“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
«(…) di quali mezzi e vie si serve una generazione per trasferire alla successiva le sue condizioni psichiche?»
Sigmund Freud, Totem e tabù
Il tempo, a volte, si confonde, diviene una massa indistinta. Il tempo del ricordo, inseparabile da quello dell’immaginazione, e da quello del sogno. Del resto, non è propriamente nei sogni che riusciamo a liberarci dalla tirannia del tempo lineare?
Sono un bambino e sto con mio padre all’Acquario di Napoli, in Villa Comunale, dove è esposto il corpo imbalsamato di un enorme capodoglio. Il corpo è stato messo su una base alta circa un metro e mezzo, così che il cetaceo mi sovrasta. Per percorrerlo tutto bisogna attraversare due sale della Stazione zoologica. Ricordo la folla dei presenti, ricordo il corpo grigio scuro, lungo come il vagone di un treno o anche più, ricordo quel muso spropositato, lo sfiatatoio, i denti conici e spessi. Ricordo la presenza di mio padre, accanto a me. Ma non sono così sicuro che sia successo davvero.
Non mi fido più dei miei ricordi. Ma si può ricordare qualcosa che non è mai accaduto? Ho fatto delle ricerche su Internet e non ho trovato nulla sulla presenza di questo capodoglio in mostra, negli anni Settanta, all’Acquario di Napoli. Se non fosse un ricordo, ma un sogno lontano, da dove verrebbe fuori proprio adesso e perché?
Mi torna in mente che da bambino, per un certo periodo, allestivo il buio nella mia camera, tirando le tende alle finestre, mi sedevo, immerso in quell’ovattata oscurità, e in quella oscura placenta ascoltavo i dischi a 33 giri che raccontavano in forma drammatizzata i grandi classici della letteratura: I promessi sposi, I tre moschettieri, Ventimila leghe sotto i mari, e soprattutto Moby Dick, uno dei miei preferiti, con il capitano Achab che aveva la voce di Gualtiero De Angelis, il doppiatore di Cary Grant, James Stewart, Errol Flynn, una voce familiare per me che già allora divoravo i film americani in tv. Il narratore di Moby Dick si fa chiamare Ismaele. «Call me Ishmael» è l’incipit, celeberrimo, del romanzo di Melville. Ismaele è il primo figlio di Abramo, quello che Sara farà allontanare nel deserto, dopo la nascita di Isacco, insieme alla madre, la schiava egiziana Agar, con dispiacere del vecchio patriarca.
Ismaele è il figlio bandito, reietto, rimosso. Moby Dick era un capodoglio, certo. Mio padre, io da bambino, l’enorme corpo dell’animale imbalsamato, dall’evidenza fallica, mentre ne percorro tutta la sua esposta lunghezza e imponenza. E se Ismaele, per me, funzionasse come il tipico «spostamento» nel linguaggio dei sogni? Se questa immagine dell’Acquario mi rimandasse invece a Isacco, il fratello di Ismaele? Se fosse lui il vero rimosso che ritorna, quell’Isacco che Abramo, nell’episodio dell’aqedah, in Genesi, decide di portare su un monte per ordine di Dio e di offrirlo in olocausto?
Durante una visita agli Uffizi, a Firenze, diversi anni fa ormai, mi fermai a lungo davanti al quadro di Caravaggio. Che cosa mi aveva colpito in particolare di quel dipinto (il secondo che il pittore dedicò a questo stesso soggetto, cinque anni dopo il primo)? Il volto di Isacco, l’adolescente che sta per essere sgozzato dal padre. Il terrore del volto, lo sgomento, la sorpresa. La bocca aperta in un grido, la mano ferma del padre sul suo collo, con l’espressione decisa, severa, il pollice che preme sulla guancia, l’altra mano che regge il coltello. Questo, soprattutto, più dell’angelo che ferma il gesto del vecchio (il fatto, cioè, che l’angelo non cali dall’alto ma arrivi accanto ad Abramo); più del paesaggio che si nota come sfondo, così insolito per Caravaggio, più dei simboli utilizzati.
