato
con armeria di rami tra le mani.
Dormi. Dormire è bello finché esiste il mare;
i fiumi sotterranei conservano la rosa di sangue dei morti.
Dormi, nero lusso, nel tuo deserto.
Il mio dire è inutile.
*
Se ti vedessero venire, nuda, sola,
senza turbamento, cieca alla
terra, nobile, con un’aureola
di giacinti, pura fiamma che rifiuta.
Se ti vedessero, dal mare, una mattina
con le gambe circonfuse di
serpi – dal freddo profondo della luna
che mai muore –, quei disperati
ti vedrebbero nel canto, senza legami
inutile la memoria, ora, sola
nel tuo eremitaggio, traslucida.
Amore dell’amore, piena parola, fuga
nei regni indifesi del sogno. Fiume
che brucia e sospira. L’ardore di chi plana.
*
No: desiderarti ancora, che follia,
un cielo amaro mi avvelena
l’animo – la sete, la pura notte
del sogno in cui si rivolta il giorno.
Che benedizione triste e dura
spaccarmi il petto, tirannia
ardente e senza consolazione, fiore
oscuro: garofano, mia solitudine.
Fronte dell’amore, tenera trasparenza.
No: senza cesure verso l’oblio – fiume
nebbia isola pietra – luna, sfera nauseante.
Oppure: gelida cima, senza un amico,
tesoro conficcato nel freddo
nessuno nella memoria se non te.
*
Se potessi vederti ardere come
un ramo, promessa sposa degli specchi
fiore della gelosia, e rompere l’aria
nei ramificati fuochi dell’addio.
Spazio sterile, cielo senza uscita:
che morte perfetta è il tuo desiderio
di acqua e di terra alle calcagna, di cielo
senza angeli! Ma il cielo non ha uscite
e la mia voce è mutila
ha i bordi scuciti, la fronte
non ha più pomeriggi: garofano, rosa desolata.
Sogno di un sogno, luna che geme
chiarità spolpata, impaziente: sì
il campo e il mare, l’estate e l’aria.
Ricardo E. Molinari