19 Settembre 2024

Considerazioni sulla morte di Gianni Vattimo e sulla fine del pensiero debole

Ho atteso un anno prima di pubblicare questo articolo, già pronto a quel tempo nelle sue grandi linee, per vedermi smentito. Tutto invece è rimasto come dodici mesi fa, se non è peggiorato, e come sto per raccontare a, spero, maggior beneficio dei dotati di lunga memoria.

I

È davvero irritante dover spesso sbottare «Mala tempora currunt!», anche perché, come suggerisce l’idioma, la faccenda pare datare a molto indietro nel tempo.

Il 19 settembre del 2023 e nei giorni appresso, davanti al portone di via Po, civico 5, a Torino, la casa di Gianni Vattimo, la notizia della cui morte era stata diffusa da poche ore via “social”, telegiornali e quotidiani, c’era il deserto. Non un fiore, non un biglietto. Mi sarei aspettato, lì accanto, nell’aula magna dell’università dove Vattimo aveva insegnato per oltre trent’anni, di vedere frotte di studenti, di ieri e di oggi, un accenno di coda, anche se non c’era la bara (ma chi lo avrebbe saputo, prima di entrare?). E invece il rettore fu costretto a tenere un discorsetto d’ufficio davanti a qualche fotografia del caro estinto, un album per le firme e pochi, pochissimi avventori, più o meno tutti al di sopra dei quaranta-cinquant’anni, in che mettici pure i curiosi perdigiorno, ignari di chi fosse Vattimo.

Muore un qualsiasi ragazzino per aver commessa un’imprudenza o una starletta di youtube e vedrai indugiare per ore telecamere su cancelli e portoni e angoli di strada traboccanti di mazzi floreali e biglietti e cartelloni da stadio per far sentire, anche in quella maniera, la propria vicinanza. I telegiornali intervistano parenti amici conoscenti il fornaio e l’estetista del caro estinto, immancabili i “selfie” (per gli italiani: autoscatti). La morte di Vattimo invece non suscitò, nella sua città, un cenno di commozione o riconoscenza per ciò che, come volle e poté, egli aveva fatto, lungo decenni.

Vattimo era morto a Rivoli, alle porte di Torino, dove ignoro se l’andazzo fosse diverso; ma è lecito dubitarne. I funerali furono invece partecipati, ma non vorrai mica mancare cineprese e giornalisti pronti a intervistarti, nevvero?

Per soprammercato, «La Stampa», che si era portato per decenni la firma di Vattimo anche in prima pagina e una volta lo aveva paragonato a Kant, qualche giorno dopo la morte salutò il filosofo dandogli dell’antisemita e facendo eco, tra gli altri, a un orginale di Fratelli d’Italia smanioso di ricordare urbi et orbi che Vattimo era un nemico di Israele, quindi eo ipso appunto un antisemita e di intimare la damnatio memoriae. E ’sto letamaio dopo che persino la notizia, ossia la morte, era ormai più morta del morto.

Detto in parentesi, è proprio anche grazie al pensiero debole e all’ermeneutica di Gianni Vattimo che molti, oggi in Italia, si possono consentire di fare e di essere ciò che fanno e ciò che sono, in barba a tutto e a tutti, persino il pennivendolo e il consigliere regionale.

Di Gianni Vattimo, sul piano umano, si possono dire tante cose spiacevoli perché egli era a tratti spiacevole; così come si può e si deve essere spietati circa le sue scelte politiche, soprattutto quelle compiute a partire dagli anni Novanta. Ma forse – sulla persona, non sulle scelte politiche, su queste proprio no – molte di più assai lodevoli e pregevoli. E c’è chi ha fatte entrambe le cose per una vita intera, salvo poi dimenticarsi di tutto a cadavere ancora caldo.

Era una persona simpatica anche se amara. Era una persona complessa come molti e come quasi tutti gli omosessuali in difficoltà, per giunta di famiglia proletarissima e nato in un torno di tempo non certo felice per gli «invertiti», come si chiamavano fino almeno agli anni Ottanta, anche da parte della sinistra.

Quanto al filosofo, rimando alle altre sezioni di questo intervento ma qui è opportuno dare qualche cenno.

