“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
John Crowe Ransom morì i primi giorni di luglio del 1974, aveva compiuto da poco ottantasei anni, aveva tre figli. L’anno prima era stato nominato al Nobel per la letteratura (vinto, per la cronaca, dall’australiano Patrick White); dieci anni prima l’edizione dei suoi Selected Poems, edita da Knopf, aveva ottenuto il “National Book Award”; lui non scriveva più un verso da tempo, dal 1927, per essere precisi. Rivedeva con ossessione da orafo le antiche poesie, ne misurava la tenuta e il coltivo, la liceità – il cristallino nell’occhio.
Era un uomo che sapeva incutere timore, un uomo che sapeva distinguere con ineffabile perizia il bene dal male: pareva poter fare dei tuoni un domestico lume. Nel 1930, per dire, aveva scritto un saggio di marziale potenza – e di guerresca ironia –, God without thunder, an unorthodox defense of orthodoxy, in cui prendeva le parti del Dio del Primo Testamento, geloso e vendicativo, pietoso perché inflessibile, rispetto al dio da taschino, da orecchino della modernità – rispetto al dio-scienza e al dio privato. D’altronde, introducendo la prima raccolta di poesie, Poems About God (1919), scrisse di aver tentato “di pronunciare il nome di Dio in modo sincero e spontaneo, privo di quel moto da routine che oggi va per la maggiore, nell’era della morte delle emozioni estetiche e religiose”.
Già solo l’idea di scrivere delle poesie su Dio e sui suoi dintorni faceva paura. Come si era permesso? Questo, per dire, è l’attacco di Sunset:
“So che non sei crudele che il male non dipende dalla tua volontà. Gentilezza arma i tuoi occhi: non può essercene di più negli occhi del cielo, di te ricolmi. Pensavo che un giorno saresti riuscito ad amarmi ma ora ne dubito fortemente. Non ho paura di umani rivali ma di te, Dio”.
John Crowe Ransom era nato a Pulaski, Tennessee; il padre era ministro metodista. Insegnava alla Vanderbilt University, Nashville; durante la Prima guerra aveva servito in Francia, per questo volle che i suoi gradi – “1 st Lieut. Field Artillery, A.E.F.” – risplendessero sulla copertina del suo primo libro, “affettuosamente dedicato a Christopher Morely”. La virilità, all’epoca, era un valore pari al pianto di Achille; l’amicizia qualcosa che solcava le sofisticherie dell’interesse.
In sostanza, John Crowe Ransom s’incaricò dell’altra faccia della letteratura statunitense, quella ‘sudista’. Fu l’anima dei “Fugitives”, poeti fuggiaschi dall’imperio della modernità, dalle mode imposte dalle metropoli; fu il guru degli “Agrarian”, che reagivano al dominio delle potenze finanziarie del Nord, un oltraggio alla tradizione rurale americana. Nel 1939 fondò la “Kenyon Review”, autorevole testata su cui pubblicarono, tra gli altri, Flannery O’Connor, Delmore Schwartz e Dylan Thomas; due anni dopo pubblicò The New Criticism, il libro – nato all’ombra delle ricerche di Thomas S. Eliot – che di fatto fondava un nuovo sguardo critico, concentrato sul testo letterario, libero da vieti biografismi e psicologismi rococò. Allevò una scuola di letterati di altissimo valore: aveva il coraggio di farsi sorprendere e superare. Tra costoro, primeggiano Allen Tate e Robert Penn Warren. Quest’ultimo – l’unico scrittore americano ad avere vinto il Pulitzer per il romanzo e per la poesia – lo ritrasse, nel 1984, dieci anni dopo la sua morte, in un articolo pubblicato dal “New York Times”, John Crowe Ransom: The First Poet I Ever Saw, che attacca così:
“Quando, era il settembre del 1921, feci il mio ingresso, intimorito, nella classe di letteratura inglese della Vanderbilt University, vidi per la prima volta John Crowe Ransom. Aveva poco più di trent’anni, era più basso della media, ma pareva statuario, dalla corporatura robusta, schietto il cranio, capelli castani e uno sguardo azzurro, penetrante. La sua voce, non particolarmente forte, era però straordinariamente chiara: esito, supposi, della carriera, appena conclusa, nell’esercito, come luogotenente di artiglieria. La sua cortesia era perpetua e indefinibile, fredda, certo, ma amichevole e pronta. Prestava attenzione anche alla più stupida domanda di una matricola qualunque, e rispondeva a tutti, col suo modo ponderato. È stato il primo poeta che abbia mai conosciuto, aveva pubblicato a New York un vero libro, intitolato Poems About God, che si poteva comprare in una vera libreria”.
