11 Luglio 2018

Riflessioni dentro il “chiù” dell’assiolo, il rapace che ipnotizza la notte e che un giorno, forse, diventerà uomo (comunque, è meglio degli umani che ho intorno)

L’ora è la stessa ed è lui a rintoccarla. Un fischio profondo. Ripetuto. Che unisce questa e altre notti. Come un proiettile. Che arretra le notti future in questa – come se ogni notte fosse la stessa notte, infine, finale, medesima. La casa è la culla degli stessi sogni. La stessa notte ripetuta con diabolica ostinazione.

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All’assiolo, il più piccolo tra gli strigiformi – gufi, civette, quegli uccelli lì – ha già dato dignità poetica, si sa, il Pascoli delle Myricae. Il chiù dell’assiolo, al suo orecchio lirico, prima è “una voce”, poi un “singulto”, infine un “pianto di morte”. Dall’assunto all’assoluto della morte. L’assiolo, da giorni, fischia sul pino marittimo di fronte a casa mia, la chioma è una nuvola di aghi e di pigne. Il contrasto livido è tra le voci del lungomare – il brulichio umano di chi affolla viali e locali – e la voce, sottile come uno spillo, dell’assiolo. Mentre il blabla adamitico, a ondate, finisce per sfinirsi, il fischio dell’assiolo, paziente, ripetuto, sempre uguale, continua. Sembra che il rapace stia tessendo la notte, forse se si interrompe la notte cade come un lenzuolo sbrindellato, muore. In effetti, l’assiolo termina di fischiare quando, dal fondo, appare il mignolo dell’alba, emblema del bimbo di luce che sta sorgendo. Forse l’assiolo non costruisce la notte, forse è la sentinella che forza la nascita del giorno, che rincuora la luce, la incalza.

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L’enciclopedia riduce ogni cosa al torsolo, cioè al sovrano superfluo. Questa è la voce Treccani:

assïòlo (letter. assiuòlo) s. m. [der. del lat. axio –onis (che indicava questo stesso uccello), con suffisso dim.]. – Uccello rapace notturno (Otus scops) dell’ordine strigiformi, migratore, insettivoro, comune anche in Italia; di piccola statura, con ciuffi auricolari abbastanza distinti, è usato per la caccia alle allodole. Il suo monotono grido chiù chiù, che si ode nei campi durante le notti estive, ha ispirato a G. Pascoli una poesia (L’assiuolo).

Da ciò che so, l’assiolo è monogamo, se perde l’amata non la sostituisce, ha una specie di ottusa fedeltà, mangia cavallette e cicale – in estate, perciò, i pini sono un banchetto da osteria – ogni tanto si avventa sui topi o sugli uccelletti, quando ha voglia di lotta. Di fatto, da ciò che so, l’assiolo è come un serpente: il suo sguardo ipnotizza l’uccellino, che resta così, sbigottito, alieno a sé, mentre il rapace lo preda, lo squarcia. Da ciò che sappiamo, penso, uno come Ovidio caverebbe dal cilindro lirico un mito – il fischio del maschio è una dedica sonora all’amante perduta; l’assiolo ha occhi di tigre conficcati in un corpo da gufo – noi abbiamo la didascalia enciclopedica, beati uomini ‘del fare’ che ignorano il dire dell’ignoto.

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Il fischio perpetuo lentamente lavora il cranio, lo modella. Mi stupisce la costanza. Audace. Anche se ti chiudi in camera, il fischio passa sotto i vetri, come sabbia. Risuona perfino nel tuo ricordo più lontano. Forse lo distrugge. Forse l’assiolo si nutre dei ricordi dell’uomo. Il fischio è un uncino. Entra con delicatezza nei pensieri, estrae il ricordo, rientra nel becco del rapace. Come se l’assiolo avesse una lingua lunghissima e traslucida. Il fischio dell’assiolo ti svuota – la vicina di casa si muove, di notte, come una pazza, ossessionata dal fischio, con il cuscino a farle da parrucca. Una immagine che mi dà serenità – starebbe bene in un racconto di Poe.

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Con perizia l’assiolo snida l’uomo, lo denuda, lo svuota di sé – solo il fischio c’è, per altro, come l’indice di un dito invisibile, l’anagramma di un angelo: l’assiolo infatti è invisibile.

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L’assiolo mi sembra più intelligente degli umani che mi circondano. Mi siedo all’aperto, di notte, per lasciarmi arrotolare dal fischio dell’assiolo: è come una bava, il fischio, una tela di ragno. Magari, di mattina, un giorno, l’assiolo scende dall’albero tramutato in uomo, mi saluta, prendiamo il caffè insieme.

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Ieri, a chi so io, scrivo: “Nessuno sa nulla degli altri perché tutti siamo nulla, un labirinto che sfocia nel niente. Io sono nulla, so niente della vita: mi irrita chi ha giudizi in tasca per ogni stagione. Quando guardo le stelle, irrefrenabili e pazienti, belle solo ai miei occhi umani, penso che l’uomo non è altro che questo: la bestia che si accorge che tutto il resto è un tuffo, è meglio di lui. Il giorno è la carcassa di un re, lo scavo con avida perversione”.

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Quando fischia l’assiolo anche le stelle, inglobate in quella voce, scompaiono. (d.b.)

 

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