Ode a Emanuel Carnevali, il poeta dei due mondi. Un secolo fa, William Carlos Williams compose un “Gloria!” a suo nome: “Gesù, Gesù, salva Carnevali per me!”

Posted on Aprile 26, 2019, 6:35 am
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Il ragazzo selvaggio. Emanuel Carnevali nasce sul calare del secolo, era un 4 dicembre, a Firenze, era il 1897: il totale fa 45 anni di vita, 22 dei quali, in sostanza, passati tra cliniche, ricoveri, ospedali, manicomi. Quando si dice Gli Anni Meravigliosi: in un lustro Carnevali rifà il ciuffo alla letteratura italiana e s’innerva in quella americana. Brooklyn, 1917, inverno: Emanuel alterna la pala (si guadagna qualche doblone scastrando la neve dalle vie) alla penna. «Voglio diventare un poeta americano perché, nella mia mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura. Non mi piace Carducci, ancor meno D’Annunzio. Credo nel verso libero»: così si presenta ad Harriet Monroe, la mitica editrice della mitologica rivista Poetry di Chicago, dove son passati tutti, da Yeats a Wallace Stevens, dove, tanto per dire, T.S. Eliot pubblica nel 1915 la sua prima cosa seria, The Love Song of J. Alfred Prufrock.

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Carnevali è sbarcato negli States nel 1914, rifiutando una proficua carriera da studioso. La madre, morfinomane, «una stella fulgente nella mia memoria: una santa», muore nel 1908, il padre si risposa l’anno dopo. In America, caso unico e feroce, abiura la sua lingua, l’italiano, si esprimerà sempre e soltanto in inglese. Più che una meteora, è una granata. «Gesù, Gesù, salva Carnevali per me!», implorava William Carlos Williams nel Gloria! dedicato a Carnevali nel 1919, un secolo fa. Ezra Pound parlò di lui a Carlo Linati, nel 1925, in una intervista sul Corriere della Sera.

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Giovane&audace, bello&ambizioso, Emanuel faceva l’effetto agli americani di un Rimbaud redivivo. Colpito da «encefalite letargica» (ma per l’Ospedale militare di Bologna era «insufficienza nervosa e mentale»), Carnevali ritornò in Italia nel 1922. Nel 1924 Robert McAlmon gli pagò un soggiorno nella clinica bolognese Villa Baruzziana, a cui risale il racconto fesso, sincopato, morboso Corteo di personaggi a Villa Baruzziana, pubblicato su This Quarter nel 1927 e tradotto in italiano dalle Edizioni di Via del Vento (Pistoia, 2012). Negli sketches Carnevali narra di aver conosciuto «Arches, giovane fascista di Faenza, accusato di aver assassinato un uomo durante una spedizione punitiva dei fascisti. Le donne lo trovavano molto attraente, e il suo viso era davvero dolce e gentile, ma anche piuttosto insignificante». Questo prototipo di vitellone sapeva come sedurre: «il suo segreto era quello di saper adornare la sua banalità con i colori suggestivi della sua Romagna».

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Febbricitante il rapporto con Pound, che nel 1933, da Parigi, sulle colonne del New York Herald, lancia un appello per aiutare economicamente Emanuel. Il quale, si fa traduttore dei Cantos (su L’Indice, nel 1931, esce la sua versione del Canto Ottavo), prima di mandarlo a quel paese. Per poi ritornare sui suoi passi: «Caro Ezra, andiamo vecchio mio, facciamo pace. Tutti gli amici m’hanno lasciato. Amico, finirei anche di tradurre i trenta Cantos. Facciamo la pace, va là mandami di nuovo le duecento lire mensili». Riassunto della faccenda: «Oltre trent’anni prima di Kerouac incarnò la figura dell’angelo di desolazione in perpetuo movimento anticipando sogni e incubi della beat generation» (Francesco Cappellini).

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La vicenda di Carnevali sembra analoga a quella di Dino Campana, ma è di segno opposto. Entrambi disprezzavano la palude lirica italica (mirino puntato su D’Annunzio «massima cloaca»): ma uno era anarchico, americano del Nord, profeta della poesia jazz, vibrante, sincopata, una danza diabolica; l’altro era monarchico, americano del Sud, si è gettato nella fogna della tradizione italiana, rivoltandola, ribadendola. Entrambi folli, perduti nelle violente viscere della propria poesia, hanno pagato tutto ciò che hanno scritto. Hanno rifatto i connotati alle educande accademiche, ai poeti col tutù. Che, purtroppo per noi, spopolano ancora oggi. (d.b.)

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Dove si legge Emanuel Carnevali? Non è esercizio facile leggere Carnevali. Il primo repertorio di testi scelti, “Il primo dio”, uscì per Adelphi, quarant’anni fa, a cura di Maria Pia Carnevali. I “Racconti di un uomo che ha fretta” sono editi da Fazi nel 2005, per la cura di Gabriel Cacho Millet, ma sono difficilmente reperibili. Sia fatto elogio alle edizioni di Via del Vento che in piccole ‘placche’ deliziose accolgono alcuni testi di questo grande misconosciuto (“Il bianco inizio”, 2010; “Corteo di personaggi a Villa Rubazziana” e “Ai poeti e altre poesie”, 2012). Per avere uno sguardo critico su Carnevali, segnaliamo un testo di Franco Buffoni e un saggio di Antonio Spadaro. Ancora attendiamo una prodigiosa edizione con le opere complete e commentate a dovere.

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Tenero e di nuovo giovane, femminile, il cielo della sera estiva arrossisce.
Tondo, lungo e soffice come un braccio avvolto, il cielo della sera sulla povera città che riposa.
Spazi di freddo blu meditano −
porteranno tutta la nostra tristezza, oh spazi di freddo blu.
Oh città, in te visse una volta, oh Manhattan, l’uomo Walt Whitman.
Le nostre mani sono già inutili, forse; ma basteranno per assistere la bellezza,
basteranno a una grande tristezza,
sera estiva, sera estiva che s’addormenta
sul letto purpureo, sopra i teneri fiori del tramonto.
Molte altre sere ho nel cuore − ho amato così tanto, tanto a lungo e così bene − non ricordate assorti spazi di freddo blu?
Vi penserò ancora,
vi penserò ancora se la follia mi siederà accanto passandomi le mani nei capelli.
Un tempo sfioravo religiosamente le cose, un tempo una ragazza mi amò, un tempo passeggiavo a lungo con i giovani sulle Palisades,
una volta piansi e ne valeva la pena.

Emanuel Carnevali