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Caro Epicuro, ti prego, dammi la ricetta della felicità!

Da secoli ci interroghiamo – una buona parte di noi, mica tutti – sul significato di Felicità, Memoria, Serenità, Amore, Libertà. E così via, a tal punto che questa ricerca resta inevitabilmente monca o, nel migliore dei casi, altamente approssimativa. L’editoria italiana, talvolta con qualche malizia, vuole attirare la nostra attenzione ai grandi della filosofia. Certe volte lo fa con l’uso del romanzesco o quasi. È un’operazione tutto sommato didattica, nella speranza che il lettore, avvicinandosi a personaggi come Socrate, Schopenhauer o Kant introiti una parte dei loro insegnamenti e smetta di pensare alla filosofia come inutile (anche se affascinante), mero esercizio mentale. Un metodo diverso l’ha escogitato Diego Fusaro, docente universitario e ormai figura nota nei talk show, inguaribilmente adatti, per alcuni, a mettersi in mostra e fare carriera. Non è il solo, ovviamente. Anzi: scrittori come Gianrico Carofiglio, ex magistrato ed ex deputato, è diventato come il prezzemolo (inteso come presenza) e si è trasformato, con severa pacatezza, in tuttologo. Fusaro, invece, scrive lettere a Epicuro. Perché proprio al greco di Samo? Perché, spiega l’autore, «Epicuro è l’emblema di una filosofia pensata, pratica e vissuta nella sua piena aderenza alla vita reale e ai suoi problemi: cioè in quella dimensione massimamente concreta, dalla quale la filosofia stessa, anche nei suoi più alti (e, forse, più astratti) voli teoretici, trae origine».

Il giovane Fusaro (è nato a Torino nel 1983) scrive dunque brevi lettere a Epicuro. In maniera amichevole (dandogli del tu), forse senza dimenticare che in greco Epìkouros significa alleato e/o soccorritore. I temi sono tantissimi, e tutti rincorrono, con percorsi diversi, l’ambìto quanto inafferrabile gonfalone che è la verità. Il libro s’intitola Caro Epicuro, lo edita Piemme. Inevitabile che la prima epistola riguardi la felicità. Che è un paradosso, nel senso che possiamo più o meno facilmente individuare e indicare i mezzi che ci portano a quello stato. La felicità è, per eccellenza, un obiettivo. Non sappiamo però come sia fatta la sua natura. Fusaro “ricorda” a Epicuro che la ricerca della felicità compare nella Dichiarazione d’Indipendenza americana (1776). Insomma, è quasi un obbligo giuridico. «Seguendo la tua felicità», scrive Fusaro al suo maestro, «la felicità consisterebbe nel piacere. Il quale deve essere inteso – come soprattutto oggi si fa, come godimento smisurato e trasgressivo». No, tutto sbagliato: «Il vero piacere» scrive l’autore «deve essere inteso come piacere in negativo, tale cioè da corrispondere all’assenza del dolore».  D’altra parte era proprio il greco a insistere sulla concezione, per così dire, misurata del piacere. E questo basta? No, dice Fusaro: «A questa condizione di assenza di dolore, mi sentirei di aggiungerne un’altra, forse meno facilmente definibile: “Siamo felici quando raggiungiamo la nostra pienezza d’essere; ossia quando abbiamo raggiunto, anche con l’assenza di dolore di cui dici, uno stato di equilibrio con noi stessi, con gli altri e con il mondo in generale”». E ancora: «la felicità implica una sua specifica componente soggettiva: che fa sì che ciascuno possa essere felice a suo modo, diversamente dagli altri».

La felicità la si può trovare nell’amore. E non a caso è questo il tema della seconda epistola a Epicuro, il quale sosteneva che l’amore coinciderebbe (attenzione: usa un condizionale!) con una passione capace di generare turbamento nel nostro animo. L’innamorato, aggiunge il greco, si strugge e soffre, rivelandosi decisamente più vulnerabile di quanto non sia usualmente. Fusaro ci fa sapere che Epicuro si soffermava, forse un po’ troppo a lungo, sulle conseguenze negative di questo squassante sentimento. Fusaro gli rimprovera, con garbo, di non prendere in considerazione le varie gioie dell’amore, dello stato di grazia quando ne siamo travolti. Ma che cosa è l’amore? Il filosofo italiano scrive: «Credo che lo si potrebbe anzitutto definire come desiderio di totalità: o, più precisamente, come desiderio di superare la parzialità e la non completezza che ciascuno di noi, da solo, è». Amando ci apriamo all’altro, col quale si completa la pienezza e raggiunge la pianezza d’essere che mai potrebbe conquistare se rimanesse solo. In altre parole, noi cerchiamo la nostra altra metà. La conoscenza dei miti aiuta a capire. E lo ha capito, prima di Epicuro, Platone. Il quale disse: «Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione…».

Detto a margine: chi conosce la mitologia, anche non in modo approfondito, non può che constatare che gli dei si mostrano capricciosi, e soprattutto invidiosi, creando il più delle volte quella che si potrebbe definire un’armonica confusione. È un ossimoro, certamente. Fusaro riconosce che Epicuro considera l’amore la sola realtà che ci permetta di sopravvivere. Non è un caso, spiega Fusaro, che la parola latina amor, da cui deriva il nostro amore, rimanda ad a-mors, ossia togliere la morte. Quando si ama noi che siamo mortali possiamo imitare gli dei. Almeno quelli meno rancorosi o dispettosi o invidiosi) proprio con l’amore.

Se non c’è l’amore può esserci qualcosa di simile, che si chiama serenità. Immaginiamo la nostra vita come una barca in balia di si sempre nuove tempeste e paurose incertezze (la lingua greca chiama tarachéquesto sconvolgimento). Da qui il desiderio di raggiungere un riparo, un porto sicuro. Dice Fusaro, nella lettera a Epicuro: «Ciò che tu suggerisci è, in effetti, semplice e, insieme, rivoluzionario: per essere sereni basta liberarsi dai tormenti; per essere felici è sufficiente raggiungere la condizione di pace e di armonia con se stessi e col mondo circostante. Riprendendo la metafora della barca agitata dalle onde, occorre non trovarsi nei marosi. Al contrario, sarà atarassico il vascello che saprà prendere la via del mare, se necessario; e che con eguale fermezza, sarà in grado di godere del porto in cui è attraccato, senza fare della propria navigazione un’inquieta ricerca di novità incessanti». Caro Epicuro, la vera serenità è come la quiete che subentra dopo la tempesta, «e più di ogni altro, a tuo dire, è questo l’autentico compito del filosofare, porsi come farmaco dell’anima, che sappia liberarla da paure e turbamenti, rendendola quieta e consapevole della finitudine che intrinsecamente siamo, in quanto mortali».

Pier Mario Fasanotti

*In copertina: Orazio Riminaldi, “Amore vincitore”, 1624

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