“Le mie opere? Le ho dimenticate…”. Melville ne fa 200. Elogio di un poeta baleniere che si trasformò in un personaggio di Kafka

Posted on Luglio 13, 2019, 7:25 am
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Cabbala. Melville nasce il primo agosto di 200 anni fa. Muore nel 1891. Avvicino le date. 1819-1891. Le ultime due cifre si alternano con levità di danza. Herman è nome longobardo, che significa guerriero – da noi suona ‘Ermanno’. Sommariamente, allo studioso Havelock Ellis, Melville racconta l’origine dei suoi avi: “il mio bisnonno paterno era nativo della Scozia. Sul lato materno, nello stesso grado di parentela, il mio primogenitore era nativo dell’Olanda, e da quelle parti le mogli erano tutte della stessa discendenza. Quanto ad altro sangue nelle mie vene non sono informato, salvo per il fatto che la moglie del mio nonno paterno era di ceppo irlandese protestante”. A Melville sopravvivono le figlie Elizabeth e Frances; il primogenito Malcolm muore nel 1867, a 17 anni; Stanwix nel 1886, a 35. Le generalità sulla sua genia le squaderna sulla soglia: la lettera è datata 10 agosto 1890, morirà un anno dopo.

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Ribaltiamo Melville, nel gioco del bicentenario. Melville fu, per lo più, poeta. Non solo metaforicamente – di fatto, Moby Dick, è scritto sotto i sussurri di Shakespeare e le visioni di Isaia – ma concretamente. Melville è romanziere dal 1846 (Typee) a The Confidence-Man (1857). Dieci anni di fatica sonora, che producono nove romanzi e una raccolta di racconti. Un capolavoro. Troppe incomprensioni. Tolto Billy Budd, che esce postumo, per il resto della vita Melville è poeta. Baleniere di versi. Il 15 agosto del 1885 Robert Buchanan scrive, sul londinese The Academy: “Nessuno sembra sapere nulla del solo grande scrittore di immaginazione che possa stare alla pari di Whitman su quel continente”. Aveva setacciato New York alla ricerca di HM. Sparito. Melville gioca a celare le sue tracce: come la scia di un veliero perfora l’oceano, poi le acque si rilassano, cancellando tutte le ferite.

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In Italia l’Herman Melville poeta ha trovato un traduttore congeniale in Roberto Mussapi. L’antologia Poesie di guerra e di mare, in giro dal 1984, ritorna ‘aggiornata’ per Mondadori a festa del bicentenario. Mussapi recupera l’antica intuizione di Buchanan: “L’opera in versi di Melville infatti contiene e mantiene la tensione epica del suo romanzo-poema… Poesia cosmologica, dunque, e in ciò Melville è affine al suo coetaneo Walt Whitman… Whitman sprigiona energia e gioia della vita e dell’universo, quanto Melville ha atteggiamento più shakespeariano, scrutatore profondo dell’uomo e del suo mistero. Ma Whitman è sapienziale, non puramente gioioso, e Melville è, come lui, cosmologico”.

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Ci piacque il difficile. Il Melville poeta passa in Italia con l’esoterico, dilagante, devastante poema Clarel, debitamente scorciato e aggiogato da mostruosa intro da Elémire Zolla (nel 1965 stampa Einaudi, dal 1993 Adelphi; l’edizione integrale è per la cura di Ruggero Bianchi, Einaudi, 1999), che ne lustra la cristalleria gnostica. Pubblico nel 1876, per merito di Putnam & Company, New York, il poema sul “Pellegrinaggio in Terra Santa” lascia senza voce i critici. “Buoni versi emergono in una travolgente marea di mediocrità… Non c’è alcun motivo per cui l’autore non avrebbe potuto fermarsi a 21mila versi rispetto ad arrivare fino a 221mila… Impossibile non criticare un’opera che non ha senso né senso della misura, non si sa di cosa parli e narra, comunque, cose che non hanno alcun valore per il lettore comune”, scrive Richard Henry Stoddard sul New York World.

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Come poeta, in ogni caso, Melville aveva esordito nel 1866, con Battle-Pieces and Aspects of the War, pubblicato da Harper & Brothers. L’ultima stanza di una di quelle poesie, La battaglia per il Mississippi, ha stupori biblici, statura marmorea. Ecco come la traduce Mussapi:

Pregano, e dopo la vittoria la preghiera
è adatta a uomini che piangono il loro morti trucidati.
I vivi taglieranno gli ormeggi e salperanno
ma l’ancora scura della morte custodisce segreti abissi.
Pure la gloria devia il suo strale di raggi
lontano attraverso l’abisso indisturbato.
Ci devono essere altre più nobili parole per coloro
che in questo, nobilmente, hanno dato la vita.

