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“Ci sono uomini spregevoli… e i poeti”. Il poeta & le donne: un monologo

Ramón López Velarde è tra i grandi poeti latinoamericani, il “poeta nacional” del Messico – medaglia, in verità, solare quanto vaga, di cui il poeta si sarebbe liberato per il gusto. Avvocato, appoggiò le riforme di Francisco Madero; fu, nel 1915, per una manciata di giorni, Segretario dell’Istruzione pubblica del suo paese. Tuttavia, aveva il viso dell’ispirato: passò parte dell’adolescenza in seminario, era propenso alle passioni impossibili, fece dell’eros il caos, una specie di religione australe. La sua prima raccolta, La sangre devota, è del 1916; i toni civili, in lui, si misurano a quelli cosmici. Ispirò generazioni di poeti, Velarde: muore un secolo fa, il 19 giugno del 1921, a Città del Messico. In Italia è pressoché sconosciuto: nel 2016 Emilio Coco ha curato una sua Antologia poetica per l’editore Raffaelli. “Letras Libres”, autorevole testata di laggiù, ha dedicato un numero speciale a Velarde, el poeta nacional imposible. L’aggettivo imposible, va da sé, tortura ed emoziona. Tra i testi raccolti nella rivista, il più intrigante è un monologo, Los minutos, scritto da Pablo Sol Mora: si inscena la passione totale, squinternata, lunare, fatale del poeta per le donne. Qui ne proponiamo l’ultima parte, nella traduzione di Diana Mazon.

***

Signore, lasciate che vi dia un consiglio disinteressato: non fidatevi dei poeti. Sono falsi, simulatori, bugiardi. E della peggior specie: quelli che credono alle proprie bugie. Giureranno amore eterno, costanza e fedeltà. Interpreteranno perfettamente il loro ruolo di amanti fermi e infelici, verseranno lacrime se necessario, e anche se non lo fosse. Si commuoveranno dal loro stesso pianto e alla fine non sapranno se piangono più per sé stessi che per voi. Un cuore così tenero, una passione così estrema, un dolore così profondo! Com’è nobile l’uomo capace di tanti sentimenti e così violenti!

E non sarà soddisfatto del sentimento, ovviamente, ma lo farà suo mestiere. Si sentirà ancora più nobile! Leggendo i suoi stessi versi si commuoverà fino all’indicibile e, se in qualsiasi momento lo assale qualcosa di simile alla vergogna per aver usato voi e la passione che avete ispirato, gli passerà presto, non affrettatevi pensando che tutto rimarrà nell’ara superiore del Arte, anzi, scriverà anche di quella vergogna, accusandosi istrionicamente, e poi sarà doppiamente commosso. Quanto coraggio, quanta sincerità, quanta contrizione da sfoggiare in questo modo!

Amiche mie, ascoltatemi, ci sono uomini spregevoli, e poi ci sono i poeti. Sappiate una volta per tutte, nel caso siate così sfortunate da imbattervi in uno, il poeta ha un unico ed esclusivo interesse amoroso: sé stesso e la sua opera. E se lo è veramente, non permetterà che niente e nessuno si frapponga tra lui e lei, e sacrificherà tutto e tutti, voi per prime. E quando il rito sarà finito, si laverà il sangue dalle mani come se niente fosse.

Se il poeta, inoltre, è un po’ dongiovanni, attenzione. Il dongiovanni non è tanto l’uomo che si innamora di molte donne, ma l’uomo di cui molte donne si innamorano. In alcune occasioni agirà come un carnefice senza rimorsi, le sedurrà e le abbandonerà senza battere ciglio. In altre, meno frivole, riuscirà, con un minimo di astuzia, a farsi lasciare da voi, anche se non volete. È l’apice dell’arte del poeta seducente: avrei voluto, ma… era impossibile, è il mio destino essere solo, porterò questa croce… in più potrà recitare il ruolo dello sventurato che, ovviamente, utilizzerà per nuove seduzioni. Attirerà l’attenzione di nuove vittime. Guardate come ha sofferto questa magnifica creatura! Quale terribile sventura nasconde? Sarò forse io quella che potrà capirlo e confortarlo?

