Vita di Leonardo Sciascia, “un uomo di lettere”, l’intellettuale inesorabile

Posted on Giugno 06, 2020, 10:15 am
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A Leonardo Sciascia non piaceva il termine intellettuale, lui si definiva solamente “un uomo di lettere”. Il compito morale e culturale che si diede era quello di far emergere i mali che attanagliavano una società. La sua figura di scrittore e polemista è stata paragonata a un’altro intellettuale a lui coevo: Pasolini. Caratterialmente molto diversi, Pasolini provocatore ed egocentrico, Sciascia riservato e composto, ma tutti e due uniti dalla lotta contro l’ipocrisia ed il falso moralismo: “Sono nato a Racalmuto in provincia di Agrigento, l’8 gennaio del 1921. E nelle scuole elementari di Recalmuto ho insegnato fino al 1957” (Le Parrocchie di Regalpetra).

Queste le poche righe autobiografiche di presentazione che Sciascia inserì nella nota introduttiva in occasione della pubblicazione del suo primo libro, Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato nel 1956. L’opera si inserisce in un contesto in cui lo scrittore ha voluto dipingere la realtà siciliana, limitatamente a Regalpetra, nel cui nome di pura fantasia si riconosce la cittadina di Racalmuto.

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La fase di adolescenziale di Leonardo coincide con la propria formazione intellettuale per mezzo delle prime letture: Hugo, Dumas, Manzoni. Proprio dalla lettura de I promessi sposi, Leonardo capì del potere che aveva la scrittura come “azione-morale”.

Grazie alla passione per la letteratura sentirà nella propria coscienza il dovere di partecipare a quanto accade nella penisola italiana ed in Europa durante l’instaurarsi dei regimi totalitari. A ventinove anni pubblica il primo libro di racconti pubblicato a proprie spese, intitolato Favole della dittatura, ispirato alla Fattoria degli animali di Orwell. L’opera venne recensita positivamente da Pier Paolo Pasolini nel 1951 per il giornale La libertà d’Italia. L’articolo di Pasolini diede inizio ad un’amicizia e convergenza intellettuale tra i due. La riflessione sociologica sulla Sicilia prosegue con la raccolta di racconti intitolata Gli zii di Sicilia, pubblicata nel 1958 per ‘I Gettoni’ Einaudi, collana diretta da Elio Vittorini.

Nell’analisi della società siciliana, Sciascia si trova sin da subito ad affrontare uno degli aspetti più deturpanti, il fenomeno mafioso, che in quella terra ha origini arcaiche e nel corso dei secoli si è adeguata ai diversi contesti. Lo scrittore ha affrontato per la prima volta il tema della mafia già nelle Parrocchie di Regalpetra; il tema del fenomeno mafioso rappresenta soltanto l’antefatto dell’analisi che lo scrittore affronterà successivamente. Nelle Parrocchie di Regalpetra, vengono distinti due tipi di mafie: una fatta di “atteggiamenti” e l’altra di “ammazzamenti”.

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Il Giorno della Civetta pubblicato nel 1961 per Einaudi, è annoverato nel genere poliziesco, fu il primo a trattare esplicitamente il tema della mafia. Lo spunto del romanzo è tratto da un fatto di cronaca avvenuto a Sciacca nel gennaio del 1947 in cui venne ucciso il sindacalista Accursio Miraglia. Nella nota introduttiva in un’edizione del 1971, Sciascia dichiarò che prima dell’uscita del romanzo, il fenomeno mafioso fosse coperto e negato dalla politica nazionale. Solamente dopo il successo del romanzo, venne deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia. Le due figure chiave del romanzo sono il mafioso Mariano Arena e il capitano Bellodi, ispirato dalla figura di Renato Candia, ufficiale dei Carabinieri a Caltanissetta e amico di Sciascia. Le due figure vengono rese iperboliche dall’autore seppur senza togliere nulla al loro carattere di veridicità. A don Mariano Arena lo scrittore ha fornito segni di figura epica, rappresenta il simbolo di una mafia invisibile e che non si lascia scalfire dai tempi nuovi. Egli è sempre efficiente, in grado di reagire ad ogni avversità. L’ufficiale dei carabinieri possiede in sé i caratteri di una letterarietà sulla quale agisce profondamente la radicata convinzione dell’inferiorità del siciliano di fronte all’uomo che proviene dal nord.

