Una grottesca galleria d’arte all’aria aperta a somiglianza del suo leader, con la moschea più grande dei Balcani (mentre il popolo campa con 200 euro al mese). Ritratto dell’Albania di oggi, al di là dei falsi miti

Posted on maggio 15, 2018, 6:47 am
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Ci sono date da ricordare e miti da sfatare. 8 agosto 1991. Ricordate. La nave si chiamava ‘Vlora’, era stata costruita ad Ancona, varata a Genova, venduta a una società marittima di Durazzo. Quel giorno arriva al porto di Bari. Sbarcarono in 20mila. Albanesi. L’evento ebbe la natura assoluta di un simbolo, e diventò un docufilm, La nave dolce, diretto nel 2012 da Daniele Vicari. La popolazione albanese in Italia conta, ad oggi, poco meno di mezzo milione di unità (stando al “Rapporto annuale sulla presenza dei migranti” del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali): sostanzialmente, non possiamo non conoscere un albanese. Il successo pubblico di Ermal Meta narra, a essere ottimisti, di una integrazione riuscita; dal punto di vista culturale, invece, tolti alcuni, rari nomi (Ismail Kadare, Ornela Vorpsi), la conoscenza italiana del patrimonio letterario albanese è ancora sporadica (citiamo il decisivo numero di “In forma di parole” dedicato ai Poeti della terra d’Albania, del 2002, e Il funerale senza fine, opera poematica di Visar Zhiti, edita lo scorso anno da Rubbettino). In realtà, di Albania sappiamo quasi nulla. Ne sappiamo, per lo più, tramite claim promozionali, per così dire. Ci viene detto, ad esempio, di un ‘miracolo economico’ albanese, e di un primo ministro, Edi Rama, confermato al secondo mandato nel 2017, con il vizio d’artista – ha esposto alla Biennale di Venezia – e il carisma da capopopolo, che piace a tutti, soprattutto ora che l’Albania è in ‘odore d’Europa’. Dal vero, però, le condizioni di vita in Albania sono molto difficili, i giovani continuano a lasciare il loro paese, gli stipendi medi oscillano tra i 200 e i 300 euro, i libri hanno prezzi inaccessibili ai più e la corruzione – che ha come contraltare l’indifferenza civica verso i fatti politici – è ancora dominante. Per capire l’identità dell’Albania oggi, una terra storicamente legata all’Italia – ma adesso i legami preferenziali sono con Stati Uniti e Turchia, e la Cina continua a fare affari – dove si sta costruendo la moschea più grande dei Balcani, abbiamo parlato con Nicola Pedrazzi, che collabora con l’Osservatorio Balcani e Caucaso da Tirana, e conosce il territorio albanese come le sue tasche (l’anno scorso, tra l’altro, ha firmato il libro L’Italia che sognava Enver. Partigiani, comunisti, marxisti-leninisti: gli amici italiani dell’Albania Popolare. 1943-1976). Sarà Nicola a toglierci l’utopia dalla testa e la réclame dagli occhi.

Dunque: Albania in Europa. I negoziati sono ufficialmente aperti. Come vive questa possibilità la ‘società civile’? Con disinteresse, con orgoglio, come una nuova possibilità di sviluppo?

I negoziati per l’adesione all’Ue, in realtà, non sono ufficialmente aperti. Nell’ultimo progress report la Commissione ha raccomandato al Consiglio europeo l’apertura dei negoziati, elogiando i progressi del paese; come sempre, spetta ora ai capi di Stato e di governo decidere all’unanimità, il che significa che qualora anche solo un governo Ue non fosse d’accordo, l’apertura dei negoziati verrebbe rimandata. È quanto accade alla Macedonia per la questione del veto greco sul nome, nonostante sia candidata dal 2005; non è dunque detto che i negoziati con l’Albania verranno aperti quest’anno (d’altronde lo stesso balletto si è già visto per la concessione dello status di ‘paese candidato’, due volte raccomandato dalla Commissione, due volte negato dal Consiglio, fino all’estate del 2014). Sul tema, il Consiglio europeo dovrebbe riunirsi quest’estate.
Anche in Albania vige grande confusione sulle istituzioni e sul funzionamento dell’Ue. Un fatto che non aiuta la comprensione di dove si stia andando, e in quali tempi. Ciò premesso, tutte le forze politiche del paese e la schiacciante maggioranza dei cittadini albanesi sono convintamente ‘europeisti’: il che non stupisce, perché solamente tra Grecia e Italia vive più di un milione di cittadini albanesi. Non c’è un solo albanese di Albania che non abbia almeno un parente o un amico in Ue. Conseguentemente, il benessere e i vantaggi dell’Europa unita sono ben noti, e l’Europa è vista come la via maestra per lo sviluppo, come prima porta per una vita migliore. E qui viene la frustrazione: se l’Europa è un desiderio forte, gli albanesi lo soddisfano a livello personale, con la migrazione. La fiducia sul fatto che la politica albanese sia in grado di guidare il paese in Europa è bassa, così come è basso l’interesse per la politica, che in Albania come in altri paesi della regione è sinonimo di potere.