L’artista è riuscito a cogliere e fissare per sempre l’attimo in cui un figlio scopre che il proprio padre sta per ucciderlo. Può esistere un orrore peggiore? Che storia assurda questa di Abramo e Isacco! Una storia crudele, da qualunque lato la si guardi. Perché Abramo obbedisce a quest’ordine incomprensibile senza ribellarsi, senza maledire Dio, senza proferire una sola parola? Come ha potuto obbedire, come ha potuto condurre suo figlio sul monte, legarlo e depositarlo sulla legna, pronto a scannarlo prima di essere bloccato dall’angelo? Quanto fanatismo religioso occorre per compire un gesto del genere? E come può un Dio esigere da un genitore il sacrificio del proprio figlio? Ma soprattutto, che cosa c’entra tutto questo con me e mio padre, mio padre che è morto da quasi vent’anni?
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«Su, prendi tuo figlio, il tuo diletto che ami, Isacco, e va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» ordina Dio. E subito dopo leggiamo che «Abramo si alzò di mattino per tempo, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e Isacco suo figlio, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato». Nulla ci viene detto delle reazioni di Abramo, dei suoi pensieri, della sua risposta. Nulla sappiamo di come si comportò con la moglie, di che cosa le disse per giustificare la partenza e di cosa disse al figlio stesso quando lo invitò ad andare con lui «di mattino per tempo».
Il Sacrificio di Isacco di Caravaggio agli Uffizi, 1603
Abramo esegue tutto immerso nel silenzio. Un silenzio inesplicabile. «Al terzo giorno Abramo, alzando gli occhi, vide da lontano il luogo». Al terzo giorno! E per tutto il primo e il secondo giorno che cosa è successo? Come hanno affrontato il viaggio padre e figlio, un padre che sta conducendo suo figlio al massacro? Di che cosa hanno parlato? Chi hanno incontrato? Come hanno dormito la notte? Isacco ha capito che stava andando verso la morte? Che suo padre si sarebbe rivelato il suo assassino?
Questo silenzio opprimente in cui sono immersi i personaggi durante il loro viaggio verso Moria è – anche – il silenzio di Dio, il suo dilemma, l’enigma insolubile che rappresenta. Ma se il compito principale di un padre è quello di proteggere il proprio figlio, almeno finché non è in grado di farlo da solo, mi domando che padre sia stato Abramo nei confronti di Isacco. Non sapremo mai quale motivo lo abbia spinto a sollevare il coltello su suo figlio.
Forse Abramo non era così contrario a quel sacrificio, dal momento che non era lui, Isacco, il figlio che avrebbe voluto tenere, tra lui e Ismaele. Ma è proprio Isacco che a me adesso interessa, non Ismaele, e nemmeno Abramo. Di Isacco, della sua personalità, sappiamo così poco. La vera questione è infatti capire quale ferita abbia lasciato nell’anima del figlio il tentativo paterno di ucciderlo, quel gesto sospeso all’ultimo momento. Il testo biblico non ci dice niente nemmeno dei pensieri di Isacco mentre il padre solleva il coltello che sta per sgozzarlo. È evidente che qualcosa ha sospettato durante il viaggio, e soprattutto prima di salire al monte («Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?»), ma quando si trova legato al ceppo, pochi momenti prima che l’angelo fermi il braccio di Abramo, che cosa ha provato? E che conseguenze ha avuto nella sua vita futura questo episodio cruciale?
C’è un dettaglio che mi ha sempre colpito di questo racconto, quando, compiuto il sacrificio dell’ariete al posto di Isacco, e dopo la benedizione dell’angelo, il testo dice:
«Poi Abramo tornò dai suoi servi, e insieme si misero in cammino verso Bersabea; e Abramo abitò a Bersabea».
Non c’è più traccia di Isacco. Dov’è finito? Abramo scende dal monte per tornare dai suoi servi e insieme (Abramo e i servi) si mettono in viaggio verso Bersabea. Una svista del redattore? Più probabile che qui l’autore del testo voglia alludere a un’assenza metaforica. Una parte di Isacco, in un certo senso, la sua parte più vitale, è rimasta sul monte Moria, legata a quell’altare.
