“Nessuno prima di lui ha osato tanto”: il libro di Giorgio Anelli su Simone Cattaneo è una pugnalata d’oro, una regola di vita

Posted on Luglio 23, 2019, 12:03 pm
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Oltre allo sguardo, ci vuole il salto; il radioso irragionevole, la turbina selvatica del rabdomante, non la mappa del geologo dei versi, di certo, del filologo, filantropo della letteratura. Il libro di Giorgio Anelli, che è poeta nella sostanza essenziale, è fuori tempo, fuori norma, anomalo, commovente, bislacco, eccessivo, inadatto, necessario. Una stilettata furtiva con coltello dalla lama d’oro. Intendo, il libro di Giorgio Anelli dedicato a Simone Cattaneo. Di culto et orfico (Giuliano Ladolfi Editore, 2019). Un libro, dico, che non tenta l’intelletto ma chiede una adesione incondizionata, scritto in una fratellanza, dieci anni dopo la morte di Cattaneo, che precede la biologia: riguarda il modo in cui Rimbaud stringe la mano a Baudelaire e Verlaine getta nell’empireo il dio biond-azzurro; la compassione con cui Hawthorne, in una duna di sabbia nei sobborghi di Liverpool, davanti al mare grigio, brutale, tocca la spalla di Melville e ne stana l’inquieto; il gelido gergo di Beckett sul muso dei retori: il Nobel bisognava darlo a Joyce. Riconoscenza, riconoscimento, inginocchiatoio. Giorgio Anelli fa di Cattaneo lo zenit della ‘nuova’ poesia italiana, l’esperienza capitale. Il suo pamphlet – scritto come Dino Campana potrebbe scrivere di Walt Whitman – ha la violenza di una chiamata, non è privo di agnizioni sulfuree (sui Cieli di Cattaneo, ad esempio: “È piena di cieli la poesia di Simone Cattaneo. Cieli desiderati, forse. Cieli evocati in nome di che cosa? Cieli privi di speranza, ai quali imporre adunate di pioggia. Tutto, di rimando, è rivolto alla terra. Il poeta guarda quasi sempre dall’alto, senza trovare l’innesto tra terra e cielo. Non accadono misteri, solo sensazioni a volte d’aria calda che suona. Il cielo è la sua ossessione”). Ha una grazia grave e cruda, questo libro, che non è né esegesi né omaggio: agitazione, piuttosto, manuale mistico, regola di vita. A Giorgio Anelli, in altro contesto, scrivo, “essendo presenti, non abbiamo bisogno di presentare né di presenziare”. Direi questo, di Simone Cattaneo – la sua presenza è tale, è così sovrabbondante, da occludere il ricordo, foss’anche il tentativo. (d.b.)

Perché Cattaneo? Che evidenza letale trovi nella sua opera?

Perché Cattaneo è un faro nella burrasca della poesia contemporanea italiana ed europea. La sua opera, credo sia veramente il seme di una nuova tradizione poetica. Questa è l’evidenza letale che emerge dai suoi versi. Non ho dubbi. Ne parlo a ragion veduta. Nessuno prima di lui ha osato tanto. Creare un genere, che rientra a pieno titolo nel canone poetico letterario italiano, un genere ‒ dicevo, unico e per ciò originale, comporta la responsabilità di un rischio per nulla calcolato ma voluto, di un maledettismo visionario che non ha precedenti nella nostra storia.

Perché Cattaneo? Che rapporto hai avuto con lui, e come si lega la tua ricerca letteraria alla sua?

