La minaccia della gioventù. Su vecchi lanzichenecchi e giovani spacconi
Società
antonio coda
Di Atef Abu Saif e del suo Diario di un genocidio ho saputo leggendo un’intervista di Francesca Borri pubblicata sul Venerdì di Repubblica di maggio scorso. Lo sto leggendo per approfondire la riflessione e la confutazione su quanto scritto di recente da Massimo Cacciari a proposito al rigurgito degli imperi morenti: “la parola non ha più valore”.
Come tutto ciò che muore, gli imperanti non accettano qualcuno e qualcosa possano sopravvivergli, perciò ricorrono all’antico trucco disponibile per distruggere tutto assieme a sé. È la guerra che i morti, coloro che sanno di essere già morti, dichiarano ai vivi, a coloro che possono ancora credere di appartenere più alla vita che alla morte. Ma i morti non me li vedo a provare invidia o antipatia per i vivi. La morte è una condizione definitiva e appagante quanto la vita. Sono i moribondi a provare gelosia. Così come non avranno saputo stare nella vita i moribondi presentiranno di non saper stare nella morte. Perciò allargano il conflitto. Non devono essere neppure la vita o la morte a irritarli. Deve essere l’idea del saper stare assieme in armonia di vita e morte a offenderli, infuriarli. I moribondi, i putrefatti in corso, detestano tutto ciò che ricorda la pace in cui non hanno mai saputo stare.
Leggo Atef Abu Saif perché io non credo la parola non abbia più valore o che ci sia mai potuto essere un tempo in cui non lo avesse. La parola è il valore, compreso quello di non assegnarsene, di dichiarare quale parola abbia valore e quale no, la parola di chi lo abbia e chi non abbia valore e dunque neanche parola.
Atef Abu Saif racconta la Striscia di Gaza da dentro, dal suo essere trasformata in baratro. È dal suo diario, da “Sabato 7 ottobre / Primo giorno”, che scopro chi sono state le “prime due vittime di questa guerra”: “il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish, stava nuotando proprio come noi nel mare di fronte al campo Nuseirat, quando è stato ammazzato, assieme a un amico, da un missile lanciato da una nave militare.”
Come si definisce l’inizio della nuova conta, della nuova guerra di Israele ai palestinesi di Gaza? Fin qui, e ho letto i primi dieci giorni, fino a lunedì 16 ottobre, Atef Abu Saif non ha scritto dell’aggressione di Hamas a Israele, dell’attacco terroristico di Hamas, delle vittime civili e militari di Israele. Perché, così la leggo io, Atef Abu Saif non ha aggredito in nessun modo Israele ma è Israele ad aver lanciato missili dove lui stava nuotando. A distruggere il posto in cui vive. Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani ma la guerra dichiarata da Israele ad Hamas rivalendosi su tutta Gaza sì, influisce eccome.
Ho scritto: “Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani” ma scrivere questo significa però concordare con Massimo Cacciari quando scrive “la parola non ha più valore”.
Mi correggo: le azioni di Atef Abu Saif, che sono le sue parole, mi auguro abbiano agito, agiscano su chi le legge, compresi gli israeliani. Le parole di Atef Abu Saif erano pubblicate per tempo sui quotidiani prima di diventare il libro che sto leggendo. Queste le proporzioni: Atef Abu Saif scrive parole in risposta ai militari israeliani che lanciano missili su Gaza a seguito della volontà dei decisori politici di Israele, obbedendo a ordini dati, a parole m’immagino messe per iscritto, ufficiali. Sono state le parole espresse in comandi a provocare il lancio del missile che ha ucciso il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish e il suo amico.
