Hebe Uhart: lo scrittore ha bisogno di solitudine. E deve stare lontano dal potere

Schiva, solitaria, disciplinata. Intervistiamo la grande scrittrice argentina. "Non esiste il racconto perfetto. Ma la solitudine è necessaria, migliora l'attenzione e la lucidità della scrittura"

Posted on novembre 22, 2017, 3:43 pm
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Faccia pazzesca. Da fauno. Intrisa di geroglifici. Come se ogni racconto fosse lapidariamente vergato sul volto. Incisa nella disciplina “dell’osservare”, come dice lei, lasciando che il racconto scorra, annientando l’ego di legno dello scrittore. Quando Hebe Uhart fu tradotta in Italia, troppo tardi, già ritenuta tra i massimi scrittori argentini di sempre, nel 2015, per Calebuig, bravissimi, si urlò al miracolo o quasi (“Auguriamo che Calabuig pubblichi altro, di questa indomita signora”, auspicò Goffredo Fofi, su Internazionale; in effetti, lo stesso editore pubblicò, l’anno dopo, Turismo urbano). libro Huart“Dicono che sia una signora schiva e dal carattere spigoloso, poco interessata alla circolazione dei suoi racconti. Eppure, chi ha avuto la fortuna di leggerla non l’ha più abbandonata”, sintetizzò così la sagoma trapezoidale e diffidente della Uhart, Repubblica. In effetti, è così. Ritrosa, lapidaria, iconica, secondo lo scrittore e critico argentino Elvio Gandolfo, Hebe Uhart è tra quegli scrittori il cui modo di guardare le cose produce un modo di dire, uno stile: come Eudora Welty, Felisberto Hernández, Juan José Millás e Clarice Lispector, “ed è uno dei più solidi e sorprendenti narratori rioplatensi”. Per lo scrittore Rodolfo Fogwill, Hebe Uhart è semplicemente la maggiore scrittrice argentina. “Che cosa vuol dire?”, dice lei, ogni volta che le ricordano tale verdetto, “che cosa significa? Nulla”. Chi la conosce sa che in Hebe Uhart non ci sono finzioni; le dà fastidio fare riferimento ai tanti riconoscimenti (lo ha detto in più di una occasione), preferisce parlare di altro, dei suoi viaggi, per esempio, o di quello che la motiva quando scrive: il contatto con le persone, i paesaggi, gli animali, le situazioni intime, minime, come una situazione intima è quella che appare all’inizio di Guiando la hiedra, uno dei suoi racconti più conosciuti. “Qui sto sistemando le piante, in modo che non s’intralcino l’una con l’altra, che non ci siano parti morte né formiche. Mi fa piacere osservare che crescano così poco; sono sensibili e si adattano ai loro vasi; se sono piccoli, si restringono, se c’è spazio, si allargano. Sono differenti dalle persone: certe persone, pur avendo una base meschina, acquistano una tale frondosità che non riusiamo a percepire la loro dimensione reale; altri, di grande cuore e capacità, sono schiacciati e disorientati dal peso della vita. Penso a questo quando annaffio e trapianto, ai diversi modi di essere delle piante”. Nel corso della sua carriera, Hebe Uhart ha lavorato come insegnante, ha collaborato con varie riviste e scritto libri di racconti come El Budín esponjoso (1977) e La luz de un nuevo día (1983); romanzi come Camilo asciende (1987) e Mudanzas (1995), tradotto in italiano come Traslochi, nel 2015, e cronache di viaggio come Viajera crónica (2011) e De aquí para allá (2016). Nel luglio di quest’anno ha ricevuto il Premio Iberoamericano de Narrativa Manuel Rojas (valore: 60mila dollari), assegnato annualmente dal 2012 dal Consiglio Nazionale della Cultura e delle Arti del governo cileno allo scrittore che si è maggiormente distinto nel mondo della letteratura ispanoamericana.

 

Intanto. Lei è maestra indiscussa nell’arte del racconto: da dove trae le sue ispirazioni? Qual è il segreto – se esiste – per scrivere il racconto perfetto?

“Intanto. Non esiste il racconto perfetto. In generale, mi ispirano i contatti con le persone, gli animali, i paesaggi, le situazioni intime, le vita della gente. Mi tengo sempre ancorata alla realtà. Per questo, la parola ‘ispirazione’ mi suona strana. Piuttosto, preferirei parlare del lavoro dell’osservare”.

Che rapporto esiste a suo avviso tra scrittore e pubblico, tra lo scrittore e la solitudine? Quanto è importante la solitudine per consolidare la voce dello scrittore?

“La solitudine produce una attenzione di migliore qualità. Il rapporto con il pubblico equivale al tempo della semina e a quello del raccolto. Quando semini, sei da solo. Quando raccogli, fai lezione, dai interviste, eccetera”.

Quali sono i suoi maestri? Che relazione intrattiene con la specificità della letteratura argentina?

“Il mio grande maestro è il narratore uruguaiano Felisberto Hernández. La letteratura argentina, a differenza di quella spagnola che è pregna di retorica, è caratterizzata dallo scrivere come si parla. Lo ha detto, alla fine del XIX secolo, Lucio V. Mansilla, ‘io scrivo come parlo’”.