Senza per forza dover pigliar partito pro o contro il pensiero debole, va detto che nella miseria filosofica italiana di sempre, il pensiero debole è stata forse la filosofia più feconda che noi si abbia avuta nella seconda metà del Novecento. Potrei sbagliarmi, ma non credo. Così come non credo che la notorietà di Vattimo all’estero, dalla Germania, dove si era in gran parte formato, al Sud America, agli Stati Uniti, i legami forti e le amicizie forti con Rorty o Gadamer fossero dovute solo a coincidenze, alle solite camarille accademiche. Almeno Gadamer, mi riferiscono fonti fededegne, era una galantuomo. Peraltro Vattimo ne tradusse – discutibilmente bene – Verità e metodo, che è uno degli ultimissimi classici filosofici del Novecento.

In filosofia Gianni Vattimo qualche scivolone e persin volontariamente lo prese. Si possono a esempio enumerare le volute dimenticanze e quindi i mancati confronti con correnti non solo filosofiche (ma pure entro i confini dialettici di Vattimo) che non gli faceva comodo di evocare per opportunità e soprattutto opportunismo, politico e accademico. I voltafaccia schifosissimi davanti a certi amici anche e soprattutto quando costoro, per colpe culturali ergo morali e non certo penali, venivano molestati da professori, gente comune, giornali, ispettori ministeriali e, non da ultimo, polizia. Da Vattimo ci si sarebbe atteso se non un incatenamento davanti a qualche cancello almeno una presa di posizione in nome di quella libertà, di quella democrazia, di quel pluralismo di cui si riempiva la bocca.

Ma quanto di più significativo cioè a dire discutibile nel senso proprio della parola sia uscito dalle stanze filosofiche italiane è di Vattimo.

Inoltre egli aveva una prosa che non si ricorderà per essere la più brillante ed elegante, anzi, ma almeno di esser colta e al contempo chiara e immediata e ciò al contrario dei noti impiastracarte che, lo sappiamo, stentano a capirsi loro stessi. Al contrario, era un esemplare e irresistibile conferenziere e, nel privato, quando non era depresso o ciucco, un brillante conversatore.

Ciò che in seno alla filosofia non si può né si deve perdonare a Vattimo è aver figliato certi sgorbi: i Baricco, i Fusaro, i Ferraris. Ma ciò fu colpa dell’uomo Vattimo, con poche ma profonde carenze caratteriali di cui, dentro e fuori dell’università, ve lo garantisco, a schiere ne hanno approfittato per decenni, per poi girargli le spalle.

Ecco, tenendo conto solo dei meriti e fingendo di dimenticare le gravi mancanze, contemplare quel deserto, quell’indifferenza, quel menefreghismo non solo di una intera città ma di un’intera nazione (mi sono accorto che certuni “addetti alla cultura” nemmeno sapevano che fosse morto) è stato davvero nauseante.

Avrei preferito veder montare un convegno tutto contro Gianni Vattimo anziché odorare il tanfo di quel silenzio, più volgare e infame del più volgare e infame insulto e – va aggiunto e sottolineato – più vergognoso e infame di chi, a Torino e altrove, amicissimo di tutte l’ore, ha constatato quel silenzio ma ha preferito fare qualcosa cui per il solito sono disabituati: tener la bocca chiusa.

*

II

Il pensiero debole oggidì sconta il suo auspicio-profezia. Esso rivendicò la pretesa di non essere semplicemente la ratificazione dell’attuale post-moderno, in che i saperi totalizzanti e definitivi erano stati in gran parte abbandonati; ma soprattutto di farsi promotore di questo annichilimento e di salvare al contempo la pluralità ermeneutica delle proposte genericamente definibili filosofiche e, naturalmente, esistenziali nel senso comune della parola.

Ignoro se Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti e gli altri autori del Pensiero debole fossero coscienti del fatto che – e in effetto non mi pare che né in quel libro, né altrove qualcuno di loro lo abbia preso in considerazione – l’andamento o andazzo post-moderno avrebbe inevitabilmente travolto anche il debolismo, nonostante i conservatori e i reazionari (mi si passi la semplificazione) ancor oggi, un po’ rabbiosamente, di tanto in tanto lo estraggano dal cappello per sfotterlo o additarlo come uno dei grandi mali del Novecento italiano.