Domenica 8 ottobre, il secondo giorno, Atef Abu Saif scrive che suo figlio Yasser “a quindici anni ha vissuto solo due guerre”. Resto sulla parola ‘solo’. Ho quarantadue anni e non ho vissuto nessuna guerra. I miei genitori ne hanno più di settanta, e neppure. Siamo venuti dopo l’ultima guerra che per noi è quella mondiale finita nel ’45 del secolo scorso. Quanto valore ha la parola ‘solo’ scritta da Atef Abu Saif a proposito di suo figlio che a quindici anni ne ha vissute già due? Perché “già” è la parola che avrei scritto io, non “solo”. Avrei scritto: “a quindici anni ha vissuto già due guerre”, perché io non ne ho vissuta nessuna mentre Atef Abu Saif a 51 anni non so a quante sia sopravvissuto. Dalla nota biografica sull’aletta: “è nato nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza.” È nato profugo. Dal Secondo giorno: “Avevo appena due mesi quando scoppiò la mia prima guerra.” Quando scrive “ha vissuto solo due guerre” sta scrivendo che si aspetta suo figlio ne vivrà altre, ne dovrà vivere altre. Se sarà sopravvissuto. Se avrà vinto le altre nell’unico modo che è dato a chi le guerre non le sceglie, le subisce: sopravvivendo. Il Quinto giorno Atef Abu Saif scrive: “Ricordo di aver detto a un giornalista alla fine della guerra del 2014 che avevo vinto perché ero sopravvissuto. In seguito, mentre cammino lungo Nasser Street, mi rendo conto che l’unica vittoria sarebbe la liberazione.”
Le parole hanno maggiori probabilità di sopravvivenza, se non si cede all’inganno di chi vuole farle passare per lettere morte.
Lunedì 9 ottobre, Terzo giorno, Atef Abu Saif scrive: “È facile, penso, costruire una bomba, progettare un aereo, un carro armato o un drone per farla esplodere. Queste cose sono facili, semplici. Ciò che è difficile è immaginare il caos e la devastazione causati da questi dispositivi”.
Non credo sia facile costruire una bomba, o almeno io non la saprei costruire, mai mi sognerei di seguire un tutorial online per fabbricarne una, sono certo mi farei esplodere e mica solo le dita come con un petardo. Così come non saprei progettare un carro armato o il drone che dovrebbero sganciarla. Ma so che immaginare è più difficile di costruire, è più difficile di immaginare. Per me, per esempio, è difficilissimo immaginare persone che costruiscono bombe, che progettano aerei e droni per sganciarle, che allo stesso tempo siano capaci di figurarsi gli effetti di quelle bombe. Il dolore provocato da quelle bombe. Le morti umane provocate. Si diranno, mi immagino: io sto facendo il mio lavoro. Costruire una bomba non significa doverla sganciare. Costruire una bomba, una atomica magari, può essere l’unico buon modo per evitare di sganciarla invece. L’alibi è perseguire la deterrenza. Più bombe costruisci, più bombe il nemico sa che stai costruendo, più il nemico farà in modo di non farsele sganciare addosso, più il nemico eviterà di farti dichiarare guerra. Le armi garantiscono la pace, se con le parole si dà valore a questa teoria fasulla. Le parole, dicendo questo, stanno approvando una strategia di prepotere. Così chi ha più armi non garantisce la pace, garantisce solo il suo predominio. Il suo ricatto di potenza. Per evitare che una bomba esploda e uccida non c’è altro modo che il non costruirla. Non costruire armi è più difficile che continuare a costruirle, questa è la verità. Economicamente a vantaggio degli imperanti moribondi.
“Mio cugino Munier è rimasto ferito nell’attacco di Al-Fakhoura. Ha perso entrambi gli occhi ed è rimasto completamente sfigurato”. Durante il terzo giorno Atef Abu Saif ricorda come nel gennaio 2009 fu colpita da Israele la scuola dell’UNRWA battente bandiera ONU. Nella scuola si era rifugiato suo cugino Munier. Le parole “ferito”, “occhi”, “sfigurato.” L’uomo di nome Munier si era rifugiato in una scuola sperando così di non essere bombardato ma fu bombardato lo stesso: perse gli occhi, rimase sfigurato. Le parole di Atef Abu Saif resteranno per raccontare per sempre di questa violenza, di questo dolore. Sapremo mai chi bombardò la scuola? Chi eseguì l’ordine, chi lo emanò? Ecco le parole che mancano a questa storia. Ecco le parole che hanno portato questa storia oltre l’insignificanza in cui si prova a diluire, a nascondere la violenza.

