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“Io devo consolare e cibarmi dell’altrui pena”. Schianto nella poesia di David Maria Turoldo, il “viandante metafisico”

Una poesia torna spesso nella mia vita. Non che sia importante il mia, tra poesia e vita – termini che nel micidiale trovano una coincidenza speciale. Piuttosto, è questo poeta che vorrebbe dare alla parola l’assioma del chiodo, l’assurdo di una cosa che non parla, ma buca. La poesia si intitola Amore e morte, è di David Maria Turoldo ed è raccolta, nel 1952, nel volume Udii una voce, stampato da Mondadori nella collana ‘Lo Specchio’. Eccola.

Ma quando da morte passerò alla vita,
sento già che dovrò darti ragione, Signore.
E come un punto sarà nella memoria
questo mare di giorni.
Allora avrò capito come belli
erano i salmi della sera;
e quanta rugiada spargevi
con delicate mani, la notte, nei prati,
non visto. Mi ricorderò del lichene
che un giorno avevi fatto nascere
sul muro diroccato del Convento,
e sarà come un albero immenso
a coprire le macerie. Allora
riudirò la dolcezza degli squilli mattutini
per cui tanta malinconia sentii
ad ogni incontro con la luce.
Allora saprò la pazienza
con cui m’attendevi; e quanto
mi preparavi, con amore, alle nozze.
Ed io non riuscivo a morire.
Piangevo, mentre ti pascevi,
della mia solitudine. Mai
canto di gioia intonò il mio cuore,
stordito dalla fragranza delle creature.
Ogni voce d’amore era singulto. Invece
Eri Tu che odoravi nella carne,
Tu celato in ogni desiderio,
o Infinito, che pesavi sugli abbracci.
Uno stesso tremolio – o bufera – sulla superficie
del mare come dentro le onde del calice. Eri
dovunque. E gli altri intanto
si baciavano solo sulla bocca,
ma io Ti mangiavo tutte le mattine.
E, allora, perché, perché
dunque ero così triste?

Qui padre David non ha ancora la tipica estensione epigrammatica di chi ti schianta sulle rocce – padre David è un cristiano del Golgota e del Getsemani, dell’abbandono prima che del pasto. Ma qui c’è, del cristianesimo, la preponderanza della carne – dell’amore c’è quell’assoluto che tutti, tutti, vogliamo. E non bisogna arretrare di un dente, da questo, dal mangiare l’amato che colloca nel triste, ti ingoio e sono irrimediabilmente distante.

*

Giuseppe Ungaretti scrive, come Premessa a Udii una voce: “La poesia di Davide Turoldo è poesia che scaturisce da maceramento per l’assenza-presenza dell’Eterno, presenza in tortura di desiderio, assenza poiché dall’Eterno ci separa l’effimero nostro stato terreno, al quale tiene tanto la nostra stoltezza”. A Turoldo sono affezionati i poeti. Ne scrivono anche Andrea Zanzotto (“Turoldo ha percepito dunque da sempre la centralità della poesia… come una delle sedi più alte in cui la parola verifica se stessa e il mondo”) e Luciano Erba (“Mi sono chiesto più d’una volta se l’angelo di questa appassionata teomachia turoldiana sia veramente l’alata presenza del Divino o al contrario e in definitiva l’inquietante aleggiare del Nulla”), nel volume complessivo O sensi miei… (Rizzoli, 1990). Era amato da Carlo Bo, da Giovanni Giudici, da Luigi Santucci (che dicendo della sua morte, nel 1992, scrisse, “David Maria Turoldo si allontana da questo labile paese: ma nei cuori lascia piantata — per noi e per chi lo incontrerà domani nel suo inimitabile canto di poeta — la sua tenda di viandante metafisico”); era malsopportato dai critici che hanno bisogno di addomesticare la poesia nel recinto di didascalie infami e di convenienze inermi. Nel primo numero di “Atelier”, era l’aprile del 1996, Giuliano Ladolfi concludeva il sui saggio critico, “Qohelet ovvero la tentazione del nichilismo”, ricordando che “appaiono incomplete le antologie del Novecento che non assegnano a Turoldo l’importanza che gli spetta”. Nello stesso numero, l’allora non ancora cardinale Gianfranco Ravasi, intervistato, riassumeva così la natura lirica di Turoldo: “Il punto focale e più alto della sua poesia, per lui cantore, cantore cromatico e solare, è la scoperta assoluta del ‘nero’”.