 A tal proposito, è bene precisarlo: in Albania ancor più che in altri paesi balcanici è molto difficile parlare di ‘società civile’. Se, con riferimento a nuovi, embrionali, fermenti sociali, si sceglie di adottare quell’espressione, lo si deve fare sapendo che la ‘società civile albanese’ non è ancora assimilabile a una società civile ‘europea’. Infine, orgoglio e disinteresse/disillusione, citati nella sua domanda, sono in effetti due sentimenti che gli albanesi conoscono molto bene: il primo in relazione alla propria appartenenza nazionale, il secondo in relazione alle istituzioni del proprio Stato. Diciamo che questa mentalità diffusa mal si concilia con il progetto di integrazione politica avviato a ovest nel dopoguerra. Un processo, quello della ‘federazione’ degli stati e degli interessi europei, che ha conosciuto innumerevoli battute d’arresto, ma che ancora oggi è reso credibile proprio dalla pulsione al superamento dei nazionalismi deflagrati per l’ultima volta nel secondo conflitto mondiale. Un processo (e un racconto) cui i Balcani occidentali approdano solamente nei primi anni Duemila, non dobbiamo dimenticarlo.

Edi Rama rieletto lo scorso anno. Chi lo sostiene? Come è riuscito a consolidare la crescita dell’Albania? Ha davvero lavorato bene?

Domande difficili. Come prima cosa va detto che in Albania Edi Rama non gode della fama scintillante di cui dispone all’estero e tra gli albanesi della diaspora. Questo gli osservatori stranieri tendono a trascurarlo, soprattutto in Italia, dove negli ultimi anni la stampa ha largamente contribuito all’elaborazione del mito dello sviluppo albanese. Una narrazione giornalistica che non è politicamente innocua, perché la politica albanese utilizza (e talvolta sponsorizza direttamente) recensioni estere per legittimarsi (il 60% degli albanesi conosce e legge l’italiano, e qualora si concedesse il voto agli albanesi all’estero il consenso elettorale di Rama aumenterebbe ancora).

Al contempo, è un fatto che alle ultime elezioni il Partito Socialista di cui Rama è segretario è andato oltre le più rosee previsioni: avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi il governo è monocolore, e non ha il problema del ricatto di forze minori in maggioranza (come LSI) che aveva nella scorsa legislatura. Dall’altra parte, il Partito Democratico (che Sali Berisha ha lasciato all’incolore Lulzim Basha) è in grave crisi. Buona parte dell’ascesa di Rama si spiega dunque anche con la mancanza di concorrenza politica, perché dopo il crollo del “sistema Berisha” nel 2013 la destra albanese è rimasta senza leader e organizzazione. Va poi detto che alle ultime elezioni, nel giugno scorso, ha votato solamente il 46% degli aventi diritto: il primo partito è dunque quello degli astenuti, perché, come dicevo sopra, verso il sistema politico in Albania vige il disincanto, indipendentemente da chi governa. Perché anche se di elezione in elezione migliora, il sistema di consenso rimane ampiamente clientelare. Fatte tutte queste premesse, Rama è innegabilmente un leader capace e di grande carisma; ed è indubbio che nel corso dell’ultimo suo governo tante cose si siano ottenute: dalla candidatura all’Ue alla riforma universitaria, fino alla riforma della giustizia per ottenere un potere giudiziario finalmente indipendente dalla politica; una riforma votata due estati fa grazie alle pressioni internazionali, ma che è lungi dall’implementazione. In generale, in paesi così piccoli e in fase di accesso il cammino delle riforme è disegnato dalle delegazioni internazionali e dalla Commissione europea. Al contempo, il paradigma dello ‘sviluppo’ albanese non è sostanzialmente cambiato dall’era Berisha: apertura alle delocalizzazioni e attrazione degli investimenti esteri grazie al basso costo del lavoro e alla bassa tassazione, il tutto per riassorbire una disoccupazione che rimane alta. C’è stata senza dubbio una stretta su alcune disfunzioni croniche dello stato (segnali banali dal quotidiano: le bollette della luce ora le pagano tutti, a Tirana i parcheggi cominciano a essere a pagamento, si pensa all’inserimento di caselli autostradali…) ma la grande domanda degli albanesi a questo punto è: come faccio a pagare tutte queste nuove ‘tasse’, come faccio a rispettare le leggi e vivere nella “legalità europea” se il mio salario medio rimane di 200/300 euro al mese? In questo dilemma c’è il cortocircuito politico che potrebbe cominciare a intaccare lo strapotere del primo ministro artista (nonché l’‘europeismo’ degli albanesi). Un argine alla creativa solitudine del premier sarebbe anche auspicabile, visto che ormai il paese si sta trasformando in una galleria d’arte all’aria aperta, a immagine e somiglianza del leader. Cosa che da vedere è inquietante, soprattutto conoscendo il recente passato del paese, e considerando l’area in cui si trova l’Albania e il peso dell’‘esempio’ turco (che oggi, di fatto, si pone come concorrente all’Ue). Sullo sfondo, gigante, rimane il problema della commistione tra potere politico e criminalità. Un dato su tutti: il ministro degli Interni del primo governo Rama (Saimir Tahiri) è risultato coinvolto in indagini avviate dalla Guardia di Finanza italiana sul narcotraffico tra i due paesi. Prima delle scorse elezioni Rama ha esiliato il suo imbarazzante ministro, ma di fatto poi in parlamento i socialisti hanno difeso il proprio affiliato con l’immunità parlamentare. Quindi anche l’immagine di Rama come campione della legalità, forgiatore di una statualità finalmente europea, è ampiamente propagandistica, e non corrisponde nemmeno alla sua storia politica, perché già negli anni in cui era sindaco di Tirana, Rama permise una speculazione edilizia di cui la caotica capitale, cresciuta senza criteri che non fossero dettati dal crudo denaro, è testimone vivente. Insomma, stiamo parlando innanzitutto di un personaggio complesso e controverso, anche se poi espone le sue opere alla biennale di Venezia e la Rai gli dedica servizi appiattiti sulla retorica del cambiamento arcobaleno, con la leggerezza e la compiacenza che in genere si dedica alla cronaca rosa, non a governanti in carica.