“Avevo, nell’entroterra, una ragazza molto povera…”.

Falso! Non era affatto povera, il povero ero io. È vero, sì, veniva dall’entroterra. Il suo nome era Maria. Era la figlia di un minatore le cui gemme più preziose erano gli occhi delle sue figlie. L’ho incontrata nella Plaza de Armas della città. Bastò uno sguardo perché lo spirito dei suoi occhi penetrasse nel profondo del mio cuore. Dopo di che, non c’era più niente da fare. Cominciai, come al solito, ad assediarla. Lei, quasi una bambina, se ne rese subito conto e si divertiva con i suoi poteri appena scoperti.

Abitava vicino alla stazione dei treni e mi piaceva seguirla da lontano finché non la vedevo perdersi dentro casa sua e poi andare a vedere i treni arrivare e partire, tra campane e fischi. Passarono i mesi prima che ci incontrassimo personalmente. Sono andato nella capitale e qualche tempo dopo ho scoperto che avrebbe trascorso un periodo lì in casa di alcuni parenti. Individuato l’indirizzo ho rinnovato il mio assedio. Alla fine, un amico comune ci presentò e cominciai a frequentare la casa.

Maria era una brava ragazza: sana, sveglia e vivace. Le piaceva cantare, suonare il pianoforte, dipingere. Per qualsiasi uomo sarebbe stata la sposa e la moglie perfetta. Per chiunque, meno per il poeta. Una brutta sensazione, un vago istinto di conservazione le impedirono di fidarsi di me in tempo utile. Sembravo un bravo ragazzo, ma c’era qualcosa che non andava in me. Ci siamo visti mentre era nella capitale e poi è tornata nella sua città. Cominciammo, allora, a scriverci e così iniziò il tipo di rapporto per il quale forse sono meglio attrezzato. Il nostro è stato un amore epistolare.

Sapevo cosa Maria alla fine si aspettava da me. Sapendolo, e sapendo che non sarebbe mai successo, l’ho corteggiata a lungo, allontanandomi e avvicinandomi, come un pendolo indeciso. Non dirò che l’ho tradita perché sono sempre stato attento a non fare promesse, ma capisco che il solo rapporto continuo mi comprometteva.

Una volta, in merito al matrimonio di una sua amica, mi ha chiesto in una delle sue lettere cosa pensassi del matrimonio e dei figli. La mia risposta è stata brutale: “Signorina, non avrò mai un figlio. Lasciando da parte il resto, esporsi all’essere un genitore è qualcosa che non avrei mai il diritto di osare. Non potrei fondare un laboratorio di sofferenza, aprire una fonte di disgrazia, istituire un vivaio di sventura”.

Maria accusò il colpo in silenzio e non toccò più l’argomento nelle sue lettere, ma da quel momento in poi si aprì una spaccatura tra noi e, sebbene qualche tempo dopo tornassi nel paesino dove l’avevo incontrata e riprendessimo i contatti personali, qualcosa si era irrimediabilmente rotto. Lasciarsi è stato quasi una formalità. Non ci si lascia mai il giorno dell’addio, ma prima, forse sin dall’inizio. Amare è cominciare a separarsi e l’ultimo giorno è solo il colpo di grazia.

Era dicembre, il mese propizio ai finali. Avevamo fatto una passeggiata e l’ho riaccompagnata a casa sua, vicino alla stazione. Come sempre, chiacchieravamo fuori casa, ma sopra di noi, come una nuvola grigia, aleggiava un inquietante presentimento. La notte era fredda ed entrambi sapevamo che era l’ultima. Maria, fedele al suo personaggio, ha cercato di alleggerire l’atmosfera con battute e scherzi. “Non è poi così male, poeta”, mi disse, cercando di nascondere la sua tristezza. “Il poeta è il primo amore di molte, ma l’ultimo di nessuno, no?”. Feci un sorriso amaro e annuii. In lontananza, i cani ululavano.

