“Potrei stare mesi su una parola… e dovremmo perdonarci di più”: dialogo con Melania Panico

Posted on ottobre 05, 2018, 10:20 am
10 mins

Melania Panico (Napoli, 1985) è laureata in Filologia moderna e insegna italiano e latino. Il suo primo libro di poesie, “Campionature di fragilità”, è stato pubblicato da La Vita Felice nel 2015; in questi giorni lo stesso editore ha stampato “Non ero preparata”. Gabriele Galloni la ha intervistata per “Pangea”. 

*

Melania PanicoNon ero preparata. Ma ora – e tutto ci dimostra di sì – lo sei. Raccontaci il libro, che giunge a distanza di tre anni dal precedente Campionature di fragilità. Il lavoro, l’evoluzione; la riscrittura eventuale e la strada percorsa – che è tanta e si vede; si legge. Vorrei quasi chiederti poesia per poesia, tanta è la curiosità.

Guarda Gabriele, io penso che gli autori siano i meno adatti a parlare dei propri libri. Per me è così. O forse questo essere i meno adatti è una maschera dietro cui nascondersi per non indagare. Non lo so. A me piace scoprirmi attraverso le letture che mi fanno gli altri, probabilmente perché è meno faticoso. Io sono una persona molto pigra. Tu dici che sono preparata. Non penso che lo sarò mai. E va bene così. Ora provo a guardarmi da fuori e ti dico che i due libri sono molto diversi. Innanzitutto cambia drasticamente il mio rapporto con due elementi fondamentali: la visione e il tempo. Non c’è poesia senza visione e noi siamo dentro il tempo. Non c’è modo di sfuggirgli. In Campionature indago la fragilità cercando di nascondermi (ma questo l’ho capito dopo), rifugiandomi nella visione che talvolta diventa circolare. Vivo il tempo come a trattenerlo, sono spaventata dal cambiamento o non riesco a sostenerlo. In Non ero preparata si scioglie tutto: penso che la poesia debba cercare la verità. La mia visione del tempo è più levigata e lineare. Ma senza pace. La vita mi ha insegnato alcune cose e allo stesso tempo non mi ha insegnato nulla (sto invecchiando?). L’ossessione per la parola è sempre quella, ovvero è la ricerca di integrità che in un certo senso mi guida da sempre. Quella che era in Campionature di fragilità è pure in Non ero preparata. Ma questo è il mio modo di lavorare: una frustrazione costante tra quello che vorrei realizzare e quello che effettivamente realizzo. Eppure questa frustrazione è tutta nella mia testa. E poi vedi, Gabriele, negli anni che sono intercorsi ho capito che quello che cercavo veramente – dal punto di vista poetico, si intende – non era tanto una coincidenza tra vita e poesia, ma l’indipendenza della parola, concentrarmi su questo.

Ho parlato troppo?

Questa è una domanda che rivolgo a tutti gli autori che intervisto. Pensi sia necessario, arrivati a un certo punto, uccidere i propri maestri? E chi sono i tuoi maestri? Una domanda che qui mi preme particolarmente, perché leggendo Non ero preparata si ha spesso l’impressione che, almeno nella scrittura, tu abbia rinnegato gran parte delle coordinate precedenti. Cambiato rotta, ecco.

No. I maestri non vanno uccisi. I maestri vanno compresi, accarezzati, accolti nelle loro fragilità. Altrimenti sarebbero dèi ma io non cerco dèi da ammirare, tantomeno da uccidere. Dai maestri ho sempre cercato il confronto e il dialogo. D’altra parte avere un maestro non significa essere sempre in accordo con lui. Il maestro è una persona. Ma è soprattutto colui che in qualche modo fa scattare una scintilla, una riflessione, che accende un fuoco. No, non mi pare che io abbia rinnegato le mie coordinate precedenti, anzi. Cambiato rotta, sì, come ti dicevo prima. Ma questo è naturale, credo. Naturale nel senso che la nostra idea del tempo non può essere fissa: noi siamo movimento.

Sei l’ideatrice e l’organizzatrice, a Napoli, di un importante e seguito evento culturale: Poesia in Galleria. Vuoi parlarcene?