Una prova dell’esaurimento del debolismo è rinvenibile già subito nel mercato editoriale. Sebbene dopo il 1983, anno della prima uscita del Pensiero debole, questo iniziò presto a fare il giro del mondo e a essere tradotto in molteplici lingue («Ragazzo, dove vivi? Anche in coreano!», si vantò un giorno teneramente con me Vattimo) – un fatto che temo in gran parte prescinda dal valore intrinseco dell’opera e pertenga soprattutto ai meccanismi di scambio internazionali tra case editrici e agenzie letterarie, anche se non mi pare che Cacciari o Severino siano poi così celebri all’estero – oggidì il libro, dopo un’ulteriore edizione nel 2009, è fuori catalogo. Nemmeno dopo la morte del padre nobile del pensiero debole l’editore si è sentito in dovere di riproporre quell’antico libro che così tanto successo riscosse; e ciò è ben strano ché si sa che una morte incentiva una ripresa o riscoperta delle opere del morto. E invece.

Identico discorso per La fine della modernità, uscito nel 1985 e che insieme al Pensiero debole, può essere considerato l’altro capo di questa versione del nichilismo novecentesco. E non mi pare che Inattualità del pensiero debole di Rovatti, uscito non molti anni fa, sia stato conteso a furia di pugni nelle librerie.

Si possono leggere destinalmente questi fatti, immaginandosi un ruolo dimidiato del debolismo e come la conferma della sua efficacia, mutatis mutandis come nella bellissima Storia di Gale.

È una pellicola dedicata alla lotta contro la pena di morte (occhio perché sto per raccontare tutto, con neobarbarismo si dice «spoiler»), in cui il protagonista principale, docente universitario e paladino dei diritti umani assai in vista, finisce in carcere niente meno che per un efferato omicidio. Il caso finisce ovviamente sulla stampa e l’opinione pubblica si divide tra innocentisti e colpevolisti. Il tribunale lo ritiene colpevole e lo condanna a morte. Ma una volta eseguita la sentenza, con uno sconcertante colpo di scena, si scoprirà non solo che egli era del tutto innocente, ma che tutta la vicenda era stata orchestrata da lui stesso e da una sua sodale compagna di lotta politica per sensibilizzare l’opinione pubblica contro la pena capitale. Insomma, il protagonista sa e vuole essere ucciso da innocente, riuscendo perfettamente nel suo intento. Folle, ma geniale.

Il debolismo nasce e subito prospera in misura grandiosa diventando di fatto la filosofia italiana dell’ultimo torno del XX secolo, ed è anche l’ultima filosofia della storia europea, che abbia suscitato, oltreché ascolto, anche scandalo. Erano eventi che non si vedevano – fatti i doverosissimi e innumeri distinguo – dalle Ricerche logiche e da Essere e tempo. Però una delle tante differenze tra il pensiero debole e quelle altre proposte filosofiche, è che queste sopravvivono ancor oggi, il pensiero debole invece pare nascere per morire, con ciò dimostrando di avere (avuta) ragione – anche se non credo ambisse all’estinzione. Ignoro se Vattimo, Rovatti e gli altri fossero coscienti di ciò ovvero lo auspicassero, ce lo dirà Rovatti in un’intervista che prima o poi uscirà. Può anche essere stato un caso. Ma molte sono le profezie che sorgono per caso, illuminazioni improvvise e portanti. E se così fosse, questa è un’altra beffa del destino perché il pensiero debole volle combattere anche proprio contro i profetismi. A meno che i debolisti non auspicassero che il pensiero debole fosse l’ultima profezia: che preconizzava la fine di ogni profezia. Anche in questo ci presero.

Detto tutto ciò a maggior beneficio – credo, spero – dei filosofi, mi provo in una critica al debolismo.

*

III

Ci sono diversi dominii in cui il pensiero debole non ha mai messo il naso e verso i quali non ha osato neppure di sfuggita eccepire alcunché.

