10 Gennaio 2025

Le rose si nutrono di rose, per questo sono bellissime, come vampiri. Ovvero: risposta a Paolo Di Paolo che si occupa di “industria editoriale”

Ola amico lettore!

che tentazione – siccome ho la bimba coi decimi che se la dorme e la donna che m’ha sposato a pianificarsi gli appuntamenti di lavoro di gennaio e il pomeriggio dunque libero, libero pure dal cimentarsi da subito nella lettura de il poema dell’acquaio di Cărtărescu – di divertirmi facendo il contropelo a quest’altra letterina di Paolo Di Paolo che mi hai inoltrato, Ma dove sta andando l’industria editoriale? – lo scrittore paolo di paolo scrive a dagospia, di codesto autore che ipotizzo si senta più letterario di Fabio Volo, e se fossi Fabio Volo continuerei a non offendermi se usato come termine di paragone al ribasso, siccome il senso generale è: pensa te, persino a quel ciavattaro di Fabio Volo piacciono London e Goethe e li sponsorizza!, poiché se Volo legge loro non vedo come potrebbe poi leggere lui, Di Paolo, abitante del fantomatico mondo intellettuale del quale non ho letto che qualche articolo mandatomi da te, del Di Paolo autocritico che si ripromette di frequentare di più le frutterie e meno le tombolate con per premi dei libri incartati (organizzata da lui?, che il testo gli serva per elaborare il dispiacere della serata-giochi riuscita male?).

Stringi stringi la letterina e qual è la solita gocciolina stenta di succo agre che se ne cava? La preoccupazione “sul presente e sul futuro dell’industria del libro”, ovvero: vuoi vedere che se si va avanti così finisco col dover fare il garzone di frutteria proprio come uno che non legge, io che se ho letto e se scrivo è stato proprio per non fare quella fine lì, mica per assicurare al garzone come al titolare della frutteria di dare fondo a sé stesso e poi che sarà sarà?

La letterina di Di Paolo neanche tanto tra le righe oltre che stucchevole è pure classista suo malgrado e se su una letterina classista può venirmi voglia di ragionare e di ribattere, a una stucchevole mi sembra inopportuno persino far sapere di averla letta.

Uno che legge per davvero lo dovrebbe sapere che sulla questione ne ha già scritto definitamente come al suo solito Aldo Busi in La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria, libro del 2003 e mia prima lettura del 2025, lettura compiuta in precedenza soltanto nel 2013 e nel 2006, dopo aver completato il 2024 con Tarda estate di Stifter, ovvero avendo concluso e varato gli anni in compagnia di due romanzi straordinari nella loro mancanza di genere, non so se citati in qualche lista-dei-preferiti dagli ipotetici milioni di lettori sopravviventi ancora in circolazione, a leggere cosa però non si sa (citando sempre da La signorina Gentilin dell’omonima cartoleria: “Se fossi l’ultima creatura umana sulla Terra e fossi ancora fertile e stesse a me decidere se rifare o no tutta un’umanità, deciderei che va bene così, basta uomini e donne, basta ignavia e dolore, solo animali e altri insetti più piccoli”).

Ecco il passaggio definitivo scritto da Aldo Busi e enunciato dalla signorina Gentilin nel sogno in cui è sognata, che risponde alla letterina di Di Paolo scritta circa 22 anni dopo, prevedendola, inglobandola:

“che altro è la scrittura non burocratica, negli scrittori comuni che finiranno per non scrivere altro, se non l’aspirazione ai benefici, attraverso la mimesi per vie traverse e senza faticare troppo, di quell’altra borghesia ovvero dell’aristocrazia tout court cui non sempre appartengono e, negli scrittori straordinari, se non la conquista della conoscenza scientifica dello spirito borghese per farne poi a meno a ragion veduta nella loro vita e nelle loro opere?”.

