“Al primo parlar che si fece di peste, fu uno de’ più risoluti a negarla…”. Vittorio Sgarbi, ovvero: Don Ferrante all’epoca del Coronavirus

Posted on Marzo 11, 2020, 11:07 am
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“Don Ferrante! Chi era costui?” è la domanda che tutti dovremmo porci a proposito del video in cui Vittorio Sgarbi sostiene che il Coronavirus è un semplice raffreddore. In un diluvio di parolacce e improperi, il critico d’arte e neo-virologo per hobby sostiene l’opportunità di ignorare i decreti del Governo e andare tutti in gita a Codogno.

Magari avesse ragione! Se le cose stessero come dice lui, sarei il primo a rallegrarmene, e con me milioni di italiani. Ma avendo fatto le scuole dell’obbligo, non posso fare a meno di pensare a don Ferrante, un personaggio dei Promessi sposi che pochi dei miei lettori ricorderanno ma che torna ad essere attuale, poiché, racconta Manzoni: “Al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione”.

Don Ferrante nega che il contagio possa propagarsi da un corpo all’altro, e giacché ai suoi tempi non si poteva liquidare uno scienziato dandogli della ‘capra’ o del ‘coglione’, imbastisce un ragionamento che, mischiando superstizione e astrologia, in barba alle più elementari cognizioni scientifiche conclude che è inutile ascoltare il grido d’allarme di quei medici che consigliano di bruciare i panni degli appestati.

Don Ferrante secondo Francesco Gonin

“In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all’altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da’ venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci…?”.

Convinto delle proprie ragioni, don Ferrante non prese alcuna misura contro il contagio e, inevitabilmente, si ammalò di peste e morì. Sia chiaro: auguro a Sgarbi una lunga e felice vita, tante passeggiate in piazza del Duomo e, a ogni inverno, niente più che un banale raffreddore da sconfiggere con una tisana e due o tre notti di quello che mio nonno chiamava ‘sciroppo di cotone’, cioè una coperta calda.

Ma la sua idea di andare tutti a bisbocciare nella zona rossa mi ha fatto pensare anche a un certo don Giuseppe, il parroco di quando facevo le elementari, in Sicilia, terra di mafia. Un giorno, a proposito di certe prove di coraggio che, per sentito dire, affascinavano gli adolescenti, mi disse: “C’è un ragazzo che vuole dimostrare di essere più coraggioso degli altri, e allora mette un proiettile in una rivoltella, uno solo. Ruota il tamburo, punta la canna verso la propria testa e preme il grilletto. Se è fortunato si salva. Poi c’è un altro ragazzo che decide di non giocare con la sorte perché sa che quel coraggio non è coraggio: è incoscienza. In fin dei conti, il calcolo delle probabilità dice che entrambi si salveranno, ma a uno dei due è necessario un gran culo”.

Dunque, amici miei, per qualche giorno ancora, #stateacasa.

Francesco Consiglio

*In copertina: Alessandro Manzoni… ha profetizzato perfino Sgarbi

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