Il primo è senza alcun dubbio la scienza. Credo che chi conosca il pensiero critico, o almeno i suoi esponenti novecenteschi più perspicui, si sia stupito non trovando nel pantheon del debolismo (così come dell’ermeneutica, Gadamer compreso) il nome di Paul Feyerabend. Se c’è un pensatore che avrebbe dovuto essere interpellato, anche perché nel 1983, quando nacque il pensiero debole, egli era ancora vivo e operante, è proprio l’autore di Contro il metodo e il fautore del pluralismo non solo ermeneutico ma anche etico. Eppure di Feyerabend nelle parole dei debolisti non c’è la benché minima traccia, da allora insino ai nostri giorni.

Credo di intuire i motivi di codesta negligenza.

Anzitutto, se prestiamo attenzione, vediamo che almeno una vasta parte dell’essenza del debolismo è già presente in Feyerabend; con, tra le altre, una sostanziale e cruciale differenza, cioè a dire che l’approccio alla ricerca di Feyerabend contemplava, alla breve, il coinvolgimento delle persone comuni, mentre il debolismo è un pensiero elitario, che non si preoccupa se non di striscio del “popolo” e non pensa minimamente a coinvolgerlo nelle decisioni culturali e politiche, salvo nel momento in cui esalta la democrazia (ma, si converrà, arriva buon ultimo).

Il secondo motivo è da rintracciarsi nel timore di attaccare una costruzione in cui fondamentalmente si crede e che è legata a doppio filo non solo alla coscienza e all’inconscio della popolazione, intellettuali compresi, ma anche alla politica. Mettere in discussione debolisticamente la scienza avrebbe infatti significato mettere in discussione il sistema entro di che essa vive e prospera e mettersi contro quindi i padroni delle ferriere. E così veniamo a un’altra critica non meno decisiva: l’antifascismo.

Un pensiero che pretenda e di ratificare la parcellizzazione delle proposte, e di incentivarne una proliferazione che dia spazio al maggior numero possibile di declinazioni anche in campo politico (come rileva Pier Aldo Rovatti nell’Inattualità del pensiero debole), avrebbe dovuto non dirò prendere le distanze dalla così detta “liberazione”, con annessi e connessi; ma sì di promuovere il decadimento, il dileguamento di quel mito antifascista repubblicano, edificato anche sulla Costituzione, che domina l’Italia dal quel dì e che è vieppiù santificato e blindato a petto di chiunque, anche solo di fuggita, abbia l’intenzione di metterlo in discussione. I debolisti ingrassano le schiere dei sacerdoti della religione civile antifascista.

Non ho mai sentito levarsi la voce di Gianni Vattimo, di Rovatti, di Ferraris o di qualche altro fondatore del debolismo contro le implicazioni politiche culturali e civili che il dogma resistenzialdemocraticantifascista e costituzionale di fatto è e impone. Anzi tra i debolisti, a principiare da Vattimo, non pochi si sono apertamente schierati con i vincitori e con i vincitori che, come si sa tutti, tenevano e tengono in pugno il mondo culturale e dell’informazione: dall’editoria, al giornalismo, all’università, alle fondazioni, etcoetera.

E ovviamente ciò ha implicato ora silenzio ora feroce opposizione a qualsiasi revisionismo anche di marca liberale o di sinistra, che rifacesse i conti e i racconti irrogatici, spessissime volte con impunita arroganza, dagli antifascisti.

Lo stesso Gianni Vattimo si schierò apertamente negli anni Novanta contro il revisionismo propugnato da Francesco Coppellotti, storico e germanista insigne, al liceo torinese «Massimo d’Azeglio», dando man forte ai giornali, locali e non, alle televisioni, ai centri politici e culturali, agli studenti e a tutti coloro i quali si erano levati furiosi contro il tentativo di mettere in dubbio la vulgata resistenziale. Vattimo giunse persino a non opporsi, durante un “Maurizio Costanzo Show” itinerante che si tenne a Torino proprio per via delle polemica scatenatesi da e attorno a Coppellotti e al D’Azeglio, cuore dell’antifascismo torinese, all’intervento niente meno che della Digos su Coppellotti, che in quel momento, invitato dallo stesso conduttore del programma (tra il pubblico, si badi; Vattimo era sul palcoscenico), stava denunziando la cagnara contro di lui e le sue idee proprio là dove si berciava di democrazia e libertà d’espressione. Gli sbirri, dopo le prime battute, si avvicinarono a Coppellotti, lo interruppero e lo portarono via di poi controllandogli i documenti, ripeto: tutto questo mentre Vattimo gongolava felice. E dire che con Coppellotti erano stati amici da quando avevano quasi letteralmente i calzoni corti, tantoché Vattimo avrebbe dovuto fargli da controrelatore alla laurea (1965).