Isacco è sopravvissuto all’olocausto, ma a che prezzo? Da tutte queste cesure, da tutte le ellissi e i silenzi del testo biblico è nato il midrash, un vero e proprio genere letterario che ha come scopo quello di cercare, con l’interpretazione, con glosse o aggiunte narrative, i significati più profondi, soprattutto quelli nascosti, appunto, nel non detto. È nata da qui, in altre parole, la critica letteraria. Che cosa dicono, dunque, i midrashim rabbinici su questo episodio? Alcuni sostengono che Isacco fu ridotto in cenere, letteralmente; altri che fu condotto nel giardino dell’Eden dove vi dimorò tre anni, per curare la ferita al collo che comunque il padre era arrivato a infliggergli prima che lo fermasse l’Angelo. Altri ancora affermano che la vita di Isacco fu silenziosa per via del trauma subito. Una vita spezzata, insomma. Una vita diminuita, al punto che Isacco, a differenza di Abramo, non lascerà mai il suo luogo di nascita, nel «paese del sud», la Cananea, nemmeno quando il padre gli impone di sposare una donna della Mesopotamia, la sua terra d’origine. Andrà a cercarla, per lui, il vecchio servitore Elezier, che tornerà con Rebecca. Nemmeno quando siccità e carestia lo spingeranno verso l’Egitto varcherà i confini della sua terra: si fermerà a Gerar, presso il re dei Filistei.
Anche la sedentarietà di Isacco fu, dunque, una conseguenza della sua esperienza del perturbante, di quel misto, cioè, di estraneo e familiare che produce in noi lo spavento, l’angoscia, il terrore: un padre che si trasforma nel nostro potenziale assassino. Se Isacco è riuscito a rimarginare le sue ferite fisiche nell’Eden, quelle interiori, quelle dell’anima, non guariranno mai.
Il Sacrificio di Isacco di Caravaggio a Princeton, 1598 ca.
Isacco è l’uomo che passa la sua vita a scavare pozzi d’acqua in regioni brulle e desertiche, gli stessi pozzi che avevano scavato i servi di suo padre e che i Filistei avevano turato dopo la morte di Abramo. Isacco è tutto in questa ostinazione, in questa lotta con la sabbia, in questo metodico scavare. Tutta la sua vita è segnata dalla nevrosi: il rigore, l’obbedienza, la fedeltà, ma soprattutto la rinuncia. Proprio com’è stata la vita di mio padre.
Anche mio padre, come Isacco, portava una cicatrice alla gola, marchio della sua infanzia abissina. Che la Storia – con i suoi eventi di guerra, di prigionia e di assenza paterna – lo abbia ridotto in polvere, come il personaggio biblico nel midrash o che un dio lo abbia condotto in un Eden per la convalescenza e il superamento del trauma, resta il fatto che quella ferita gli è rimasta per sempre. La guardavo ancora, quella cicatrice sul collo, mentre era nel letto della sala di terapia intensiva, ricoperto di tubi, incosciente, attaccato alle macchine, lì dove sarebbe morto. Anche una parte di lui, forse, non è mai più discesa dal monte Moria, non si è mai liberata dai ceppi di quel sacrificio.
E se mio padre avesse a sua volta inferto a me quella stessa ferita? Se, in definitiva, fossi io Isacco?
È quello che sta cercando di dirmi, forse, il ricordo-sogno della visita all’Acquario. Quel capodoglio imbalsamato, esposto, così inerte, che mio padre mi porta a vedere, in un rituale di castrazione onirica, è un’altra forma della «legatura». In fondo, tutti i padri sono gli assassini dei loro figli, molto più che i figli dei propri padri, come la psicoanalisi ci ha invece indotto a credere rileggendo i miti greci. Padri assassini spesso inconsapevoli, distratti o sadici, oppressivi o esigenti, assenti o competitivi. Chiunque sia padre è, in effetti, Abramo, nonostante l’orrore e l’incomprensione che proviamo per il suo gesto, per la sua cieca obbedienza. Chiunque sia figlio è Isacco.
Il terrore che Caravaggio ha reso in modo così vivido, così realistico nel volto del ragazzo legato, e che mi costrinse a restare per diversi minuti a guardare il quadro, quel giorno al museo degli Uffizi, è il terrore di tutti i figli al cospetto dei loro padri, pronti a sacrificarli per qualcosa.
Tutti, ognuno a nostro modo, siamo allo stesso tempo, dunque, sia Abramo che Isacco, vittime dei nostri padri e carnefici dei nostri figli. Non è di questo che ci parla continuamente la Bibbia? Non è di questo che tornano sempre a parlarci i nostri sogni?
Fabrizio Coscia
*Le citazioni dalla Bibbia sono tratte dall’edizione La Bibbia. Nuovissima versione dei testi originali, San Paolo, 2013.