Che di questi nomi – Ransom, Penn Warren, Tate – nessuno risuoni in modo perentorio nel nostro paese è indice: a) della nostra scarsa conoscenza del mondo statunitense; b) dell’incuria del sistema editoriale italico, prono all’ideologia più che all’avventura. I “Fugitives” sono stati letteralmente spazzati via dai “Beat”: eppure, la loro indole preme ancora al cuore degli Stati Uniti, i loro libri sono più belle della soffitta di stracci di Kerouac & Co. In Italia, Ransom trovò un traduttore d’eccezione in Giovanni Giudici. Le donne e i cavalieri, antologia di poesie di Ransom pubblicata nel 1971 da Mondadori, nello ‘Specchio’, era stata voluta da Vittorio Sereni; Giudici accolse la proposta con freddezza, finì per innamorarsi di quel “classico, incantevole poeta fugitive” (la vicenda editoriale è raccontata da Teresa Franco in L’ironia ‘romanzesca’ di John Crowe Ransom nelle traduzioni di Giovanni Giudici: “Studi Novecenteschi”, vol. 45, no. 95, gennaio-giugno 2018). Giudici aveva tradotto da poco Robert Frost, avrebbe tradotto dopo poco Sylvia Plath.
Nel 1951 il Bollingen Prize – era la terza edizione, le prime due avevano premiato Ezra Pound e Wallace Stevens – onorò un poeta ormai in disarmo da anni. Il suo silenzio gli conferì la granitica perentorietà di un classico; pareva uno dei padroni del tempo – conosceva il senso della parola missione; il padre, molto, molto tempo prima, aveva piantato il Verbo in Brasile, in luoghi remoti e austeri, impossibili ai più. Fu uno dei rari poeti morali del secolo: il suo sì era una veranda; sapeva di ogni cosa la soglia, il limite.
Per capire il carisma di un’epoca: quando JCR ottenne il National Book Award, sessant’anni fa, per il romanzo gareggiavano V. di Thomas Pynchon, Il gruppo di Mary McCarthy e Il centauro di John Updike (che vinse). Era fiero di vivere in un altro tempo, appropriato a chi scandaglia ancora il sole mentre si sfilaccia, oltre i campi, fino a quel singulto rosso. Pareva una meridiana: consapevole che ciò che si trasforma, infine, tornerà uguale a ciò che era un tempo, e così via, fino al giorno in cui la ragione andrà a maggese e il seme del Verbo germoglierà nel fuco del fuoco.
È il suo allievo più talentuoso, Robert Penn Warren – nel 1986 sarebbe stato eletto, per la seconda volta, poet laureate degli Usa – a ricordare JCR negli ultimi giorni della sua esistenza terrena:
“Ormai vecchio, John mi disse che per molto tempo si era chiesto cosa desiderasse di più dalla vita. Aveva trovato la risposta. Fare una cosa bella, mi disse. Ha scritto delle poesie bellissime – bellissima è stata la sua esistenza”.
Fare una cosa bella. Una sedia, una poesia, l’ombra delle mani sul muro, a ritroso, nei meandri della candela. Fare il bello. Credere nella resurrezione, per lui, era la bellezza in trionfo.
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Emily Hardcastle, zitella
Verremmo domattina, non abbiamo avuto il suo amore. Nessuna invidia maculerà il nostro viso ma un dono in lodi e gigli per il maestoso cerimoniale di cui non siamo gli eroi.
Ora la assistono le sorelle: occhi rossi, ira nell’iride; più giovani, ma lei era la più bella – stanchi di attendere le maritarono a mercanti, entrambi miscredenti.
Ero elegante, dondolavo nel completo sale-e-pepe erano le bellezze locali e si fidavano ciecamente dell’orgoglio, quello che prima o dopo si sbriciola.
Ma proprio ora, sulla soglia, il suo brizzolato Barone; lascia che la vestano da Sposa, da Principessa, che varchi l’arco inghirlandato, promessa allo Straniero dalle oscure dimore.