Adesso parliamo di loro, compagne della mia vita: le baccanti, le naiadi, le satire. Ho cominciato ricordandone una – la ragazza preoccupata per la mia paternità – che era più una suora di carità che un’odalisca, ma ce ne sono di tutti i tipi. Alcune sono vere vampire, donne serpente, capaci di succhiare un uomo fino a prosciugarlo; altre, benigne, quasi materne, dispensatrici di delicate cure. Le benedico tutte e maledico coloro che, appollaiati sul tribunale della superiorità morale, le esecrano o le compatiscono. E non parlo solo delle signore e dei signori che per prudenza o ipocrisia li censurano gravemente, ma anche di quelle anime caritatevoli che cercano di riscattarle. Nessuno è nessuno per redimere nessuno.

Ricordo la prima volta che entrai in un tempio di Venere nella capitale. Dovete capirmi: un provinciale, un ex seminarista. Quell’atmosfera equivoca di luci soffuse, musica, alcol, spalle nude e pelle luminosa produceva in me un misto di orrore e fascino. L’orrore durò circa tre minuti e mezzo, poiché bastò bere un sorso di brandy e che la prima cortigiana che si avvicinasse per rendermi conto che da quel momento in poi sarei stato un fedele devota della dea.

Amici, lo confesso: sono stato un’idolatra del corpo femminile, dalla testa ai piedi. Delle sue gambe tese e formose come quelle di un giaguaro; delle sue cosce morbide e lisce; dalla vita aggraziata, brama per le mie mani; dai seni, frutti rigogliosi; capelli aromatici; dalla bocca avida ed erotica; delle labbra carnose come la polpa di un frutto proibito, e dello scorpione, che con il suo pungiglione ipnotico mi attira nella sua caverna. Amiche, vi porterò sempre con me, vi prego, non dimenticatemi. Per alcune bisognerà pagare un prezzo extra, in sangue e metallo liquido. È il battesimo di Venere e solo i deboli di cuore indietreggeranno, spaventati. Bisogna accettare le spine se si cerca la rosa e, se necessario, farne una corona e soffrirla in fiero silenzio.

Se di tutte le ninfe dovessi sceglierne solo una, quale sarebbe? Quella con la cicatrice sulla coscia, quella con gli occhi azzurri, quella che sapeva di muschio, la rossa di terre lontane? No, dovresti essere tu, Dalia – non ho mai saputo il suo vero nome – più pantera che donna, dea e animale allo stesso tempo. Ci siamo subito riconosciuti nella penombra di un salone, attratti da quel misterioso magnetismo dei sessi. A volte succede così: basta incrociare uno sguardo, un gesto, un leggero tocco, per intuire subito l’affinità dei corpi. Non hai quasi bisogno di parlare. Mi disse che aveva ventun anni e che veniva da un paese vicino alla capitale. Era mora, con i capelli corvini e nei suoi lineamenti trasparivano quelli delle sue nonne indigene con un misto di arabo e spagnolo, una specie di huri azteca. Sembrava uscita da un dipinto dell’amico di Herrán. Aveva anche i due segni inconfondibili della voluttà: le palpebre leggermente cadenti e il labbro inferiore grosso carnoso.

Insieme abbiamo conosciuto il piacere e l’abisso, l’estasi e la vertigine. Il suo corpo – che notte dopo notte mi sforzavo a decifrare, come un indemoniato, solo per ritrovare intatto il suo mistero quella dopo – era diventato un doppio geroglifico, di gioia e di morte. Nell’istante supremo in cui il sé si disintegra, si intravedono totalità e distruzione, pienezza e dissoluzione. Il tempo sembra fermarsi e galleggiamo momentaneamente nel vuoto senza tempo. Ma è solo un’illusione, perché subito si torna al letto del fiume dal quale è impossibile fuggire.