Conosce la letteratura italiana? In particolare, ama alcuni scrittori?

“Non conosco la letteratura italiana contemporanea. Però apprezzo molto ciò che hanno scritto Pier Paolo Pasolini e Vasco Pratolini. E Montale”.

Come dovrebbe relazionarsi lo scrittore con la Storia, con la politica, con il potere: deve ingorarle o penetrarle?

libro Huart “Relazione con la politica. Mi affascinano gli scrittori in cui la politica è la sostanza della loro esistenza quotidiana. Il caso di Natalia Ginzburg, ad esempio. Nel mio caso, ho molte difficoltà, non mi è facile fare politica con la letteratura. In un certo modo, però, quando scrivo storie di gente comune, che viene dai villaggi, dai piccoli borghi, dalle comunità indigene, penso che questa sia una forma per riscattare la presenza di chi non ha voce. I politici hanno voce, gli artisti hanno voce, ma tutte queste persone generalmente non sono comprese, non sono ascoltate. Riguardo alla Storia: non ho mai lavorato dentro eventi storici particolari. Il mio rapporto con il potere è che non voglio avere alcun rapporto con il potere”.

(servizio a cura di Maria Soledad Pereira e Davide Brullo)

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Al decir de Elvio Gandolfo, escritor y crítico argentino, Hebe Uhart se ubica entre aquellos escritores donde un modo de mirar produce un modo de decir, un estilo: Eudora Welty, Felisberto Hernández, Mario Levrero, Juan José Millás, Rodolfo Fogwill o Clarice Lispector, y es, en rigor, una de las más sólidas y sorprendentes narradoras rioplatenses. Fogwill, por su parte, sentenció que Uhart era la mayor cuentista argentina.

—Qué es eso —suele decir ella, cada vez que le preguntan qué piensa acerca de semejante veredicto—. ¿Qué quiere decir eso? Nada.

Los que la conocen dicen que en Hebe Uhart no hay imposturas; que la incomoda referirse a sus reconocimientos (ella misma lo ha dicho en más de una ocasión); que prefiere hablar de otra cosa, de sus viajes, por ejemplo, o de lo que la motiva a la hora de escribir: el contacto con personas, paisajes, animales o situaciones íntimas; una situación íntima como la que aparece al comienzo de “Guiando la hiedra”, uno de sus cuentos más conocidos:

“Aquí estoy acomodando las plantas, para que no se estorben unas a otras, ni tengan partes muertas, ni hormigas. Me produce placer observar cómo crecen con tan poco; son sensatas y se acomodan a sus recipientes; si estos son chicos, se achican, si tienen espacio, crecen más. Son diferentes de las personas: algunas personas, con una base mezquina, adquieren unas frondosidades que impiden percibir su real tamaño; otras, de gran corazón y capacidad, quedan aplastadas y confundidas por el peso de la vida. En eso pienso cuando riego y trasplanto y en las distintas formas de ser de las plantas […]”.

A lo largo de su carrera, Uhart se desempeñó como docente, colaboró con distintos medios y escribió libros de cuentos como El Budín esponjoso (1977) y La luz de un nuevo día (1983); novelas como Camilo asciende (1987) y Mudanzas (1995), esta última traducida al italiano; y crónicas de viajes como Viajera crónica (2011) y De aquí para allá (2016), entre otros.

Recientemente, recibió el Premio Iberoamericano de Narrativa Manuel Rojas, que otorga anualmente el Consejo Nacional de la Cultura y las Artes del gobierno de Chile y que distingue a escritores por su trayectoria en el mundo de la narrativa de Iberoamérica.

 

“Primero, relato perfecto no hay. En general me motiva los contactos reales con personas, animales, paisajes, situaciones íntimas y relatos de otras personas. Siempre tengo un cable a tierra. De modo que la palabra inspiración me suena un tanto extraña. En realidad, yo hablaría del trabajo de observar”.

“La soledad produce una atención de mejor calidad. La relación con el público es que hay un tiempo de siembra y otro de cosecha. Cuando se siembra se está solo. Y durante la cosecha, se asiste a charlas, entrevistas, etc.”.

“Mis gran maestro es el cuentista uruguayo Felisberto Hernández. La literatura argentina, a diferencia de la española que es más retórica se caracteriza por escribir como se habla. Ya lo dijo a fin de siglo XIX Lucio V. Mansilla “yo escribo como hablo”.

“Relación con la política. A mí me interesan los escritores en los que la política es subyacente y está integrada bien con la vida cotidiana de las personas. Tal es el caso de Natalia Guinzburg. En mi caso, he tenido dificultades o no me es fácil la parte política con la literatura. Pero de algún modo, al escribir crónicas sobre personajes de pueblos, de pequeños pueblos y comunidades indígenas, pienso que es una forma de rescatar la presencia de los que no tienen voz. Porque tienen voz los políticos, los políticos, los artistas, pero toda esta gente no es habitualmente escuchada y entendida. Con relación a la historia: hechos históricos puntuales nunca he trabajado. Mi relación con el poder es que no quiero mandar a nadie ni ser mandada”.