Da subito, Melville non fu compreso. Il New York Nation, è il 6 settembre del 1866, è spietato: “La natura non ha fatto di Melville un poeta. Le sue pagine contengono poco più di qualche rozzo minerale di poesia. Qua e là brillano grani d’oro in una massa di quarzo. Non possiamo che sorprenderci che un uomo dall’esperienza letteraria come Melville abbia potuto scambiare alcune di queste composizioni per poesia”. Melville ha appena compiuto 47 anni. Questo inabissarsi nell’incomprensione, questo ostinarsi al contrario, mi affascinano. Melville precipita, poetando.

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“L’opera di Melville possiede le virtù negative dell’originalità, nel senso che non ti ricorda alcuna delle poesie che hai letto, nessuna vita che ti è nota…”. Febbraio 1867, Boston Atlantic Monthly.

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Il testamento di Melville è nel segno della poesia. John Marr and Other Sailors è pubblico il 7 settembre del 1888, in venticinque copie pubblicate in proprio; Timoleon è stampato qualche mese prima della morte di HM, nel maggio del 1891. Ancora venticinque copie, pagate di tasca propria. A chi le avrà regalate? Volutamente, Melville si relega nell’anonimato, si regala una nuova giovinezza, l’eredità del perenne inedito.

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Contestualmente alla prima raccolta di versi, Battle-Pieces, nel 1866, Melville “presta giuramento come ispettore di dogana al porto di New York” (così la Cronologia al doppio volume delle Opere di Melville, per la cura di Massimo Bacigalupo e la stampa, nel 1991, negli Oscar Mondadori). Nel 1882 nasce la nipote Eleanor Thomas, la figlia di Frances. L’anno dopo gli fa visita il figlio di Hawthorne, Julian. “Mi accolse amichevolmente, con modi pacati e rattenuti; sembrava nervoso e ogni due o tre minuti si alzava per aprire e poi per richiudere la finestra che dava sul cortile. Sulle prime era poco disposto a parlare, ma alla fine disse varie cose interessanti, delle quali la più notevole fu che era convinto che Hawthorne avesse nascosto qualche grande segreto, che rivelato avrebbe spiegato tutti i misteri della sua storia… Era caratteristico ch’egli pensasse così: vi erano molti segreti inconfessati nella vita sua propria”. Un uomo che vive per celare il proprio segreto – non la rivelazione ma la tenebra è melvilliana, Moby Dick è l’angelologia di uno Pseudo-Dionigi, la Balena è l’Arcangelo.

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I suoi romanzi non vengono più ristampati, spesso si danno per esauriti. Un pittore in vagabondaggio per New York, Peter Toft, gli fa visita. “Sembrava fare poco conto delle sue opere, e scoraggiò i miei tentativi di discuterne. ‘Le conoscete meglio di me’, diceva. ‘Io le ho dimenticate’”. Lo sketch potrebbe figurare tra le parabole dei padri del deserto, per intensità. Si scrive, morso per morso, per dimenticarsi – per andare altrove, che altri si curino delle carcasse. Di certo, non si scrive per ‘farsi un nome’ – per enumerarne il tradimento, semmai. Melville è il prototipo di un personaggio di Kafka. (d.b.)

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Fonti solitarie

Lo so: la gioventù favolosa fugge e svanisce:
ma tu non guardare il mondo con occhi mondani,
non adeguarti al ritmo delle stagioni.
Anticipa e precludi la sorpresa,
sta’ dove staranno i Posteri,
sta’ dove son stati e sono gli Antichi,
e immerse le tue mani in fonti solitarie,
bevi l’essenza del sapere immutabile:
saggio una volta, sarai saggio per sempre.

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Buddha

“Infatti che cos’è la vostra vita? Nient’altro che un vapore, brevemente appare per poi dissolversi e svanire”

Nell’estasi nuova verso il meno,
aspirante al nulla!
Singhiozzi di mondi, dolore di stirpi…
Questo, i muti sofferenti…
Nirvana! Assorbi tutti noi nei tuoi cieli,
annientaci in te!

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Ciottoli

III
Nei cavi delle alture liquide
dove corrono le creste azzurre
non risuona eco di lusinga
perché i mari non hanno eco,
niente che renda lo strazio dell’uomo
la speranza del cuore, il sogno della mente.

IV
Sull’oceano dove riparano le flotte
schierate per la battaglia l’uomo,
che sofferente infligge, salpa sulla sofferenza.

V
Implacabile io, il vecchio implacabile mare:
implacabile più che mai quando più sorrido sereno
lieto, non appagato, da migliaia di naufragi in me.

VII
Risanato dalla mia ferita lodo il mare inumano.
Sì, benedetti i Quattro Angeli che in lui si incontrano,
perché io sono risanato anche dal loro respiro spietato
distillato nelle gocce guaritrici che chiamano
rugiada di mare.

Herman Melville

*Le poesie sono tratte da: Herman Melville, “Poesie di guerra e di mare”, trad. it. di Roberto Mussapi, Mondadori, 2019

**In copertina: “Moby Dick” secondo l’immaginazione pittorica di Rockwell Kent