Attenzione, perché Coppellotti era stato un cattolico di sinistra, come Vattimo, e se ora non la pensava più in quel modo, certo non era transitato tra i naziskin o in qualche organizzazione terroristica di estrema destra. Era, tra le altre cose, il traduttore di Ernst Nolte, grandissimo storico e bensì revisionista ma d’un revisionismo moderato assai.

Meno grave ma legato a questa posizione istituzionale e violenta, è il silenzio sul Risorgimento, un altro mito che, come dimostra tra l’altro il museo nazionale che gli dedica Torino, si lega per i vincitori a quello della resistenza e che, a prescindere da questa lettura, è ovviamente fondativo del nostro Paese.

Una breve riflessione a latere merita anche il Vattimo saggista, al di là dei contenuti generali. Restiamo alla forma e allo spirito, che è sono poi la stessa cosa.

Se si valuti in linea cronologica la vasta schiera dei suoi titoli, ci si rende immediatamente conto di un crescente infiacchimento. C’è da chiedersi come Essere, storia e linguaggio in Heidegger, Il soggetto e la maschera, Schleiermacher, filosofo dell’interpretazione possano stare accanto alle fesserie, in gran parte scritte a partire dagli anni Novanta. Anche la così detta “autobiografia”, Non essere Dio, per quanto gradevole, più che la vita d’un filosofo, sembra una raccolta di aneddoti di vecchio sotto il pergolato.

Da soppesare per bene è invece una dichiarazione di Vattimo, che chiedo a Rovatti di commentare nell’intervista, circa l’origine del pensiero debole. «Ecco, se non fossi stato gay – afferma Vattimo – non avrei mai intrapreso questa profonda riflessione sulla non normatività delle essenze naturali, che costituisce l’anima del pensiero debole. Quindi, anche se non è una filosofia particolarmente gaya, credo che ci siano connessioni importanti» («La Stampa», 19 settembre 2023, ovviamente da una conversazione precedente).

C’è di che trasecolare. Va bene che una filosofia, diceva Hegel ripigliato da Croce, è sempre occasionale; ma qui siamo all’occasionale-privato. Non si deve tuttavia essere oltremodo severi con Vattimo, ché quasi ogni pensiero filosofico, per non parlare di quelli religiosi, è una faccenda personale: lo diceva e lo dimostrò per primo Nietzsche (non a caso tra i numi tutelari che si scelse il debolismo). Anzi, si può volgere in favore di Vattimo il coraggio di ampliare la sua condizione di disagio, ché tale restò a lungo, a proposta esistenziale.

Va però a questo proposito evidenziato che, essendo quella l’origine del debolismo, si è legittimati a ritenere che esso possa essere sposato o accettato soltanto da chi possiede caratteristiche o istanze individuali bisognose (o che pretendono di esserlo) di emergere e imporsi e inoltre esso giustifica, in via tanto teorica quanto pratica, lo sdoganamento di qualsiasi prerogativa, fosse pure la più infelice o infame.