*

Diverse ragioni mi legano a Turoldo – molti anni fa, qualcuno per me ricopiò quella poesia, Amore e morte, con una grafia che s’installò nelle ossa. Lo inserii, nel 2007, nella mia gioielleria personale, tra i Maledetti italiani, i poeti maledetti dagli antologizzatori di professione – proni al favore e a strisciare nella sacrestia della letteratura –, dai redattori del canone, insieme a Emanuel Carnevali, Giovanni Testori, Cristina Campo. “Poesia per gli ultimi e gli offesi, dall’ultimo degli ultimi”, scrissi, ma cosa importa. Il fatto è che Turoldo continuava a rincorrermi. Ho capito la poesia in “Atelier”, che sorge all’ombra di Turoldo; ho diretto per due anni un liceo linguistico dei Servi di Maria, l’ordine religioso che accoglie DMT, tredicenne. Sono stato a Monte Berico, presso Vicenza, dove DMT è ordinato presbitero, ma ho mancato la visita alla ‘Casa di Emmaus’. Ho parlato con i frati che lo hanno conosciuto, dicendomi della sua coerenza nella contraddizione. Il mio caro padre Antonio mi regalò i Salmi tradotti da Turoldo, con dedizione musicale, da liutaio. Sapeva che preferivo i suoi Salmi penitenziali: “E non desisterò fino a quando/ le tue creature non siano/ tutte nella tua gioia/ e tu travolto ancora/ nel nostro peccato/ e nella nostra morte”. Quando mi fu donato il numero di “Servitium” dedicato a “David M. Turoldo frate dei Servi di Maria” (n.84, Dicembre 1992), fui commosso. L’ultimo foglio manoscritto di DMT, “per se stesso”, scritto, con grafia cuneiforme, una settimana prima della morte è di lucidità agghiacciante. “Vorrei scrivere in ginocchio, per quello che ho da dire: o meglio prostrato a terra come certo doveva sentirsi il Cristo nell’orto degli Ulivi. Non si sente diversamente il tedium vitae”, attacca. Continua a scavare la possibilità di Dio nel nulla, Turoldo, nel dolore (“la sofferenza ti ammazza”), nel suicidio (“Proprio in questi giorni il figlio diciassettenne di una mia amica si è suicidato, sparandosi un colpo di pistola: a 17 anni!”), nell’impazzimento (“non è che mi sia assente la paura di impazzire. È così ormai da mesi”). D’altronde, cristianesimo è, prima, esperienza di afflizione, morte, assenza, promessa storpiata dai chiodi. E poi quello stigma, “siamo tutti responsabili gli uni degli altri”, che attraversa, come cobra fiammante, l’opera di Dostoevskij, dai Demoni ai Fratelli Karamazov.

*

In Mie notti con Qohelet, la necessità di Giobbe: “Io sono tornato a Giobbe, perché non posso vivere senza di lui, perché sento che il mio tempo, come ogni tempo, è quello di Giobbe; e che, se ciò non si avverte, è solo per incoscienza o illusione. Io ritorno a lui, perché da lui ricevo l’unica soluzione possibile della mia vita: il diritto a disperare. È di Giobbe la Disperazione come categoria della Ragione, come evento positivo e provvidenziale”.

*

Questo testo si intitola Esperienze, disperso tra le ultime carte. “Ricordo nel buio degli anni la folgore che mi rischiarò la “mia non esistenza”. Ero sdraiato sul letto un pomeriggio a fantasticare, quando mi parve di aver “bucato” l’universo: non esistevo più! Ricordo che addirittura cercavo di aggrapparmi al letto, ma non perché fossi svenuto: semplicemente, non c’ero, non esistevo. Ero nullificato, ero niente: un morto! Neppure un morto”. Turoldo trascende il giudizio lirico – l’ossessione, spesso, smonta in mania –, non occorre fare una classifica, il talento, qui, è inabissarci, sgranare dall’alcova di niente l’ultima degradata pezza di luce.

*

Improvvisa, poi, la sinfonia del salmista, “Svegliati, mia arpa,/ che voglio destare l’aurora”. E una imprevedibile ode alla necessità vitale del leggere:

Lenta rilettura di “Guerra e pace”
mi accompagna

disponendomi
all’addio che sarà non so quando:
riassunto di tutta una vita.

Godere che uno almeno
abbia narrato la storia fatua
degli imperatori a Friedland.

…E la quercia che parla ad Andrej
in viaggio verso Otradnoje;

e quella notte di luna!…

*

A volte, non bisogna che esplicare un assenso al caso. Nell’anno in cui nasce mio padre, Turoldo scrive uno dei suoi “Salmi”:

Ma dobbiamo illuderci
onde poter durare.

Ah, forse io non credo
che per gli altri,
io devo consolare
e cibarmi dell’altrui pena.

Sono un pugno di terra
viva; ogni parola
mi traversa
come una spada.

Il testo è stato scritto a Bordighera, dove mio padre muore, tre anni prima di Turoldo. Che le parole siano spade è un fatto, ma chi ha il coraggio di lasciarsi trafiggere? (d.b.)

 

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