“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Engelssturz (Caduta dell’angelo) è la prima opera del percorso espositivo, posta nel cortile del Palazzo e visibile a tutti, sottoposta alle intemperie è diventata l’immagine simbolo di questa kermesse: un san Michele, ispirato a quello di Luca Giordano (1634-1705) che, brandendo la spada, caccia gli angeli ribelli, mentre con l’indice sinistro addita il cielo per manifestare la volontà divina. L’arcangelo buca il fondo oro, simbolo a partire dal Trecento del mondo metafisico, mentre gli angeli caduti prendono consistenza nel registro basso del dipinto attraverso la materialità dei vestiti scuri e dei volti – che talvolta appaiono – trasfigurati.
Né la commistione di materiali preziosi con materiali comuni, né la simbolica iconografia del Bene vincitore sul Male, né il rimando a temi della tradizione cristiana risultano una novità nell’arte (compresa quella contemporanea), e nemmeno nella rappresentazione di Kiefer. Il tradizionale repertorio del forse maggior esponente dei “nuovi selvaggi” è qui riproposto per intero: miti antichi, astronomia, cabbala, alchimia, filosofia, storia e altri arcaici sistemi di sapere. Ci sono anche tutte le sue tecniche artistiche, non solo i fondi oro, ma anche i dipinti a tinte brune, i collage, i serpenti e i girasoli, le vetrine e le statue in gesso, compresi i famosi Heroische Sinnbilder (Simboli eroici). Fotografie queste ultime in cui l’artista si è fatto immortalare indossando l’uniforme da ufficiale della Wehrmacht del padre, mentre riproduce il saluto nazista, e che gli hanno procurato non pochi problemi. Eppure, lui sentenzierebbe, «non faccio “il quadro per il quadro”, ritengo che il quadro rappresenti la mia battaglia». E la battaglia di Kiefer è una sola, la più importante, quella che sta ai primordi dell’umanità: la colpa.
Nato nel 1945, sul finire della Seconda guerra mondiale, a Donaueschingen, nel circondario della Foresta Nera, Anselm si sente colpevole e non si dà scampo. Quel Maestro di Germania dagli occhi azzurri, che cantava Paul Celan, è Kiefer stesso insieme ai suoi contemporanei.
«Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate egli che estrae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate perché si deve ballare»
(P. Celan, Fuga di morte, traduzione di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1996).
Anselm ha messo fin dagli inizi la tragedia storica a oggetto della sua arte, si è identificato con “Egli” e ne ha assunto il fardello della colpa. È figlio della sua epoca, appartiene a quella generazione di artisti tedeschi del dopoguerra per i quali la storia nazionale, parafrasando James Joyce, ha rappresentato un incubo dal quale cercano di fuggire. Per cui il lavoro potente e poetico di Kiefer riesce a esplorare e condensare il senso di colpa di un popolo che si è macchiato dello sterminio di sei milioni di esseri umani, per evitare che il recente passato venga rimosso.
A. Kiefer, Luzifer (Lucifero), 2012-2023
Ma Anselm è artista e, in quanto tale, non gli è sufficiente riconoscere il dolore al quale appartiene, il male che lo connatura, lui lo interroga e lo combatte con i suoi mezzi. Non c’è gioia nelle sue opere, ma solo senso di rovina, una visione desolata e catastrofica del mondo: è la fine degli Eliogabalo, l’imperatore romano, morto assassinato, che ha tentato di imporre il culto del dio sole Baal come religione di Stato, a cui è dedicata la seconda stanza; è la fine dei filosofi ateniesi, di Socrate e delle Ave Maria, sui quali ha vinto la scienza; ma è anche la fine di Lucifero e degli ex angeli, le cui ali sono state soppiantate da quelle degli aeroplani che hanno permesso all’uomo di volare, superando i propri limiti. Sono gli angeli caduti.
A. Kiefer, Sol Invictus (Sole invitto), 1995
Kiefer ci mostra la fine di un’epoca che si è definita in negativo, un contro, eppure «le rovine», sostiene l’artista tedesco, «non rappresentano solo una fine, ma anche un inizio». La sua arte è un pendolo che oscilla incessante tra perdita e rinascita, alla ricerca di un tentato raggiungimento della verità, «inottenibile, ma ci si può considerevolmente avvicinare» (A. Kiefer). Per questo l’oro si unisce al piombo o in una landa desolata si inerpica un serpente, simbolo della tentazione ma anche della conoscenza proibita: è il rettile che fa la muta e, rigenerandosi, si evolve. Ma anche per questo il Sol Invictus: da un girasole ormai secco cadono semi che si spargono su una figura distesa (in realtà una posizione yoga), che è l’artista stesso, per cui dalla morte si passa alla vita, dal cielo alla terra. Dice Kiefer:
«le macerie sono come il fiore di una pianta; sono l’apice radioso di un metabolismo incessante, l’inizio di una rinascita».
Se è pur vero che questi temi tornano a distanza di anni e di sensibilità dalla caduta del Terzo Reich, in un’epoca in cui quel nazismo può dirsi ormai anacronistico, è certo che alla luce delle nuove guerre ne riattualizzano la matrice del pensiero.
«la morte è un Maestro di Germania il suo occhio è azzurro egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Maestro di Germania»
(P. Celan, Fuga di morte, cit.)
Camilla Gaetano
Tutti i crediti fotografici: “Anselm Kiefer. Angeli caduti”, Palazzo Strozzi, Firenze, 2024. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio Ⓒ Anselm Kiefer.