La sete di desiderio è però di quelle che non si placano facilmente e, sfiniti, si ricomincia alla ricerca di quella pienezza che, si sa, non arriverà mai. Questa è la nostra condanna, ma solo certi corpi ce la faranno vedere con tutta intensità e lucidità, quelli con i quali il desiderio di unione è più impellente. Dalia ha tenuto quella rivelazione per me. Centinaia di notti di furore e desiderio in cui, tra estasi e svenimenti, inseguivamo senza successo quella fusione perfetta che cercano gli amanti.

Un giorno Dalia scomparve improvvisamente, proprio come era arrivata. Invano la cercai disperatamente altrove. Una volta sono andato anche a cercarla nel suo villaggio alla periferia della città, ma non ho trovato traccia. Rassegnato, una parte di me respirò sollevata.

Il tempo stringe, ma devo ancora parlare di un’altra.

La conoscevo per scritto prima di conoscerla personalmente e non esagero se dico che mi sono innamorato di lei attraverso le sue parole, senza averla vista neanche una volta. Mi spiego: avevamo un’amica in comune e lei, conoscendomi, mi ha mostrato le lettere che aveva ricevuto dalla signora di cui parlo mentre trascorreva un periodo in Francia. Le lettere sembravano scritte da Atena, se la dea avesse scritto lettere, una moderna Atena non ancora in possesso della saggezza, ma alla disperata ricerca di essa. Rivelavano un’anima tormentata, perseguitata da dubbi metafisici ai quali cercava di rispondere in filosofia, poesia e spiritismo. Un’anima travagliata, assetata di eternità. Io, dalla mia dubbia fede, non potevo che guardare con stupore e ammirazione lo spettacolo di quello spirito lacerato. Pieno di fervore e di pietà, ho letto e riletto quelle epistole degne di un misticismo medievale.

Quando l’ho vista per la prima volta – in un parco, indicato da un amico medico che la conosceva da tempo – il suo aspetto mi confermò gli scorci della sua anima. I volti e, soprattutto, gli occhi, tradiscono la vita interiore. Ci sono volti e sguardi chiari e innocenti che rivelano che i loro proprietari non sono mai stati disturbati dall’accenno di un’idea o di un dubbio; altri, invece, mostrano subito le tracce di lotte interne. Il suo volto era pallido, ma non per il pallore di una debolezza non ancora nata, ma per ciò che rimane inciso dopo l’esperienza; la sua fronte, in certi momenti, mostrava le rughe di chi si è posto troppe domande senza trovare risposta e, i suoi occhi scuri, l’abisso della sua anima.

Scoprii che abitavamo nello stesso quartiere e che lei prendeva tutti i giorni il tram per andare a dare lezioni di Letteratura alla Scuola Normale. Ho iniziato una routine che è durata più di tre anni: ogni giorno che potevo, l’aspettavo alla fermata dell’autobus e facevo il giro del centro con lei, seduto a diverse file di distanza. Più tardi, se possibile, cercavo risalire sullo stesso tram. Non le ho mai parlato, l’ho solo guardata. A volte mi imponevo la punizione di non vederla per tre o quattro giorni, per abbagliarmi meglio quando l’avrei vista di nuovo. C’è un piacere squisito e morboso nella procrastinazione e nella distanza che la vicinanza e il possesso ignorano.

Un giorno, finalmente, le ho inviato una lettera con un bambino in cui spiegavo brevemente l’impatto che lei aveva avuto su di me. Non la rifiutò. Più tardi scoprii il numero di telefono di casa sua e una notte, facendomi coraggio, lo composi dall’ufficio, quando tutti erano già usciti. Non ero sicuro che avrebbe risposto lei, poteva rispondere uno dei suoi genitori o dei suoi fratelli, ma rispose lei. Sentendo la sua voce, rimasi paralizzato per un momento. Dopo aver pronunciato il suo nome, ho chiesto: “Sai chi sono?”, “No, signore”, rispose, esitando. “C’è qualcuno che è più interessato di me a parlare con te?, ho risposto: “c’è qualcuno che ti pensa più di me?”. Ci fu un silenzio che mi sembrò eterno e poi disse: “Signore, mi scusi, ma non so chi siete, non so chi parla”, e subito dopo riattaccò. Ma sapevo che lei sapeva.