Esiste, immagino, una classe intellettuale albanese, case editrici, un sistema dell’informazione. La libertà di espressione intellettuale è reale? Ricordo di aver intervistato il poeta Visar Zhiti, ora ambasciatore albanese a Washington DC, che sotto il governo di Hoxha, 35 anni fa, ha patito la prigione per il solo fatto di essere poeta. Ora, ovviamente, la situazione è cambiata, ma, i giornali sono davvero liberi? I libri hanno un prezzo compatibile per tutti?

Se pensiamo al regime di Enver Hoxha è evidente che è cambiato tutto: pluralismo politico, libere elezioni, libertà di parola sono novità recenti, cui gli albanesi che hanno vissuto metà della vita ‘in un altro mondo’ devono ancora abituarsi. Se la situazione è completamente, positivamente, cambiata dai tempi del confino politico e delle brutalità di cui Zhiti e tanti altri testimoni conservano memoria preziosa (una memoria che in Albania fatica ancora a divenire pubblica, perché alla ricerca storica si preferisce il mito), nel paese la libertà d’espressione non è ancora garantita a tutto tondo. Il sistema mediatico nel suo complesso è sostanzialmente al servizio della politica – come detto, nella sua dimensione clanica e clientelare più che ideologica – e le voci veramente indipendenti rimangono poche, per il semplice fatto che la libertà ha un prezzo che chi vive nel paese non può sempre permettersi di pagare. Dal punto di vista della classe intellettuale, pesa ancora il deserto lasciato dal regime comunista, che in mezzo secolo ha ucciso e perseguitato chiunque esercitasse una minima libertà di pensiero e di giudizio, uniformando il lessico e la didattica delle scuole e delle università (libri e dipartimenti universitari ne portano ancora i segni, visitarli per credere…). Esistono nuove case editrici, soprattutto dedite alla traduzione in albanese di volumi stranieri, ma il prezzo di un libro rimane proibitivo per la grande maggioranza delle famiglie albanesi, che non possono ancora concedersi beni che non siano di primissima necessità. La Fiera del Libro di Tirana che si tiene ogni autunno è molto partecipata e affollata, senza dubbio il trend è positivo. Ma il paese non è Tirana, nelle periferie la tivù rimane l’unica finestra sul mondo e i giovani albanesi che desiderano una formazione di qualità se ne vanno in Europa subito dopo il liceo, se non prima.

In Italia, lo sappiamo, da oltre vent’anni c’è una nutrita presenza di albanesi. Che rapporti ci sono tra gli albanesi d’Albania e quelli italiani?