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Un altro grande successo letterario accade con A ciascuno il suo, pubblicato nel 1966 in cui l’autore conduce un’indagine psicologica che va oltre l’intreccio poliziesco. Anche questo romanzo è ispirato da un fatto di cronaca avvenuto nel 1960 ad Agrigento che ebbe un grosso risalto nell’opinione pubblica. Un commissario di polizia locale, Cataldo Tandoj venne ucciso mentre passeggiava per le vie della città con la moglie. Quest’ultima aveva una relazione extraconiugale con un noto psichiatra di Agrigento, il professor Mario La Loggia. Contemporaneamente all’uccisione del commissario venne ucciso dagli stessi killer un giovane studente che per caso passava vicino il luogo dell’omicidio. Vennero subito arrestati la moglie del commissario e il suo amante, La Loggia, ma subito dopo vennero scarcerati perché la pista passionale venne scartata in favore di quella mafiosa. Le successive lettere anonime inviate agli inquirenti, le reticenze che coprivano la semplice verità che metteva in mostra i disvalori della borghesia della cittadina di provincia siciliana.

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Grazie al successo delle sue opere, Sciascia diventò una sorte di totem per gli scrittori, saggisti ed intellettuali siciliani. La porta della sua casa sarà sempre aperta a lettori, scrittori, magistrati, e amici che volevano scambiare un parere o che cercavano un consiglio sulla stesura di un romanzo, racconto. Nel 1970, Sciascia si trasferisce  a Palermo insieme alla sua famiglia. Nella capitale siciliana è testimone di due fenomeni tra loro collegati: l’abusivismo edilizio che ridisegnò Palermo, il cosiddetto “Sacco di Palermo” ad opera dell’allora assessore ai lavori pubblici del comune Vito Ciancimino, che nello stravolgere il piano regolatore permise a varie aziende edili tutte riconducibili a boss mafiosi di ottenere appalti per la costruzione di interi quartieri, e i numerosi omicidi causati dalle vendette di mafia tra le diverse cosche palermitane. Questa realtà fatta di violenza ispira Sciascia alla composizione del nuovo romanzo intitolato Il contesto, in cui viene analizzata la fase storica che stava subendo l’Italia, fondata sulla collusione dei poteri istituzionali con la criminalità. La denuncia contro la politica del compromesso e sull’utilizzo strumentale della religione cattolica ad uso politico viene effettuata da Sciascia tramite il nuovo romanzo intitolato Todo modo, pubblicato nel 1974. Nel 1976 Elio Petri tramuterà il romanzo in un film che però si discosta molto dalla trama del libro. Petri incentrò il film su una denuncia ai danni della politica dell’intrigo della Democrazia cristiana.

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Dopo la morte di Pasolini è rimasto Sciascia ad impersonare il ruolo dell’“intellettuale dissidente”. Il rapimento di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo del 1978 ed il suo assassinio impone di analizzare a fondo la vicenda per ricercare la verità. Sciascia lo fa scrivendo un saggio pubblicato a puntate sul Corriere della sera, un breve pamphlet scritto dopo due mesi la morte del presidente della Democrazia cristiana.

Lo scrittore analizza a fondo le lettere scritte da Moro all’interno della “prigione del popolo” e recapitate ai dirigenti del suo partito, dandone un’interpretazione diversa da quella data da ‘amici’ di Moro della DC, che ritenevano le lettere scritte sotto costrizione psicologica da parte dei suoi carcerieri, quindi non attendibili. Per Sciascia il rapimento di Moro favoriva “l’acquietamento e quella concordia per cui il quarto governo presieduto dall’onorevole Andreotti veniva approvato senza discussione in aula”. Lo scrittore siciliano fu il primo intellettuale a dichiarare apertamente che Moro sarebbe potuto essere stato salvato, che gli esecutori morali della sua evitabile condanna erano i suoi stessi colleghi di partito, appoggiati dal Partito Comunista fautore della politica della ‘fermezza’. Il saggio pubblicato prima in Francia e poi in Italia generò una miriade di polemiche. Tra tutte quella di Eugenio Scalfari in un editoriale su Repubblica che accusò Sciascia, senza mezzi termini, di aver scritto un saggio soltanto per attirare l’attenzione su di sé.

