Gli uomini, d’altronde, sono abitati dalle ombre. Per questo ho scritto “Il Brigatista”. Un romanzo in 3D: tre domande ad Antonio Iovane

Posted on Marzo 28, 2020, 12:31 pm
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Il brigatista narra i dieci anni che sconvolsero l’Italia: gli anni ’70, la strategia della tensione, il terrorismo. Da dove è partita l’esigenza di raccontare quegli anni, così già ampiamente esplorati?

È vero, sono stati esplorati dal punto di vista saggistico, ma il romanzo li ha sempre schivati. I romanzi sulle BR solitamente hanno messo la lotta armata sullo sfondo, mentre in primo piano trovavano spazio vicende di altro tipo – famigliari, intimistiche, storie d’amore; oppure hanno sempre raccontato una parte limitata di quel decennio, prevalentemente la vicenda Moro. Ma se isoliamo una sezione perdiamo il fenomeno storico, che si comprende solo nella sua intera parabola: dall’inizio, con le ragioni che hanno determinato la sua nascita, fino alla sua fine e alle ragioni che ne hanno deciso il collasso. È quello che ho cercato di fare con “Il brigatista”: raccontare la lotta armata nella sua evoluzione, inserendo nel campo scenico i protagonisti e chiedendo loro di agire, di spiegarmi, fare in modo che fossero loro a raccontarmi senza pregiudizi. In sintesi: volevo capire.

Leggendo il romanzo entriamo nella mente di un brigatista, Jacopo Varega, che si racconta a una giornalista, Ornella Gianca. Come hai costruito questo personaggio, tra finzione e realtà?

Il mio protagonista non doveva/poteva essere un brigatista integralista, quello che in gergo viene chiamato irriducibile. Avevo bisogno di un personaggio combattuto, dalle certezze limitate per esplorare quella zona di confine tra risolutezza e dubbio, perché il romanzo si trova sempre più a suo agio nelle zone di confine, il romanzo è il regno dell’ambivalenza. Leggendo la memorialistica di quegli anni ho trovato queste caratteristiche in Patrizio Peci che mi ha ispirato il personaggio di Varega. È stato un uomo combattuto, che riconosceva errori e rivendicava scelte. Un uomo abitato da ombre, come tutti.

Nel romanzo la Storia si coniuga con un affresco narrativo romanzato di quel decennio, i due elementi sono in perfetto equilibrio. Come hai lavorato per coniugare verità storica, che nelle pagine si avverte, a una finzione romanzesca?

Nella mia idea di romanzo, non è la Storia a muovere i personaggi, ma sono i personaggi a muovere la Storia. Così, dopo il lavoro di documentazione, che ha richiesto un periodo piuttosto lungo, per l’arruolamento dei personaggi mi sono chiesto: chi ha potuto muovere la ruota di quella Storia? Da qui ho scelto i miei attori: i brigatisti, in tutte le loro sfaccettature; la famiglia Fornati, funzionale al racconto del rapimento Moro dal momento che abita al piano superiore rispetto al nascondiglio; gli uomini di dalla Chiesa, con Salvatore de Rosa in primo piano; i “pistaroli”, col vasto dibattito di quegli anni su strategia della tensione e opposti estremismi; e infine la giornalista Ornella Gianca, che lega Storia e storie. Ho montato poi il romanzo in modo che ciascun personaggio contribuisse a muovere la ruota. Infine ho scelto la domanda che muove tutto il romanzo: chi è il traditore? Lo sviluppo thriller che quella domanda genera mi ha consentito di restituire ritmo a tutto il racconto.

Daniela Grandinetti

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La lettura. Si legge come un thriller, si entra nei meccanismi delle scelte di un brigatista, si percorre la storia di un decennio implacabile per questo paese. C’è il piglio giornalistico unito a una grande capacità narrativa. Per me, uno dei migliori romanzi letti negli ultimi tempi e sicuramente il più bello tra quelli che hanno raccontato gli anni di piombo, prezioso, direi, se si vuol comprendere i fatti accaduti in quel decennio.

L’autore. Antonio Iovane nato e vive a Roma. Giornalista, conduce una trasmissione radiofonica (Capital Newsroom) insieme a Ernesto Assante su Radio Capital. Ha pubblicato due libri per Barbera editore: La gang dei senzamore (2005) e Ti credevo più romantico (2006).