Qualche settimana dopo, il mio amico dottore – l’unico che conosceva il mio segreto – mi disse che lui e sua moglie avevano organizzato un pranzo con lei in un albergo del centro, che potevo passare a una certa ora, e che me l’avrebbero presentata formalmente. Ho esitato un po’, ma mi sono presentato all’appuntamento. È stata una strana cerimonia, presentarci e fingere di non conoscerci, nonostante avessimo passato più di tre anni a dialogare in silenzio.

Dopo quell’incontro iniziò un altro dialogo, di un tipo che, a dire il vero, non avevo mai avuto fino a quel momento. Ho scoperto, per dirla semplicemente, un’anima simile alla mia, un’anima gemella. Parlava fluentemente di Baudelaire, Bécquer o Amado Nervo. Per la prima volta, tranne che con quei pochi amici, ho condiviso i miei progetti letterari con qualcuno; lei, a sua volta, mi ha parlato delle sue preoccupazioni spirituali.

Ci vedevamo di tanto in tanto da qualche parte vicino a casa sua, ma la maggior parte dei nostri incontri avveniva per telefono. So che può sembrare paradossale, ma in realtà era così: privi dei nostri corpi, le nostre anime comunicavano pienamente attraverso la tenue materialità della voce. Tra noi si era stabilito un piccolo rituale: io facevo tardi tutte le sere in ufficio e, quando non c’era più nessuno ed ero sicuro che tutti a casa sua fossero andati a dormire, facevo il suo numero. Lei, che aspettava la mia chiamata, faceva squillare due volte il telefono e poi rispondeva.

Invariabilmente il mio battito si accelerava quei pochi secondi che lei tardava in rispondere. Ansioso, come tutti gli innamorati, di fronte alla possibilità di un contrattempo, temevo che qualcosa le impedisse di rispondere, ma rispondeva sempre. Iniziavano quindi conversazioni che duravano ore e toccavano ogni argomento immaginabile. Che altro posso dire? Il rapporto continuo rafforzò l’amore, confermò l’affinità delle nostre anime e nel caso di chiunque altro questo avrebbe potuto essere l’inizio della felicità.

Il paradiso durò esattamente sei settimane. Poi – per una ragione che ho giurato di non rivelare mai – lei pose fine alla nostra relazione. “Lo capisco, ma non comprendo”, fu la mia unica risposta.

Non dovevo dubitare della fermezza della sua risoluzione, le cui origini risalivano a prima che apparissi nella sua vita, ma qualcosa intimamente mi diceva che con pazienza e perseveranza avrei potuto, forse, farle cambiare di opinione. Non l’ho fatto e a volte mi chiedo se io stesso non abbia desiderato segretamente questo risultato, se non c’è sempre stato qualcosa in me che cospira subdolamente contro di me. Non siamo noi, in fondo, i nostri peggiori nemici? Invece di agire con prudenza e cautela, ho precipitato tutto e ho finito per rovinarlo.

Settimane dopo, mi sono presentato a casa sua e ho chiesto di parlare con suo padre. Ho spiegato che avevo intenzione di sposare sua figlia. La sua sorpresa e quella di tutta la famiglia è stata capitale, perché nessuno sapeva della nostra relazione. Ha promesso di controllare con lei e sono tornato pochi giorni dopo per la risposta. Il no era definitivo. Quando questo finì, sapevo intimamente che la mia vita aveva appena preso la sua svolta finale, cruciale e irrevocabile, e che da quel momento in poi non ci sarebbe stato ritorno possibile.