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Nel 1979 si svolgono le elezioni politiche ed europee. Marco Pannella, segretario del Partito Radicale va a Palermo per cercare di arruolare Sciascia come capolista per il Parlamento italiano tra le file del suo partito. Pannella dichiarò allo scrittore di voler costruire l’agenda politica secondo i dettami etici che Sciascia mostrava nei suoi libri. A questa proposta lo scrittore rimase interdetto, non si aspettava che un partito politico potesse stilare un programma sulle idee di un intellettuale. Accettò la candidatura. I risultati delle elezioni furono straordinari. Il Partito Radicale vide quadruplicare i propri seggi. Lo scrittore venne eletto alla Camera dei deputati. L’onorevole Sciascia prese alloggio a Roma all’Hotel Nazionale per tutto il periodo della legislatura. Il primo discorso di Sciascia alla Camera dei Deputati avvenne il 10 agosto del 1979, motivando il voto sfavorevole alla fiducia del governo Cossiga.

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Nel frattempo, da Palermo giungono notizie sempre più drammatiche. Prima l’uccisione del capo della squadra mobile Boris Giuliano, e pochi mesi dopo quella del giudice e parlamentare Cesare Terranova che Sciascia conosceva personalmente. Solo in seguito all’omicidio del segretario del PCI siciliano Pio la Torre, avvenuto nel 1982, Sciascia si rese conto dell’ormai avvenuto mutamento che aveva avuto l’organizzazione mafiosa. In un articolo sul Corriere della sera, scrisse che le indagini si dovevano concentrare sull’analisi dei conti correnti nelle banche.

Il 10 gennaio del 1987 il Corriere della sera pubblicò l’articolo di Sciascia intitolato I professionisti dell’antimafia, che scatenerà una miriade di violente e infinite polemiche. L’articolo si apriva con l’analisi intorno a un saggio dello storico anglosassone Christopher Duggan sulla commistione tra fascismo e mafia. Nella seconda parte lo scrittore voleva mettere in guardia da chi faceva dello slogan della lotta alla mafia una mera propaganda per scopi di carriera, pur di fatto non combattendo la mafia. Nell’articolo lo scrittore citò come esempi emblematici del carrierismo il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che organizzava manifestazioni, convegni, propugnando valori antimafiosi ma non interessandosi ai reali problemi del comune che amministrava e Paolo Borsellino che era stato appena nominato procuratore di Marsala dal Csm , pur non avendo i requisiti dell’anzianità di servizio. Dopo qualche mese dall’uscita dell’articolo, Sciascia e Borsellino s’incontrarono in una manifestazione pubblica a Marsala. I due ebbero modo di chiarirsi e da lì ne nacque un’amicizia. Qualche anno dopo, Borsellino sosterrà che l’articolo di Sciascia fu strumentalizzato da chi voleva ridimensionare il pool antimafia di Palermo in occasione della mancata nomina di Giovanni Falcone e della sostituzione di Procuratore capo di Palermo Antonino Caponnetto.

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In quegli anni Sciascia inizia a accusare diversi disturbi alla salute, un dolore a una vertebra che si fece cronico dopo essere caduto nella sua casa qualche anno prima e continui attacchi di tosse, che altro non erano se non i segni di una malattia incurabile che avanzava inesorabilmente, ma nulla riesce a fermare la sua scrittura. Scrive articoli per La Stampa e un nuovo romanzo, che sarà anche l’ultimo, Una storia semplice, pubblicato il 20 novembre del 1989 il giorno dopo la sua morte. Nel racconto che a tutti gli effetti è il suo testamento morale, lo scrittore mantiene il genere del giallo, dove esprime tutta la sua concezione sulla giustizia italiana, riassunto nell’incipit nella massima di Dürrenmatt: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”. Con questo romanzo si chiude la carriera di scrittore e la vita di Leonardo Sciascia. Scrittura e verità, un binomio inscindibile per chi come Sciascia ha fatto della scrittura un mezzo per la ricerca della verità, anche quando questa è scomoda. Questa è la lezione del maestro di Regalpetra.

Lorenzo Bravi

*In copertina: Leonardo Sciascia nel 1986, photo Angelo Pitrone