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Memore dell’inverno
Due mali, mostruosi, da entrambe le parti si impossessarono di me, riluttanti a svanire: un grido, Assenza, Assenza, nel cuore e nel bosco il fremito di un furioso inverno.
Non pensare a quando il fuoco ardeva tra i mattoni e dalle assi sigillate non eruttava il vento e io brillavo, come loro, come tutti, semplice stilo di brace, lontano dalla causa, dal calore e dal centro.
Meglio camminare nell’aria gelata e lavare le ferite nella neve; questo vuol dire guarigione: il cuore che batte con un dolore docile zuccherato dal freddo, oltre la malizia dei sentimenti.
E dove cammino, la spaventosa esplosione dell’inverno che piaga il corpo, i bulbi oculari pari a biglie: anche se il cuore non può consegnarsi al gelo, è troppo piccolo per risparmiare il sangue e sognare.
Amore mio, queste dita che un tempo ti toccarono e che unirono le nostre distinte forze queste dieci piccole dita idiote non valgono più molto: dieci ceppi uncinati al tempo.
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Uno che rifiuta Cristo
Ci sono agricoltori e agricoltori ci sono campi e campi ma nessuno dei fattori, qui intorno, sa tirare fuori da queste terre quanto io da un mero acro.
Ci sono tanti contadini che lasciano un pezzo di terra presso il recinto: amano le rose il loro profumo che gratta via quello acre del fieno.
Io non sono come loro: faccio fruttare la terra non mi fisso sui sentimenti e dato che le rose non fruttano le ho tagliate via.
Sarebbe bene che imparassero da me gli altri agricoltori. In un buon campo cresce il raccolto e non c’è nulla di peggio dell’odore di rose in un campo pieno di fieno.
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Oscurità
Quando corri verso casa in una notte di pioggia e senti le cime degli alberi scuotersi e non c’è neanche una stella amica e scorgi la tua strada oltre l’incrocio fermati, gira tre volte su te stesso, impara la logica dei perduti.
Dov’è la celeste luce che hai sognato? Dove il focolare e l’ardente cenere? Dov’è l’amore che si approssima alla luna? In un posto non peggiore di questo gli uomini perduti si lamentano e digrignano i denti.
Il fulmine è un rapace l’alba è lenta, pallida, l’amore reca una lampada ma non puoi afferrare alcuna luce: l’oscurità si cela in ognuna di esse non è mai capitato che fallisse.
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Qui giace una donna
Qui giace una donna d’alto rango, di nobile bellezza. Di brividi e di febbre morì, di febbre e di brividi, gioia del marito e delle zie e del bimbo di tre anni dei medici che si sono meravigliati del suo male.
Lei ardeva, i suoi occhi spalancati come braci e le dita che flottavano fino a confonderli – Che cosa faceva? Poi, nulla: assisa in mezzo a un labirinto di vecchi merletti, di scarti a brandelli –
Anche questo è passato: il suo fuoco declinò finché non rimase scoraggiata, fredda, come un sottile stelo bianco. Non si apre più al vino, ignifuga ai baci; il sesto stato fu l’ultimo, il freddo svanì.
Amabili signore, che possiate fiorire al lungo, ma ora dite: non è forse stata fortunata? Nei fiori, nei merletti, nel lutto con amore e onore abbiamo consegnato a Dio il riposo della sua anima – sei brevi stadi di gelo, sei di ardore.
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Opera
Conosco un uomo pio che prega quando può.
Ora trovo Dio nel bardo e nel libro a scuola e nel tempio, nel rapace e nel ruscello.
Dicono che il Dio più dolce si trova all’osteria.
Dio non pretende vino costoso ama la spuma di un boccale da tavola.
Quando il vino è alle labbra si inaugura la buona compagnia di Dio.
Vadano al diavolo cattedrali sinagoghe, chiese e le loro opere.
Quanto alla carità cristiana è roba da ridere.
Dà al mendicante tutti i tuoi risparmi perdona al fratello sette volte.
Amo la pioggia, dice l’assetata zolla come questo uomo pio.
Dio è giunto e non è strano lodare le sue opere.
Dio è giunto, il dolore è sconfitto: così canta tutta la notte –