È nato l’anno scorso come rassegna di poesia in una galleria d’arte con incontri quasi settimanali. Sono venuti autori da tutta Italia ed è stato un anno molto impegnativo da vari punti di vista. La cosa bella è che si è creato da subito un interesse molto forte, soprattutto tra i giovani e questo è bello. Se ho deciso di impegnarmi in questa cosa è per cercare di mettere a disposizione la bellezza. Creare un punto d’incontro e di dialogo è fondamentale e Napoli è una città che risponde agli appelli della cultura, è una città magica ed estrema. Quest’anno abbiamo trasferito la rassegna nella storica libreria evaluna a piazza Bellini e mi fa piacere non essere sola ma avere l’appoggio di Bruno di Pietro e Lia Polcari, due persone che stimo molto.

Sei molto attiva anche come critica letteraria. In che misura – se misura c’è – questo ha influenzato il tuo approccio alla scrittura poetica?

Come sai io nasco come filologa, nel senso che ho lavorato sulla parola per tutta la vita e continuo a farlo. E amo la parola. Potrei stare mesi su una sola parola. È questo che ha influenzato il mio rapporto con la scrittura. Per quanto riguarda il lavoro di critica, cerco di fare quello che posso con lucidità e resto continuamente sorpresa dalla fiducia che ripongono le persone nel mio parere. Questa è una cosa che mi fa sentire molto responsabile.

Prima ti ho domandato dei maestri. Ora ti domando dei tuoi ‘compagni di strada’. Che rapporto hai con la tua generazione?

Un ottimo rapporto. Credo che la mia generazione (anni ’80) abbia buoni nomi, ottime menti, anche se tutti amano fare i super critici con i giovani. Aspetta, ma gli over 30 sono ancora giovani?  Non mi chiedere una lista di nomi perché sono contraria alle liste. Comunque io sostengo molto i poeti della mia generazione, mi piace essere in dialogo con tutti e mi piace il confronto. Poi c’è anche la poesia scarsa, ma quella è fisiologica. Non sono neanche contraria, anche se è importante avere le idee chiare su cosa sia poesia e cosa no. Ho ancora fiducia nel lettore e nella storia. Cioè io penso che il lettore sappia riconoscere la differenza tra Ungaretti e Pinco Pallino. Comunque, in tutti i casi, se non ci pensa il lettore, ci penserà la storia.

Melania PanicoCredi che, al di fuori di se stessa, la poesia abbia oggi un suo compito? Che possa dirsi ancora testimonianza di qualcosa?

Certo. La poesia testimonia l’uomo, il suo segreto. L’uomo nella storia. Testimonia la ricerca e la luce ma anche il limite e il fallimento.

Ecco. Ora ci riallacciamo, per vie traverse, alla prima domanda. L’autobiografia, partendo dalla tua esperienza personale di autrice, è in poesia un elemento condizionante? E per quanto riguarda la tua poesia?

Mah. La poesia non è una seduta di psicoterapia. Cioè io penso che la gente sia poco interessata – o debba essere poco interessata – ai fatti miei o ai miei guai. In verità, anche io sono poco interessata ai miei guai, quindi l’elemento biografico può essere utilizzato come input (o no). Serve uno sguardo sulla realtà, nel senso che lo sguardo determina una certa poetica, ma non per forza lo sguardo deve partire dall’autobiografia. Ti può colpire qualsiasi cosa. Anche per quanto riguarda la mia poesia vale questo discorso. E comunque se anche ci dovesse essere un singolo elemento autobiografico non te lo direi mai, perché non è importante. È importante la resa della poesia, quello che siamo riusciti a realizzare e non il motivo per cui è nata quella poesia, chi se ne fotte, o no?

Prima ti ho chiesto di raccontare il tempo intercorso tra l’esordio e Non ero preparata. In ultimo, qui, ti chiedo di raccontare la Melania precedente a Campionature di fragilità.

Posso dire che sei stronzo? Hahahha

Questa domanda mi mette in difficoltà perché mi chiedi di parlare di me.

Sono stata molte Melania ma soprattutto sono stata una persona che ha ricominciato molte volte. Quando ricominci ti porti dietro qualcosa ma anche tanto spazio libero. La mia vita prima di Campionature è stata una vita molto piena ma sai un segreto? Non gli ho dato importanza. “Certi passati spaventano anche da seduti”, ma noi non siamo il nostro passato. Siamo forza e resa. Dovremmo perdonarci di più.

Gabriele Galloni