Posted on ottobre 20, 2017, 2:33 pm
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Di cosa è simbolo Varlam Salamov? Dell’arte che non soccombe di fronte al potere. Dello sguardo di ghiaccio dell’artista che non sbiadisce di fronte alla paura, alla fame, al cannibale. Il potere preme l’artista, ne intontisce i desideri, lo frusta, lo frustra. Ma non lo uccide. L’artista, se non muore di stenti nel percorso di sevizie che lo cinge, sopravvive. E rilancia. Varlam Salamov, un poeta, uno che, dice lui, “mi apprestavo a diventare Shakespeare”, nella Russia appena sovietica, nei memorabili anni Venti, di gloria, di fame e d’acciaio, viene arrestato, la prima volta, nel 1929. Di Varlam Salamov, quest’anno, scoccano diversi anniversari. Li allineo. 110 anni dalla nascita; 35 anni dalla morte (nel 1982, in una casa di riposo); 80 anni dall’arresto definitivo, nel 1937, per “attività controrivoluzionaria” (accusa adesiva che andava per la maggiore), resterà in arresto nei Gulag fino al 1951, con il permesso di ritornare a Mosca (dove ha moglie e figlia che, ovviamente, non lo riconoscono) nel 1953. Sono anche i 45 anni dall’abiura pubblica della sua opera-monstre, cioè I racconti della Kolyma, il ciclo di racconti, di pazzesca bellezza, cominciati, con la perizia di un bizantino, nel 1954.

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Varlam Salamov (1907-1982) in una fotografia dopo l’ennesimo arresto

“L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Salamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che ‘la loro problematica era stata superata dalla vita’” (Marco Binni). La “testimonianza artistica” di Salamov è di gran lunga più importante della più nota testimonianza sul sistema concentrazionario sovietico, Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn. Il libro di Solzenicyn è un immane reportage dai Gulag, scritto con impeto tolstojano. I racconti di Salamov non cedono al virus del patetico, non intendono ‘denunciare’. Salamov, fin da subito, denuncia un paio di cose scomode. Primo: “Io non credo nella letteratura. Non credo alle sue possibilità di educare gli esseri umani. L’esperienza della umanitaria letteratura russa ha portato, sotto i miei stessi occhi, alle sanguinarie brutture del ventesimo secolo”. Secondo: “Vi è una sorta di profondissima menzogna nel dire che il dolore umano diviene oggetto d’arte, che il sangue vivo, il tormento, la sofferenza appaiono in veste di quadri, versi, romanzi. Ciò è sempre falso”. Salamov, insomma, non fa sconti a nessuno, battezza tutti con bastonate sulle nocche politicamente corrette. Solzenicyn ha scritto un testo necessario, si è fatto usare dall’Occidente antisovietico, ha ottenuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1970. Salamov, severo fino al cinismo, è morto come un cane. La sua intenzione – paradossale? macché, è un abisso mistico – è sempre stata quella: scrivere i più grandi racconti mai scritti in un’epoca che non ammette la scrittura, in un tempo in cui la politica ha annientato l’arte. Per un periodo, Varlam Salamov è stato idolatrato in Italia. Il picco del suo successo ‘pop’ accadde in una antica puntata di Che tempo che fa, alla corte di Fabio Fazio, quando Roberto Saviano, quello di Gomorra, disse, “Sicuramente non sarei l’uomo che sono se non avessi letto I racconti di Kolyma che considero tra i tre libri fondamentali che hanno letteralmente cambiato il mio modo di guardare le cose”. Era il 2009. Everest di vendite. E ora? Beh, ora Salamov è passato di moda nei salotti letterari. Certo, I racconti della Kolyma ci sono ancora, ci mancherebbe, in diverse edizioni uscite da diversi anni (Einaudi, Adelphi, Baldini & Castoldi, ora c’è anche quella Newton Compton).

 

Giovanni Zimisce