Domanda molto interessante, alla quale non sono in grado di rispondere in maniera esaustiva. In generale, ho notato che la diaspora italiana (che come noto sta assumendo un suo profilo ‘storico’) mitizza volentieri il proprio paese d’origine, nel quale sa che non tornerà a vivere. Gli albanesi che in Albania ci vanno una volta all’anno, magari d’estate in vacanza, e commentano entusiasti i cambiamenti del loro paese d’origine, suscitano spesso e volentieri risposte infastidite negli albanesi d’Albania, che nel paese ci vivono e che di questo ‘miracolo economico’ sopportano le contraddizioni. Al contempo, gli albanesi integrati in Italia, e che magari nel frattempo sono divenuti cittadini italiani, continuano a fornire un appoggio per nuove migrazioni (il caso classico è quello delle matricole, che si fanno ospitare da parenti o amici per studiare in qualche ateneo italiano…). Per collegarmi al discorso di prima, senza dubbio un premier con il carisma e i contatti internazionali di Edi Rama ha cambiato l’immagine della diaspora albanese, soprattutto in Italia. È come se agli stereotipi negativi degli anni Novanta si fossero sostituiti nuovi stereotipi positivi (che però rimangono stereotipi!). Rama tiene in grande considerazione gli albanesi all’estero, soprattutto quelli di successo, non è un caso che nel suo governo sia stato istituito un ministero apposito per le relazioni con la diaspora, che nel novembre del 2016 ha organizzato a Tirana il primo Summit degli albanesi nel mondo. Insomma questa relazione è senza dubbio cruciale da diversi punti di vista, bisognerebbe studiarla meglio.

Come si vive in Albania, oggi? Intendo: che tenore di vita c’è, che possibilità economiche e di sviluppo culturale? I giovani albanesi restano in Albania o emigrano?

Dipende. Con un passaporto europeo e uno stipendio in euro può essere un paradiso, tanti imprenditori stranieri si innamorano sinceramente del paese e non tornerebbero indietro. Ma per chi vive dentro l’economia nazionale può essere durissima. Il tenore di vita è in crescita, ma rimane basso e tale rimarrà se la politica non si pone il problema dei salari e del lavoro. Fuori Tirana per un giovane (e soprattutto per una giovane) le possibilità di sviluppo culturale rimangono estremamente basse. Istruzione e sanità pubbliche hanno standard non europei e rimangono due forti motivazioni alla migrazione, lungi dall’essersi arrestata (nel 2017 in Francia la prima comunità di asilanti è stata quella albanese, mentre i servizi sociali italiani continuano a denunciare il fenomeno dei minori non accompagnati abbandonati nel nostro paese). In generale: si sta incomparabilmente meglio rispetto ai difficilissimi anni della caduta del regime, ma si sa che ci vorrà tanto tempo perché l’Albania possa offrire quello che offrono vicini paesi europei. ‘Meglio non aspettare e andare via subito’, è il ragionamento che fanno tanti giovani. A mio giudizio, la tragedia numero uno dell’Albania odierna è che continua a perdere le sue giovani forze. Da questo punto di vista poco è cambiato dagli anni Novanta, anche se ora la migrazione è in aereo.

Con quali Stati l’Albania ha il legame economico più forte? Che rapporti persistono con l’Italia?

Certamente con i paesi Ue, Italia in testa. Nei primi anni Novanta l’Italia è stata un paese importantissimo per l’Albania, non solo per la migrazione, ma per le missioni militari, gli aiuti, la penetrazione linguistica e culturale, gli scambi commerciali. In parte questo rimane valido ancora oggi (l’interscambio commerciale ci vede attori di prima importanza), ma va detto che nell’Albania appena uscita dal comunismo l’Italia godeva di un credito di fiducia e che non ha paragoni storici: un patrimonio su cui a mio giudizio non siamo stati assolutamente in grado di costruire una sana egemonia culturale, e che oggi, complice la concorrenza di altri paesi e l’apertura del paese verso altre aree, si sta progressivamente esaurendo. Com’è noto, nella cerniera balcanica la partita geopolitica rimane aperta: a Tirana pesano come ovvio gli Stati Uniti, ma comincia ad assumere un ruolo rilevante anche la Cina (che in Albania in realtà investe dagli anni Settanta, ma quella è un’altra storia…) e ovviamente la Turchia. Per cinque secoli, fino al 1912, l’Albania è stata una provincia dell’Impero ottomano, il paese e la capitale sono a maggioranza musulmana: è evidente che la Turchia di Erdoğan anche in Albania fa egemonia culturale, specialmente dopo la svolta autoritaria. Di fianco al parlamento albanese, nel pieno centro di Tirana, soldi pubblici turchi stanno costruendo quella che diventerà la prima moschea di tutti i Balcani. Forse non è un caso che nel 2014 il primo viaggio europeo di papa Francesco fu proprio a Tirana. Senza scadere nelle dietrologie, è evidente che in un paese misto, dove convivono musulmani, cattolici e ortodossi (parimenti perseguitati durante l’ateismo di stato) anche l’identità religiosa assume una sua valenza politica. Un fattore su cui un paese come la Turchia gioca senza farne mistero la sua strategia di penetrazione.