“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto…

Posted on Settembre 21, 2019, 8:35 am
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Quando la strada asfaltata termina, il sentiero prosegue sotto il sole – sembra in effetti di essere ai Tropici con questa temperatura, più che in Tirolo.

Un passo dopo l’altro, lentamente il castello di Brunnenburg si avvicina, con il solido corpo centrale quadrato, i merli rivolti al cielo e i mattoni bruniti coperti d’edera, gli alberi altissimi che arrivano a sfiorare i cornicioni, le torri rotondeggianti e lo slargo calcinato che si presenta al visitatore dall’ingresso. D’altronde sono le quattro del pomeriggio e, tranne gli alberi e i fianchi del monte più o meno tutto sembra avvolto in biancore perlaceo.

Al cancello declino il mio nome alla giovane che accoglie i visitatori (attratti dal castello e dalle tracce poundiane): mi accompagnerà subito, dice, la signora de Rachewiltz mi sta aspettando. Solo un secondo per far entrare due turisti con lo zaino e lo sguardo stordito dal sole. Poi andiamo. Sono molto in anticipo ma so che a Mary de Rachewiltz non dispiacerà, anzi.

Lei è la figlia di Ezra Pound, il poeta dei Cantos, e della violinista Olga Rudge: qualche amico veneziano se li ricorda ancora, seduti al bar Cucciolo alle Zattere. La loro casa era poco distante.

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Ingresso al castello: il faccione di Ezra Pound secondo lo scultore Henri Gaudier-Brzeska

Dopo il cortile con un gelso dai frutti bruni, si arriva al pino gigantesco che sta a guardia dell’entrata principale: sotto, nell’ombra, la celebre scultura di Pound di Gaudier Brzeska sembra dare il benvenuto ai visitatori. Severa, scura, essenziale: già racconta un tratto di storia poundiana.

Mary de Rachewiltz non è ‘solo’ la figlia di Ezra Pound, ne è anche la traduttrice, colei che sola ha potuto orientarsi e dare un ordine alla massa fiammeggiante dei Cantos per renderli in italiano, lei stessa poetessa, scrittrice, traduttrice e donna straordinaria e cosmopolita, gran dama di un mondo scomparso e genio tutelare di ricordi e lasciti dell’universo di Pound. Parla diverse lingue, sposò molto giovane l’egittologo principe italo russo Boris de Rachewiltz, ha tradotto opere di E.E. Cummings, Robinson Jeffers, Ronad Duncan e Denise Levertow, pubblicato parecchi volumi di versi.

Oltre a donare gran parte della collezione di manoscritti, libri e oggetti di Pound all’Università di Yale (curò l’Archivio Pound alla Beinecke Library per 25 anni) ha dedicato la propria vita all’opera del padre, anzi, di “Pound” come lo chiama e ancora oggi a quasi 95 anni (“ormai posso dichiarare la mia età tranquillamente”) non smette un solo giorno di leggere i Cantos, di ordinare la mole imponente dei documenti di Pound, di venerarne la memoria. E poi i Pisan Cantos dalla “musicalità intraducibile”, perché i Cantos non finiscono mai, al contrario, “i Pisani sono infiniti”…

Ha tentato diverse volte di dissociare il nome del poeta dalla famigerata “Casa Pound” – “Pound una vera casa, tra l’altro, non l’ha mai avuta…” – e non ci è riuscita. Come suo padre, riceve chiunque desideri di parlare con lei di letteratura o le chieda un consiglio o un parere su quanto va scrivendo. Da letterata autentica esorta i giovani ad andare dai poeti, dai “maestri”, e parlare con loro prima che sia troppo tardi: “anche Pound sosteneva che bisogna andare a trovare i grandi…”.

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Io la conobbi anni fa per un mio piccolo scritto sul poeta, che conteneva diverse imprecisioni ma di cui lei notò – se non altro – la serietà degli intenti: quando ci presentarono mi allargò le braccia come rivedesse un’amica da tempo lontana. Negli anni seguenti ci siamo tenute in contatto: lei mi dava consigli su studiosi poundiani, io le inviavo i miei scritti e soprattutto quelli veneziani, pubblicati o da pubblicare. Sulla poesia e su Venezia ci siamo davvero incontrate: Venezia anche se non ci si sta sempre è una postura dell’anima, un’attitudine della mente e del cuore. E queste non si possono dimenticare: le si ha o non le si ha. Sia Mary sia io le abbiamo. Un po’ come Croce si era “fatto un’anima dantesca” noi ci siamo “fatte un’anima veneziana”: si ricorda di Calle del paradiso, rivendica a sé alcuni luoghi, alcune tinte di quel libro.