Martedì 10 ottobre, quarto giorno. “Mamoun, uno dei miei migliori amici, ha speso i risparmi di una vita in questo attico a due piani, trasformandolo nel suo paradiso. Ora non c’è più, come la maggior parte del quartiere.” La crisi bradisismica flegrea da maggio scorso mi ha reso uno sfollato. Ho perso casa. Troppo facile prendersela con la natura quando la responsabilità è dovuta al lassismo urbanistico ma in ogni caso perdere casa per un terremoto è tutt’altro che perderla perché un missile l’ha distrutta assieme alla maggior-parte-del-quartiere. “Quando è arrivata, la prima esplosione ha sollevato l’intero hotel in aria per vari metri” scrive Atef Abu Saif. Quanto si avvicina la mia esperienza delle scosse di terremoto all’esperienza di un edificio scosso da una esplosione? Non abbiamo che le parole per provare a capirlo, confrontandole, mettendole assieme.
Ogni altro giorno raccontato da Atef Abu Saif è così: contiene qualcosa di valore che le parole hanno reso indistruttibile (certo, fin quando ci saranno copie leggibili del suo libro, finché ci sarà chi le leggerà). Qualcosa che resta anche dopo il suo essere stato distrutto. Resta il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish prima che fosse ucciso da un missile. Resta Munier prima che in una scuola perdesse entrambi gli occhi e rimasse sfigurato per sempre. Resta l’attico di due piani di Mamoun prima che fosse distrutto. Le parole ricordano il valore distrutto da chi usa le parole per lanciare missili, per distruggere il valore umano custodito e tramandato dalle parole.
Come può vincere una guerra chi dalla sua ha parole per scriverci un libro se la sua controparte ha dalla sua le parole per lanciare i missili? Lo chiedo però non ai cinici secondo cui uno scrittore, se sopravvive, da una guerra ci guadagna: così scrive libri, glieli traducono anche all’estero. Atef Abu Saif è lo scrittore da un paese che non c’è, non c’è ancora, che non è detto riuscirà mai a esserci, di un popolo che non ha una terra ma che ha una letteratura, una lingua, che ha le parole per affermare, custodire e tramandare il proprio valore che resiste al tentativo di essere svalorizzato, ammutolito, nientificato. Con la parola si sopravvive, e si vince se per vittoria intendiamo chi non si arrende all’oblio imposto dalla prepotenza.
Scrive Atef Abu Saif il Decimo giorno: “Per dieci lunghi minuti piango disperatamente.” Quando queste parole sono contenute in un Diario di un genocidio credo sia tutt’altro che accademico o aleatorio o domenicale se venga riconosciuto loro un valore o se no.
(Se leggo Diario di un genocidio e non mi urge contestarlo fin dal titolo sono antisemita o sto con Hamas o non riconosco a Israele nessun diritto all’autodifesa o nego la specificità dell’Olocausto o sono di quelli che “Leggo anche scrittori israeliani ma…” o in ogni caso per me vale uno dei qualsiasi ricatti morali per cui se dai valore a qualcosa di palestinese ti stai automaticamente schiarando con chi va a caccia di argomenti per poter dire male degli ebrei al di là di chi siano o facciano o dicano? Lo leggo perché credo sia un esempio lampante del valore proustiano delle parole. Dal Dodicesimo giorno: “Attraverso la scrittura possiamo mantenere vivi i luoghi, possiamo conservare i nostri ricordi delle strade che sono macerie, delle case che sono state rase al suolo… Qualcuno deve dimostrarci che nessuno ha il diritto di porre fine alla vita.” Decisamente preferisco chi dà la parola, mettendoci del suo, a chi dà la morte, togliendo agli altri.)
antonio coda
*In copertina: Oskar Kokoschka, La tempesta, 1914