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“Io devo difendere questa enormità di disperata tenerezza”. Elogio di Enrique Irazoqui, il Gesù più bello della storia del cinema. Scelto da Pasolini, riuscì a battere Marcel Duchamp a scacchi

Risorto al cinema, Gesù ha avuto decine di volti, di declinazioni. C’è il Gesù intenso, secondo Max von Sydow (La più grande storia mai raccontata, 1965), c’è quello severo (Jeffrey Hunter, Il re dei re, 1961), torturato (Jim Caviezel, The Passion, 2004), ipnotico (Robert Powell, Gesù di Nazareth, 1977); c’è quello che canta (Ted Neeley, Jesus Christ Superstar, 1973) e quello che soffre (Willem Dafoe, L’ultima tentazione di Cristo, 1988). Il volto di Cristo è di tradizione rinascimentale – guardate le meravigliose Pietà di Giovanni Bellini – per cui la bellezza è accesso all’ineffabile. C’è una bellezza, cioè, che blocca, non si fa toccare.

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Con scienza pittorica, nel 1964, Pier Paolo Pasolini sceglie Enrique Irazoqui – morto il 16 settembre – come Gesù. L’ovale del volto cinto dal telo rimanda a una icona, a un quadro di El Greco – a ciò che è inflessibile e allo stesso tempo a ciò che può scindersi, sciogliersi, ora, per effetto di un verbo barbaro. La sentenza si mescola alla pietà, la legge alla grazia: quel Gesù è saldo e fragile, affidato e inaffondabile. Ha un sorriso enigmatico, è fuori tempo: la carne è traslucida, una siringa di cristallo. Irazoqui ha raccontato così l’episodio a Mario Sigman: “Era l’epoca di Franco, e io ero l’unico del sindacato clandestino che parlasse italiano. Avevo 19 anni. Si decise che sarei andato in Italia a contattare persone note che ci appoggiassero nella lotta contro il fascismo. L’ultimo giorno a Roma conobbi un poeta di sinistra. Andai a casa sua e gli esposi i piani della resistenza spagnola. Anziché comportarsi nel solito modo, cioè interrompendomi, quest’uomo mi ascoltò fino a quando terminai di parlare e allora si alzò e mi disse che sarebbe andato in Spagna, ma che contemporaneamente avrei potuto fargli un favore. Da due anni aveva in preparazione un film su Cristo, seguendo letteralmente il Vangelo secondo San Matteo, non aveva ancora trovato l’attore che potesse interpretare il personaggio principale. Voleva che lo facessi io. Gli risposi che avevo cose più importanti da realizzare, come la costruzione della fratellanza universale… Il Vangelo era un simbolo della Chiesa molto opprimente e repressiva della Spagna dell’epoca. Fare il “re dei re di Hollywood” non mi interessava minimamente. Alla fine mi convinse Elsa Morante, una scrittrice amica di Pasolini che in seguito fu la migliore amica che ebbi nella mia vita”.

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Irazoqui fu doppiato da Enrico Maria Salerno, Il Vangelo secondo Matteo fu girato tra Matera, Cutro, Ginosa, la valle dell’Etna, tra gli attori la mamma di Pasolini, Susanna, è la madre di Cristo; nel cast figurano Giorgio Agamben e Ninetto Davoli, Natalia Ginzburg e Enzo Siciliano, Juan Rodolfo Wilcock (Caifa), Mario Socrate – di cui quest’anno ricorre il centenario – poeta di pregio, un poco dimenticato (grandi le traduzioni da García Lorca e Boris Pasternak), è Giovanni Battista. Il Vangelo in una Italia trecentesca, cruda, tra la leggenda popolare e Piero della Francesca, dona al film l’indimenticabile. Irazoqui dopo essere stato Gesù non si fece ammaliare dal cinema: partecipò a un paio di film, in Spagna (Noche de vino tinto, 1966; Dante no es únicamente severo, 1967), si laureò a Parigi in economia, poi in letteratura spagnola, negli Stati Uniti. Fu giocatore di scacchi: nel 1968 riuscì a battere Marcel Duchamp, scacchista eccelso. Quell’anno Duchamp giocò pure contro John Cage, poi la morte gli diede scacco, morì il 2 ottobre di quell’anno. Irazoqui lo sfidò in estate, “Marcel era il numero tre della squadra olimpica francese. La moglie non voleva che giocassi con lui perché dopo le partite con me passava notti insonni”. Nato a Barcellona, la madre era di Salo. “Fu più forte smettere di essere il figlio della borghesia di Barcellona: padre psichiatra, madre industriale, e improvvisamente trovarmi a Roma con Pasolini, Moravia e tutta quella gente con la quale parlavo fino all’alba. Fu scoprire una nuova vita. Quello di interpretare Gesù… sarebbe stata la stessa cosa fare il pistolero”, ha detto.

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Proprio perché è incompatibile e inatteso, proprio perché non ha malizie d’attore, perché non vuole essere Gesù e non ha fede, Irazoqui è perfetto come Gesù. Qualcosa di sacro e non di pio ci piomba addosso. Nel 1964 Pasolini pubblica per Garzanti Poesia in forma di rosa. “Io devo difendere/ questa enormità di disperata tenerezza/ che, pari al mondo, ho avuto nascendo.// Forse nessuno è vissuto a tanta altezza/ di desiderio”, scrive PPP in La realtà. Ed è tutto. (d.b.)

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