Il tempo sta finendo. Espressione curiosa. In realtà, non è il tempo che sta finendo – il tempo non finisce mai – ma noi. Ed è il tempo che ci finisce. Dovrei dunque dire: finisco, se non sono finito già. Questi pochi minuti sono stati solo una concessione, un’ultima occasione per spiegare certe cose. Non so se ci sono riuscito, ma non credo che importi molto.

Di recente ho raggiunto l’età di Cristo. È l’età giusta, l’età dell’uomo, e superarla si dovrebbe considerare sempre un’aggiunta, un dono immeritato. Dopo di lei non ci succederà nulla di sostanzialmente nuovo e quello che abbiamo a 33 anni è il nostro vero volto, quello di chi siamo veramente. Il preludio era una stagione strana, di sogni e presagi. Qualche mese fa ho avuto un incontro infausto. Stavo uscendo dal teatro con un amico e siamo entrati in un bar per bere qualcosa. All’improvviso apparve un gruppo di gitane che offrivano i loro servizi. Superstizioso come sono, non avevo intenzione di accettarli, ma una di loro si fermò decisa davanti a me e mi fissò con i suoi occhi verdi. Senza rendermene conto, quasi contro la mia volontà, ho teso il palmo. Lei lo prese, auscultò attentamente e decretò: “Ami le donne, ma le temi. Hai paura di essere padre e non lo sarai mai”. Fece una pausa e, come leggendo una linea più attentamente, concluse: “Morirai asfissiato”. Rabbrividii, ritirai rapidamente la mano e corsi fuori dal bar. Fuori, mi sono ricordato che le donne che indovinano il futuro è perché hanno pianto nel grembo materno.

Nelle ultime settimane ho fatto più volte lo stesso sogno. È mattina presto, fa freddo e la città è completamente deserta, avvolta da una strana atmosfera, come sott’acqua. Non si sente nulla tranne, in lontananza, il richiamo alla messa di una chiesa. Io, che non so se sono vivo o morto, sto vagando per strade sconosciute e, all’improvviso, dietro un angolo, vedo lei, il mio primo amore, il viso coperto da un velo nero e le mani da guanti dello stesso colore. Non riesco a distinguerla bene, ma sono sicuro che è lei. Improvvisamente, spinto da uno strano vento, mi vedo al suo fianco. Lei allunga le mani, le prendo e per un attimo le raccogliamo tra il suo petto e il mio. Siamo finalmente insieme, per sempre, oltre il tempo, ma questa sensazione dura appena un minuto. Improvvisamente, un dubbio atroce mi assale e il sogno assume una sfumatura da incubo: le tue mani sono coperte di pelle o, sotto il panno, ci saranno solo ossa? I guanti, fortunatamente, mi impediscono di saperlo. Poco dopo, la visione svanisce.

La mia immaginazione, funerea ed egoista, mi ha rappresentato molte volte come sarebbe stata l’agonia delle donne che ho amato e se, prima di esalare l’ultimo respiro, avessero un pensiero per me. Oggi sono stato io a svegliarmi con uno strano sapore in bocca – respiro della tomba, erba amara, ultimo colpo di tosse – e una grande oppressione nel petto; non riuscivo a respirare. Oggi sono stato io a guardare il dolore e l’angoscia negli occhi di chi mi circonda. Oggi sono stato io a sentire fin dall’inizio che c’era qualcun altro nella stanza, che si sedeva sul mio letto e mi stringeva con le braccia, l’ultima e definitiva amante.

Presto, dopo questi strani minuti di grazia tra la vita e la morte, scoprirò finalmente se c’è qualcosa o niente al di fuori della prigione del tempo. Non ho paura e spero che abbia ragione chi ha detto che gli uomini che hanno amato e sono stati amati dalle donne attraversano la Valle dell’Ombra con meno sofferenza e meno paura.

Voi rimanete qui ancora un po’, solo un po’ di più; pochi minuti, in realtà, perché tutto il tempo, i secoli dei secoli, gli anni, i mesi, le ore, sono proprio questo, pochi minuti. Qui, dove c’è ancora tempo.

Pablo Sol Mora

*La traduzione italiana è di Diana Mazon

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