“Come parlare del nascere e del morire”: a 30 anni dalla morte di Cesare Zavattini, scrittore, poeta, sceneggiatore, maestro del neorealismo

Posted on Ottobre 12, 2019, 9:25 am
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Trent’anni senza Cesare Zavattini, scrittore, poeta, giornalista, sceneggiatore maestro del neorealismo, nato a Luzzara, provincia di Reggio Emilia, il 20 settembre 1902, uno dei cantori (il più importante assieme a Bacchelli, Soldati, Delfini, Guareschi, Gianni Brera e Mirko Volpi) della pianura che prende il suo nome dal grande fiume.

Insieme a Vittorio De Sica, Cesare Zavattini ha scritto alcuni capolavori del cinema come “Ladri di biciclette”, “Miracolo a Milano”, “Umberto D.”

Il miglior ricordo che gli si possa tributare è un ritorno sul Po, alle origini della sua vita, dunque a un breve pezzo scritto nel febbraio del 1942, durante la guerra, ripubblicato nel 1974, ne Le voglie letterarie, da Massimiliano Boni, editore fiorentino, e più recentemente alle pagine 988 e 989 del volume Bompiani delle Opere complete.

E assieme a questa prosa, una poesia da Stricarm’ in d’na parola, collezione di versi in dialetto emiliano edita nel 1973, a Milano, da All’insegna del pesce d’oro di Scheiwiller, e ripresa ne L’allodola e il fuoco: le cinquanta poesie che accendono la vita, un volume antologico a cura di Davide Rondoni, edito da La Nave di Teseo nel 2017.

Una prosa e una poesia che dicono tutto ciò che c’è da dire sul nascere, il partire e il tornare, il vivere e il morire, detto da un uomo che ebbe la fortuna di vivere in tempi nei quali, come dimostrano le sue parole, c’era una schietta attitudine alle cose più semplici, vitali, naturali, e per esempio le gioie che dà un albero di fico. O una figa.

Marco Settimini

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Luzzara

Il mio è un paese veramente comune: Luzzara sulla riva del Po; voi scrivete Luzzara e spesso la posta arriva a Suzzara invece, che è una città vicina. Fu nominato come paludoso e ranocchioso dal Petrarca che vi passò una notte: tuttavia vi attirai con allettamento di cibi e paesaggio fluviale molti di quegli amici che citai nelle precedenti noterelle. […] Da queste visite non ottenni mai il vantaggio sperato poiché si onoravano davvero i forestieri e me seguitavano a considerarmi una sorta di valletto di quelli. Avrei dato una gamba per vedermi accolto come un deputato, avrei commesso le necessarie cattive azioni. E qualcuna la commisi in città, per esempio bramavo il successo, quindi curvai la schiena più volte al giorno. Scrivevo a un amico fedele, e laborioso nel propalarlo, che Angioletti era meco dolcissimo, e Ramperti mi incoraggiava, e Titta Rosa mi presentava a Bompiani, e Bacchelli mi accoglieva alla sua mensa.

Ma non s’intenerivano. Essi sapevano, per chi sa quali messaggi, di ogni debito che contraessi, e non altro. Cercai di guadagnare di più e un mattino capitai a Luzzara con tre valigie di cuoio. Ma dovette arrivare il 1938 per credermi degno sicuramente dei loro allori: pian piano da 700 lire lorde ero giunto a tremila, poi di un balzo a settemila mensili. Presi subito il treno per Luzzara con la camicia di seta.

Non ci andavo da gran tempo e durante la mia assenza il numero dei defunti era cresciuto, alcune case avevano cambiato il proprietario, la mia stessa casa natale era stata sventrata e riedificata dall’acquirente. Non vivevano quelli cui avrei voluto dire: “guadagno settemila lire al mese”, e nemmeno le cose. Intorno a me s’aggiravano dei ragazzi irriconoscibili, o gente invecchiata che mi salutava con la mano stanca, o addirittura paralizzati in un arto, fatto frequente al mio paese per l’aria, dicono, e un po’ per il vino. Avevo commesso tante ribalderie, scritto dediche su libri, frequentato il Savini, per non sapere con chi vantarmi ora. Guardai il balcone di mia nonna morta con l’angustia che non avevo un mestiere – da quel balcone essa mi appariva di notte in camicia ad annaffiare i fiori, bagnava le persone che stavano sotto le quali la maledivano, il che non le impedì di continuare per quarant’anni ad annaffiare i soli. Anche mio padre se n’era andato nel ’30, anche i suoi nemici. Non avrei voluto che egli fosse vivo quando nel ’37 certi compaesani mi chiamarono al redde rationem: le poche pagine del sottoscritto risultavano incomprensibili al colto e all’inclita, volevano spiegazioni. Andammo per il processo in Canonica (l’accusa di oscuro, ovvero di inetto, mi perseguitava dal tempo di una conferenza su Dante, nientedimeno, davanti a due dozzine in tutto di luzzaresi avvolti nei mantelli, una conferenza copiata da testi famosi, è il momento di confessarlo). In conclusione, non convinsi nessuno, nemmeno il reverendo arciprete che mi ascoltava con benevolenza. Eravamo seduti nell’orto della canonica, a un passo da me quell’albero di fico sul quale salivo da ragazzo con la cotta e la sottanella del chierico; il muro di cinta mi pareva più basso e venuto un po’ avanti, il resto era uguale.

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Diu

Diu al ghé.
S’a ghé la figa al ghé.
Sul lö al pudeva invantà
na roba ascé
cla pias a töti a töti
in ogni luogo,
ag pansom anca s’an s’ag pensa mia,
apena ca t’la tochi a cambióm facia.
Che monument! long o curt al saióm gnanca.
La fa anc di miracui,
par ciamala
a möt
a ghé turnà la vus.
Ah s’a pudés spiegaram ma
l’è dificil
cme parlà dal nasar e dal murir.

*

Dio

Dio c’è.
Se c’è la figa c’è.
Solo lui poteva inventare una cosa così,
che piace a tutti a tutti
in ogni luogo,
ci pensiamo anche se non ci pensi,
appena tu la tocchi cambi faccia.
Che momento, luogo o corto non si sa.
Fa anche dei miracoli,
un muto
per chiamarla
gli è tornata la voce.
Ah se potessi spiegarmi ma
è difficile
come parlare del nascere e del morire.

Cesare Zavattini

*In copertina: Cesare Zavattini (1902-1989)