C’è anche molto da discutere, quantunque lo scrivente arrivi buon ultimo sulla faccenda, circa l’interpretazione vattimiana di Nietzsche e di Heidegger, i quali per Vattimo sono de facto anticipatori del pensiero debole e perdono così la loro carica virile ed eroica, che sorregge il loro tentativo di rifondare il pensiero e gli individui sotto auspici tutt’altro che deboli. Peraltro il pensiero debole, sebbene dal poderoso albero che, secondo Vattimo e gli altri, andrebbe da Schleiermacher a Nietzsche, ad Heidegger, Sartre, Wittgenstein, Simone Weil fino ad Hans-Georg Gadamer e Richard Rorty (strano, anzi no, non averci infilato Spinoza, che col suo Trattato teologico-politico fu il primo a secolarizzare le Scritture) nasce nel 1983: un’epoca non troppo sospetta dacché esistevano ancora l’Unione sovietica e tutto il complesso euro-orientale e mondiale dei Paesi così detti “comunisti”, la Chiesa manteneva ancora (abbastanza) fermo il timone della dottrina e insomma i “fondamentalismi” etici teologici politici e filosofici erano ancora abbastanza in salute. Tuttavia va aggiunto che negli anni Ottanta, su diversi fronti, si sentivano già scricchiolare i pilastri su cui si reggevano l’Italia e l’Europa, almeno idealmente, e nella Chiesa il «fumo di Satana» (Paolo VI dixit) stava diventando un grave incendio.

Il pensiero debole possiede un’ulteriore cifra. Nonostante la (legittima) pretesa d’offrirsi quale una delle non frequenti rivoluzioni filosofiche della storia del pensiero occidentale, esso di quest’ultimo assume ed esalta, e neppur troppo implicitamente, tra l’altro, il disprezzo per l’eccellenza, per la superiorità, per la forza (da non confondersi qui con la violenza), per ogni manifestazione di grandezza. Anche in questo il debolismo è perfettamente democratico, cioè a dire induce e quasi intima un livellamento, l’ostracismo, l’indebolimento sino all’annichilimento di tutto ciò virtualmente potrebbe rappresentare un modello di salvezza contro la mediocrità democratica, un esempio di ascesa spirituale di contro al p(i)attume e alla volgarità perspicue della tendenza democratica (e in effetto questa è l’unica eminenza della democrazia). Se già la democrazia è la istituzionalizzazione della mediocrità congenita al genere umano, il debolismo ne è la ratifica.

Le dimostrazioni di ciò sono molteplici; ma basti contemplare l’utilizzo, o per meglio dire: la contraffazione di Nietzsche e di Heidegger operata dal pensiero debole.

Il pensiero debole avrebbe avuto e avrebbe senso se, alle corte, anziché un relativismo incontrollato, avesse proposta una liberazione dalle molteplici zavorre arrugginite, incentivando gli individui ad abbracciare l’universalità delle possibilità consegnate a ciascuno, direttamente o indirettamente, dal destino: esattamente come risuona, anche, uno dei nuclei incandescenti del pensiero di Friedrich Nietzsche e di Martin Heidegger.

Luca Bistolfi

Post Scriptum: Esattamente mentre spedisco questo contributo a “Pangea”, ricevo la notizia che il 19 e il 20 di settembre corrente anno, a Torino, si svolgerà un «Convegno internazionale in onore di Gianni Vattimo», intitolato «Frammenti dell’avvenire», e non chiedetemi perché nel titolo non si evochi il pensiero debole, che è la più importante invenzione dell’ignaro festeggiato. Alcuni dei partecipanti sono, come si suol dire, “di prestigio”: Sergio Givone, Santiago Zabala, Maurizio Ferraris, Gaetano Chiurazzi. Ma più che di presenze, l’elenco dei relatori spicca di assenze, sulla cui origine non voglio indagare, e di presenza discutibili (una l’ho appena citata). Gli esisti dell’iniziativa sono prevedibili: tanti «ci manchi, caro Gianni»; chi lo aveva dimenticato o sbertucciato sarà in prima fila o sul palco; uscirà qualche articolo sulla stampa locale che glorificherà più i vivi del morto; dal giorno dopo nessuno si ricorderà più che cosa diavolo accadde quel giorno a Torino; gli atti usciranno tra vent’anni, se usciranno, e circoleranno solo tra i professori, perché tanto agli studiosi comuni non interessa un fico secco e se anche interessasse, pace.

Infine resta, da cima a fondo, quanto ho espresso nel mio intervento. Eppoi un convegno non fa primavera. Un convegno non si nega a nessuno.

*In copertina: Gianni Vattimo in un ritratto fotografico di Bram Budel

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