Il personaggio femminile “sono io” mi scrisse, in un biglietto coperto in ogni millimetro della sua grafia irregolare e soprattutto dei suoi pensieri criptici, degni di Pound. Ancora oggi quel biglietto resta per me un enigma, un meraviglioso enigma “alla Pound” che, tra le tante divine qualità, possedeva anche un robusto e sottile senso dell’umorismo: con la genialità, sua figlia l’ha evidentemente ereditato nel proprio patrimonio genetico.

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Il castello dove vive è diviso in varie dépendances: un paio ospitano vari musei dell’agricoltura, in un’altra zona si apre la scenografica sala dei cavalieri, nel cortile interno la bellissima fontana con ippogrifo appollaiato sul piccolo lago verde dell’acqua riceve visitatori casuali, letterati, studiosi, vicini di casa. Infine c’è la ‘stanza di Pound’, che raccoglie le sedie a sdraio fatte a mano dal poeta – era, tra l’altro, un eccezionale bricoleur –, le tesi di laurea scritte su di lui, le lettere di Hemingway, degli editori e colleghi poeti e scrittori, i manoscritti (alcuni inediti). Le migliaia di volumi poundiani sono disseminate in questa stanza dalle pareti altissime, nel soggiorno con il divano azzurro dove Mary de Rachewiltz riceve gli ospiti e nel suo appartamento privato, abbarbicato sopra la torre tondeggiante. C’era solo da immaginarlo che questa creatura impavida avrebbe scelto di abitare nel lato più scomodo e impervio dell’intero castello.

Il soggiorno dalle ampie finestre che guardano la valle sottostante e il divano azzurro (“lì mia madre stava distesa e apriva le tende per mostrare il panorama a chi veniva a trovarla”) ospita un’immensa collezione di scarabei egizi, di tutte le forme e colori, ritratti di famiglia alle pareti opera di una nipote e ancora un’infinità di libri: i libri sono ovunque in questa dimora, non solo ricoprono le pareti dal pavimento al soffitto ma stanno accumulati in pile sistematiche, escono da ogni cassetto, occhieggiano da sotto un tavolo, una scrivania, una sedia.

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Paola Tonussi insieme a Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound e custode della sua memoria

Parliamo a lungo: dei Cantos, di come Pound scriveva, di come l’hanno trattato (“una ferita ancora aperta” per Massimo Cacciari), di San Michele dov’è sepolto. Parliamo un poco in italiano e un poco in inglese – molto poundiano tutto questo – e di Venezia, dove Mary torna almeno una volta all’anno per l’anniversario del funerale di Pound.

Verrà anche quest’anno e di certo c’incontreremo di nuovo: Alessandro Rivali (l’amico poeta che ha pubblicato le conversazioni con lei sotto lo splendido titolo desunto da Pound, Ho cercato di scrivere paradiso) e io speriamo di convincerla a venire anche alla presentazione veneziana del libro. Chissà, forse…

Ma sono troppo belli i versi di Pound, per non citarli tutti:

I have tried to write Paradise
Do not move
Let the wind speak
that is paradise.

Ho cercato di scrivere Paradiso
Non ti muovere,
Lascia parlare il vento
Questo è Paradiso (Canto CXX)

Mary mi mostra alcune foto rarissime (e inimmaginabili) di suo padre nell’abitino a balze di pizzo del battesimo: ce l’ha ancora e deve tirarlo fuori, lavarlo e inamidarlo per l’ultima nata di famiglia. Fa impressione vedere il mostro sacro del Novecento e della letteratura di ogni tempo abbigliato da pupo vittoriano: un infante minuscolo sotto le arricciature dei pizzi ma dall’occhio già vivido. Sua figlia gli somiglia in modo sorprendente: negli occhi e nel carattere forte, nella voglia di perfezione che sottende ogni verso tradotto, nella dedizione totale alla poesia.

Mary de Rachewiltz mi offre tè bollente o acqua e menta, posso scegliere, e sorride ancora quando opto per il tè, rigorosamente al latte – “fa caldo, ma pare giovi contro il caldo” – in un servizio di porcellana finissima che avrebbe fatto la gioia di Gozzano. Mi mostra l’archivio, una cassettiera cubica contenente patrimoni: “pare che non lo possa donare a Yale”, che adesso non possa più lasciare l’Italia. “Ma il governo italiano cos’ha mai fatto per Pound”? Tuttavia alla sua età non vuole più lottare contro schemi, pregiudizi e burocrazia: l’unica cosa che le importa è finire di ordinare l’archivio, avrebbe bisogno di qualcuno che l’aiuti, “ma lavori davvero”. Già: “Non importa quale sia l’idea di un uomo, ma a quale profondità abbia quell’idea” affermava Pound.

