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Il pamphlet di Barbara Stiegler: come essere critici sulla pandemia senza essere cialtroni

Non ho scritto questo testo da sola”, inizia così il pamphlet di Barbara Stiegler La democrazia in Pandemia pubblicato da Carbonio Editore e tradotto da Anna Bonalume. La prima pagina prosegue citando tutti coloro che hanno dato il loro contributo al pamphlet, in merito a: salute pubblica, pratica ospedaliera, pratica del linguaggio e delle parole, del diritto pubblico, della filosofia politica, della filosofia della scienza e della storia politica “dai greci sino ai giorni nostri.” Considerando la brevità del pamphlet (sulle librerie online è riportato che pesi 82 grammi, giusto per ricordarci secondo quali parametri li reputano valutabili) la Stiegler dovrà aver fatto un poderoso lavoro di sintesi, secondo me ottimamente riuscito, e se la Stiegler ha sentito il bisogno di esplicitare fin da subito di essere in buona compagnia nell’esporre il suo ragionamento con ogni probabilità è stato per evitare a monte la critica più immediata riservata a chi intende esprimersi criticamente sulla gestione pubblica della pandemia, formulabile con: ecco un altro svitato, disposto a far passare le sue idee balzane allestite attorno a fonti imbarazzanti per un intervento costruttivo, condiviso da nessuno o giusto da qualche altro svitato suo pari con le manie da primadonna.

Io invece questo testo lo scrivo da solo, di per sé un gesto scellerato, e alla Stiegler riconosco di aver inquadrato con grande lucidità il bivio obbligato a cui è stato costretto chi s’azzarda a voler partecipare al discorso pubblico sulle strategie messe in atto per far fronte alla prima minaccia inedita e globale del terzo millennio, con per uniche direzioni consentite due vicoli ciechi: c’è Vicolo “Tutto è stato fatto nel migliore dei modi possibili e non si poteva fare che così e chi non lo capisce ci condanna a morte” e c’è Vicolo “Peggio di così non poteva andare e più andremo avanti più andrà peggio, moriremo tutti”, e chiunque voglia scavare un tunnel per scampare ai due vicoli va messo al muro in quanto disertore, traditore, guastafeste, rompiballe. Al di là dei nomi assegnati ai vicoli in effetti l’approccio mentale di chi li imbocca a testa bassa non si distingue chissà quanto, e la constatazione implicita che li accomuna è: chiunque non sia del mio parere si sta e ci sta condannando a morte, è evidente.

La Stiegler analizza la gestione macroniana della pandemia tra il 17 marzo e il 28 novembre del 2020, con la sequenza società chiusa-aperta-chiusa che ricorda da vicino gli ordini che si danno per gioco a sacco pieno/sacco vuoto, quindi precedente agli attuali scontri tra i O-Vaccino-o-Morte e i Vaccini-uguale-morte, tra i O-Green-Pass-o-Morte e i Green-Pass-uguale-morte, e in estrema sintesi la Stiegler pone un quesito di estremo buon senso: quand’è che abbiamo deciso che la collettività è deficiente e che mai si sarà grati abbastanza  ai politici in carica ovvero agli scienziati che gli hanno spiegato come deve essere gestita la collettività per impedirle di andare incontro a morte sicura? Con per sottinteso: la disgrazia vera infine non sarebbe stata neanche tanto la morte degli incapaci a vivere, è che l’economia poi ne avrebbe risentito troppo.

Barbara Stiegler, filosofa, è docente all’Università di Bordeaux-Montaigne e proprio non le è andata giù la chiusura delle università o, per meglio dire, la svolta pedagogica impressa a cavallo delle norme restrittive giustificate con il salvarsi-la-vita-dalla-pandemia, e il suo rovello è: perché ci ha messo così poco ad affermarsi l’idea che l’istruzione possa andare bene anche a distanza, che il patto sociale possa reggersi via Zoom, che la libertà di stare assieme sia infinitamente meno importante della garanzia di restare vivi, soli ma vivi nel nuovo continente di Pandemia, dove potersene stare tutti zitti e buoni e fermi perché appena fai un passo di lato è un momento e ti ritrovi in terapia intensiva e poi non venirci a dire che non te l’avevamo detto?

Le cose non sono mai come sono perché dovevano essere proprio così, sono come si è voluto che fossero fatte e proprio niente impedisce che le cose possano poi essere fatte in un altro modo: non esistono solo affermazione e negazione, esiste la discussione, il dialogo, la decisione democraticamente presa. Magari non subito, magari l’emergenza all’inizio può far saltare dei passaggi, ma un’emergenza se comincia a durare troppo va da sé non sia più un’emergenza: o è diventata il pretesto per un abuso o è la chiara dimostrazione di una incompetenza al potere che s’è prolungata fin troppo.

Il pamphlet della Stiegler è un’occasione da non perdere per potersi ricordare che si può essere critici e non per questo cialtroni, critici e non per questo irresponsabili verso la comunità o con intenti suicidi manco tanto inconsci, critici ovvero non disposti a rinunciare al coraggio dell’intelligenza neppure di fronte alla minaccia concreta della morte, anzi:  è proprio di fronte alla paura e al rischio concreto della morte che l’intelligenza può dimostrare a sé stessa di non essere stata fin lì soltanto una comoda impostura.

Barbara Stiegler

L’importante è non confondere i cialtroni per degli spiriti critici ma i cialtroni si riconoscono abbastanza alla svelta, vogliono avere l’esclusiva del dissenso ovvero raccogliere consenso attorno al loro, di dissenso; vogliono sviluppare una impopolarità popolare (se Kant poteva teorizzare l’insocievole socievolezza, io rilancio con l’impopolarità-popolare), creandosi un seguito personale, senza aggiungere nulla alla discussione pubblica, avvelenandola soltanto un po’ di più, aumentando la confusione poiché è soltanto grazie alla confusione se un cialtrone può passare per una persona che sta ricorrendo al libero giudizio. Una persona intelligente pubblica un pamphlet fornendo così un’occasione di dibattito pubblico, un cialtrone al massimo assume uno spin doctor che gli gestisca l’account social o deposita un marchio con cui presentarsi alle prossime elezioni.

Bisogna sforzarsi di volersi intelligenti, questa la provocazione della Stiegler o perlomeno questa è la lettura busiana che ne faccio io, poiché l’intelligenza resta la miglior nemica del potere che è sempre il gusto di poterne abusare impunemente, e qualsiasi pratica politica che alla resa dei conti corrisponde a un danneggiamento dei luoghi deputati alla cura e allo sviluppo delle intelligenze – le intelligenze o sono critiche o è inutile chiamarle intelligenze – è una politica liberticida quali che siano le sue intenzioni. Si sa a quali vicoli ciechi conducano le intenzioni quando ci mettono del loro meglio, perciò costringerle a riequilibrarsi confrontandosi con quelle peggiori di certo non guasta.

Antonio Coda

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