Perché Cattaneo ha immaginato, vissuto, scritto versi provocatori, così come dev’essere sempre nella letteratura e in poesia: un terremoto improvviso che sconquassa non solo la città, ma che faccia sentire scosse in tutte le tue membra. Io non ho mai conosciuto Simone di persona. È morto prima che venissi a conoscenza della sua esistenza. Il mio rapporto con lui è legato alla sorte e a un testimone d’eccezione che, indirettamente, me lo ha fatto conoscere; instillando prima in me molta curiosità, e poi tutto quello che ne è conseguito, fino alla stesura di quest’ultimo libro. Il 6 settembre del 2014, al Festival di Borgomanero, Temporelli tenne una lezione proprio su Simone Cattaneo, presentandone l’opera e leggendo un’unica poesia. Fu una testimonianza eccezionale, che mi ha permesso a poco a poco di scoprire, leggere e conoscere le poesie di Simone. Infatti, chiesi prima a Giuliano Ladolfi, che mi regalò Nome e soprannome, poi a Temporelli stesso, il quale mi procurò Made in Italy e mi regalò Peace & Love, opera completa e postuma di Cattaneo. Nel 2017 ebbi un ulteriore dono graditissimo e inaspettato. Il nipote di Simone, Lorenzo, mi regalò l’ormai quasi introvabile plaquette La pioggia regge la danza. Il fulcro della ricerca letteraria di Cattaneo risale al 2004, quando il poeta esternava il desiderio di verità e il desiderio di rappresentare la realtà nel suo modo di scrivere. Proprio perché ho riconosciuto fin da subito nell’opera di Simone Cattaneo una voce potente, unica e irripetibile, ciò mi sprona a essere me stesso nell’influenza di un’eco che, come appena detto, non avrà mai rivali: credo sia il senso della tradizione, di ogni tradizione.

Perché Cattaneo? Estrai un verso, un brandello di versi dal lavoro di Cattaneo e spiegami perché per te è importante, che valore ha?

“Di tutto ciò che non so/ vorrei solo un bisbiglio…”

Aprendo a caso il libro, trovo questo verso che per me è importante perché rappresenta il vero senso della poesia. Quella verità e realtà che ti possono solo raggiungere parzialmente, da lontano, nell’imboscata di tutta la tua ignoranza.

“…Lei mi manda a quel paese e dice di andare a letto che fra poco mi
tocca correre in cantiere. Qualche pastiglia strana,
quelle per dormire e quelle per dimenticare, perché le danno
solo ai fottuti tossici che non valgono niente,
a noi le dovrebbero dare, noi che lavoriamo sodo e
non pensiamo mai a rubare”

In questi versi il valore è racchiuso non solo nella descrizione accurata di una realtà deludente quanto tutt’ora presente in Italia, bensì soprattutto nella beffarda ironia di chi, al nostro posto, cioè il poeta, ha voluto scoprire e dire una certa verità.

“…Guardo una donna dalle orrende tette cadenti e mi rifilo
una raffica di pugni in pancia. Non sono stato tradito”

Cos’hanno d’importante questi versi? Indicano il fatto che Simone non mentiva a se stesso come a nessun altro. Vivere il maledettismo, per poterlo scrivere. Scrivere del maledettismo, per smascherarne la visionarietà, della quale lascio la curiosa scoperta ai lettori.

Perché Cattaneo? A tuo avviso, nel caso di Cattaneo, la morte ha santificato l’opera o l’opera ha una forza propria che vince la morte?

Perché Cattaneo è insieme l’urlo e il silenzio che ognuno di noi si porta dentro. La gioia e la ferita di una vita in divenire. Rispetto alla domanda, sono vere entrambe le enunciazioni. Nel senso che, se dobbiamo credere ai cliché, la sua morte sicuramente fa brillare l’opera di un’aurea indissolubile. Ciò che aveva scritto e pubblicato riceveva l’imprimatur nella scelta del suicidio, a divenire opera di culto e assoluta. Ma, a mio avviso, è soprattutto vero il contrario, e tento proprio di dimostrarlo nel mio saggio. Ovvero, l’opera di Simone Cattaneo era ed è già di per sé immortale, in quanto possedeva e, a maggior ragione, possiede sempre di più oggi un chiaroveggente maledettismo mai tentato prima da nessun altro in Italia. Tanto meno in Europa. Con uno stile, quindi, e con dei messaggi ben precisi, che io leggo nell’ascolto delle sue parole profeticamente scagliateci addosso.