A Brunnenburg lui ha vissuto dal 1958 fino alla morte, con pause a Venezia. In queste stanze ha terminato i Cantos, il poema immenso che ha dato all’America la sua Divina Commedia. Qui il vecchio dall’aspetto di profeta che quasi non parlava più cercava il “suo paradiso”, la “luce”, lo “splendore del cuore”. Sì, perché sosteneva che “Beauty is difficult”, “La Bellezza è difficile” e lui alla fine voleva trovare la pace, esser lasciato solo a “contemplare”. Il castello era diventato un rifugio, uno scrigno e un modus vivendi:

il tempio è sacro perché non è in vendita (Canto XCVII)

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Ho detto a Mary come il frammento che apre il libro di Rivali,

Hast thou 2 loaves of bread
Sell one + with the dole
Buy straightaway some hyacinths
To feed thy soul.

Se hai due pani
vendine uno e con la mercede
compera subito giacinti
per nutrire la tua anima

mi ricorda una frase della Campo: “Il destino non è nel campo che si possiede ma nella perla per cui si vende quel campo” e la trova d’accordo quest’analogia nell’anima, quel suo peso specifico con cui veniamo al mondo. Per alcuni è un dovere, questo “feed the soul”, questo nutrimento dell’anima, o è quasi una predestinazione e poi “parlare più lingue è avere più culture di riferimento”. Così mi versa un’altra tazza di tè, se lo gradisco.

Ti guarda, Mary de Rachewiltz, con gli stessi occhi azzurro cristallo e lo stesso sorriso di Ezra Pound. Poi chiude il libro, “Sì, I have tried to write Paradise” ma non avrebbe voluto vedersi in copertina: c’è un fondo di timidezza in questa donna che ha conosciuto tutti nell’arte del Novecento e di cui lei stessa fa parte, una discrezione che ha qualcosa di commovente, un raffinatissimo savoir faire che parla sottovoce in un mondo capace solo di travolgere e urlare, un senso di appropriatezza che ti lascia un segno dentro per non farsi dimenticare.

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Le ho portato un manifestino e il programma di un ciclo di conferenze su Pound e i suoi artisti tenutosi alla Tate Gallery a Londra, nell’anno 1985: avevo frequentato assiduamente quegli incontri con la mia amica Anna. Mary non ce l’ha e glielo offro subito: lei accetta poi rifiuta, meglio lo tenga tu – dice – “qui ho già troppo a cui badare e se dovessi averne bisogno, so dove trovarlo”. Però me lo sigla: “Visto, si tenga! – MdeR.” E non manca con generosità – la stessa generosità del padre – di donarmi un volume di suoi versi con dedica.

Nei suoi versi si legge di una natura amica e misteriosa:

…la vista
Sui monti è tanto vasta che l’orecchio
‘pari suono ampio chiede’ (Anch’io vorrei…)

un “regno di fiori” per “condurci a suon di foglia” (Nel regno dei fiori), un grande amore per le montagne intorno alla propria casa:

affinché duri la viva siepe
di musica che cinge
il castello. (La viva siepe)

E poi sempre nella lingua magica della poesia traluce in filigrana la preoccupazione per l’“opera”, “l’opera di Pound”:

…Ora
chiedo di non spezzare
il filo serico che
mi accingo ad annodare. (Hai forzato la soglia)

Le ore vanno troppo veloci.
Ci tiene ad accompagnarmi al cancello malgrado il caldo feroce, che non accenna a diminuire: “Mia madre mi diceva: bisogna darsi delle regole and then… stick to it! So I’ll stick to it!” ossia attenersi alle regole che ci si è dati. Una “regola” di Mary è, dopo lo studio, camminare sempre tutti i giorni.

Scendendo, passiamo accanto al tavolo e alla panchina dal sedile inciso con due versi dal Canto CXVI:

A little light, like a rushlight
to lead back to splendour

Un po’ di luce, come un barlume
ci riconduca allo splendore

Quello “splendore” Mary de Rachewiltz lo offre a chiunque apra la sua traduzione dei Cantos. Per frammenti di tempo e di luce me l’ha fatto vivere accanto a lei, al castello di Brunnenburg.

Paola Tonussi

*Paola Tonussi ha pubblicato quest’anno con Salerno la biografia di Emily Brontë

**In copertina: Ezra Pound secondo Wyndham Lewis, 1939