Notizia ormai accertata a cui se ho avuto accesso io figurati se non l’ha avuta chi-di-dovere è che Aldo Busi abbia messo il punto a un’opera inedita che consta di sette romanzi per un totale di milleseicento pagine circa a stampa. Sono trascorsi due anni da quando Paolo Landi diede notizia dell’esistenza dell’inedito in corso di Busi, Seminario sul postmortem di Aldo Busi | Paolo Landi, e da allora, pubblicamente, non se ne è saputo più nulla. Questa circostanza non la dice abbastanza lunga sulla mancanza di lungimiranza ovvero sulla morte annunciata della “industria del libro”, un suicidio programmato qualora si è voluta appunto un’industria come qualunque altra, più vincolata anche lei alla sua grande distribuzione che non alla qualità e alla bontà del prodotto, del frutto, del libro in sé?

Il mercato del libro può essere pure industrializzato, è la letteratura a non potergli essergli sottomessa. Finché il mercato insegue la letteratura ci sono i margini per entrambi di prosperare ma appena è la seconda che si mette ad obbedire alla logica insensata del primo la condanna a morte è garantita e istantanea, e magari lo fosse solo nei loro confronti: verso tutta la civiltà che non può pretendere di restarlo se crede di poter fare a meno di una sua cultura scritta, di una sua letteratura. Ovvero, dei suoi scrittori – se è stata fortunata e capace abbastanza per sapersene dare, per saperli riconoscere, per accaparrarseli dopo avercela messa tutta e invano per non farli nascere, per dirla con Antonio Moresco, o per ucciderli senza spargimento di sangue visibile, come nel caso di Aldo Busi.

Nel capitolo L’incontro di Tarda estate, peana della borghesia idealizzata, nella prima parte di questo romanzo magistrale e totalmente antibusiano, tramite la voce del raccontatore che non dice il suo nome Stifter descrive la scena-rituale di Rosenhaus:

“Poiché le rose s’avviavano verso il culmine del loro splendore, un giorno furono disposte a semicerchio sedie e poltrone sullo spiazzo sabbioso antistante l’abitazione, di modo che la zona aperta del cerchio si volgesse verso la casa; e nel centro fu posto un lungo tavolo.”

Eccolo il privilegio è del lettore che siede e ammira la parete a graticcio che gli offrirà lo spettacolo della fioritura delle rose, felicemente ignaro del lavoro meticoloso, paranoico quasi, che costa allestire tanta bellezza apparentemente spontanea, l’oscura autoviolenza che lo rende possibile:

“Da allora facciamo raccogliere tutti i rifiuti delle rose, specialmente le foglie, oltre ai rami delle rose selvatiche che si trovano in tutta la regione. Questi rifiuti vengono ammonticchiati in una zona appartata del giardino, ed esposti all’aria e alla pioggia; così si prepara l’humus: quando non vi è più traccia di piante, e dei rifiuti non è rimasto che un terriccio soffice, esso viene dato alle rose.”

Le rose si nutrono di rose, per questo sono bellissime, come vampiri. Così la luminosissima Casa delle Rose ricoperta di rose rivela la sua parte in ombra, l’orrore che alimenta il giardino e che si nutre di chi lo cura non curandosi altrettanto di sé stesso. Il privilegio è di chi legge l’opera di uno scrittore, certo non lo scrittore che la scrive. Che la dissemina.

 Il giardino come la letteratura è un macello che sa come sembrare tutt’altro. Altro che beghe redazionali, altro che industria coi conti da far tornare. In letteratura i conti non tornano, semmai si ghigliottinano.  È un mettere a frutto tutto il sangue invisibile, e no, ch’è stato sparso perché non potesse fiorire, fiorendo lo stesso, seminando in chi la attraversa la disfida del voler sbocciare a propria volta.

Paolo di Paolo, nella lettera a “Dagospia”, di tutto ciò sembra non saperne nulla. Controlla le statistiche, si scoccia delle bolle social, è oberato dalle copie omaggio spedite degli editori. Si sente al più in dovere di chiedere lui scusa per il privilegio di appartenere al mondo intellettuale, vale a dire: non ha senso si preoccupi, in pratica in una frutteria ci sta lavorando già, e sinceramente non è detto che ci guadagni o che ci si diverta di più che nelle altre che frutterie lo sono più alla lettera.

antonio coda    

*In copertina: Salvador Dalí, Rosa meditativa, 1958

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