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Vanità delle vanità. Giuseppe Berto contro tutti

Nel folgorante Elogio della vanità, ovviamente, Giuseppe Berto parte dalle origini, dal vanitas vanitatum di “Ecclesiaste, figliolo di Davide e re di Gerusalemme”. Berto, tra i rari scrittori italiani coscienti di quanto è scritto nella Bibbia – il suo romanzo ultimo, lunare, testamentario, La gloria, del 1978, dà voce a Giuda – sa che chi ha scritto il rotolo più corrosivo, lucido, sconcertante del testo sacro non è Salomone – la formula regale suona ironica, nera – e che Ecclesiaste – meglio: Qohélet – non parla di vanità. Hebel, vanità, “la parola più cara a Qohélet, quella che indica il succo della sua ricerca, il fulcro della sua sapienza… l’ebraico hebel indica letteralmente ‘soffio’, una ‘nebbia leggera’, qualcosa insomma che si vanifica e fugge” (Paolo Sacchi). Secondo Guido Ceronetti, Qohélet “è un libro assoluto” e il suo refrain, hebel hebelim, vanità delle vanità, “è risposta a tutto, uccide tutte le brame, annichila tutto, promulga spietatamente la legge del Nulla”. Dunque, nulla a che fare con la vanità come “eccessivo compiacimento di sé e delle proprie qualità” (Treccani), bensì annientamento, fato di fragilità che tutto morde, tutto avvelena, l’inconsistenza di ogni atto, moribondo appena lo si annuncia, atrofia e atrocità. Da qui, la resistenza alle spire del potere, un sano ostracismo, la serenità nell’osservare la cosa che muore, il desiderio di vivere sparendo, con l’intensità estremista di chi si sa anonimo.

Per fattura esegetica, Ceronetti traduce il versetto micidiale – vanità delle vanità, nella spirale dei secoli, si è ridotto a slogan, slogando il senso autentico della questione assoluta, di buon senso, sfinito in brutto marchingegno morale, da sguardo planetario a pettegolezzo di chi giudica i costumi altrui, inconsapevole di essere, pure lui, polvere – come “Fumo dei fumi”. In una versione più radicale, del 1970 – diremmo, gnostica – preferì “Un infinito vuoto, un infinito niente”. Pare consecutivo al tema, allora, che l’Elogio della vanità di Giuseppe Berto sia sparito nel nulla, vanificata ogni occasione editoriale. Il testo era stato scritto a Roma, di getto, nel 1965, “per la pubblicazione augurale fuori commercio destinata agli amici di casa Rizzoli”. Rizzoli aveva appena pubblicato, di Berto, La Fantarca; soprattutto, Il male oscuro, l’anno prima, aveva ottenuto il Campiello e il Viareggio; finalmente Berto era riconosciuto tra i grandi autori italiani del tempo. Fatto è che il 24 giugno del ’65 Paolo Lecaldano accusa la ricevuta del manoscritto, “Il tuo saggio sulla Vanità è bellissimo… Aggiungo: anche eccellente”, che poi scompare. Ritrovato nel 2006 tra le carte del Fondo Vigorelli (“Giancarlo Vigorelli avrebbe dovuto scrivere la prefazione per l’Elogio della vanità, ricorda Manuela Berto), pubblicato da Settecolori nel 2013, con una introduzione di Cesare De Michelis (incipit da romanzo: “Era davvero un bell’uomo Bepi Berto, sembrava un attore di quel cinema per il quale scriveva soggetti e sceneggiature con sprezzante sussiego, e certo lo sapeva e sapeva anche che gli donava il disarmante sorriso con occhi velati di melanconia”), torna ora, in edizione rinnovata, secondo il nuovo corso dell’editrice.

Il testo, nella postura – brillante, psicodrammatica, involuta –, ricorda i pamphlet di Jonathan Swift – il ritmo argentino e viziato di humour di An Argument Against Abolishing Christianity –, prepara la Modesta proposta per prevenire (che esce, per Rizzoli, cinquant’anni fa). Il punto, in effetti, non è tanto elogiare la vanità, e fare del memento mori un monumentum aere perennius: proprio perché siamo vani, dobbiamo amarci, viva la spregiudicatezza dei narcisi; proprio perché siamo niente è lecito vaneggiare, proprio perché ogni cosa è avvelenata dalla corruzione, avvolta da morte, nel crollo, destinata alla polvere o al sepolcro, la amiamo, e ci sfianca una idiota ipotesi di immortalità. No, Berto, che sfotte la sfilza dei moralisti, morde il presente, fa lo scalpo all’esibizionista letterato, lo “scrittore puramente ipotetico”, il “cialtrone di genio” (secondo De Michelis si adombra, qui, la macchietta di Pasolini, dei pasolinismi), il cui scopo “non è tanto di produrre opere più eterne del bronzo quanto di mostrare potere e imporlo agli altri, sicché quando non gli bastino i componimenti in prosa o in versi egli ricorre alla proposizione di problemi, per lo più oziosi, come il dialetto oggettivo o la koinè o l’alienazione o la nuova lingua tecnologica, e quando non gli bastino più i problemi oziosi egli si sentirà costretto per infondato timore di cadere nella memoria della gente a dedicarsi a imprese cinematografiche non solo, ma anche demagogiche e talvolta perfino delittuose”.

Eccolo il punto, credo, del pamphlet di Berto: incendiare le sagome che sovrappopolano la cultura italiana. Gente che si fa vanto perfino della propria vanità, ma che al circo ha preferito la cattedra, alla passeggiata in equilibrio sulla corda l’equilibrio delle ‘relazioni’, rispetto al rischio pende per il successo facile, la stretta di mano, il sorriso elicoidale. In particolare, Berto stigmatizza, con la precisione del boia, la malia della pubblicità, l’ossessione – vana, sì – di procacciarsi fan – oggi si dirà like, leccate di celebrità –, accoliti, masse di compratori, più che concentrarsi sull’opera, “l’idea che a far parlare di sé e a farsi conoscere per le buone qualità che si hanno e soprattutto per quelle che non si hanno c’è da guadagnare parecchio”. Dileggia, Berto, il mondo delle “utili menzogne” fondamentali “per crearsi una fama”, l’era delle “agenzie specializzate” a decuplicare il successo, degli “esperti di public relations o di promotions” che aiutino lo scrittore, il politico, l’uomo in cerca di gloria “nell’immensa fatica di convincere gli altri che lui è bravo, buono, grande, capace, forte, intelligente, e forse anche poco poco disonesto”.

Ovvio, Giuseppe Berto parla di ciò che ha vissuto. All’epoca dell’Elogio ha cinquant’anni, ha combattuto a Misurata e in Tunisia, è finito nel campo di Hereford, Texas, ha scritto, ha patito, ha lavorato in una sfacciata, imperdonata solitudine. Gli è chiaro che l’editoria è mero mercimonio, che la cultura prescinde da dedizione, grandezza, merito – lo sapeva anche Leopardi, citato nel pamphlet –, che la massa è nutrita a libri dozzinali stampati in quantità, spesso dimenticabili. Cos’è cambiato oggi? Il gioco degli specchi. Il sistema editoriale ci sovrasta con una sovraproduzione da ultimo giorno del mondo; alcuni libri sono pure belli, a volte molto, ma svaniscono, sviliti, in una indifesa – indegna – indifferenza. La vanità – che ha un suo scintillio – si è verificata inerte, si sperimenta nel più cupo nichilismo, nel raziocinio del grigiore: sappiamo che tutto scorre, chi riesce, dunque, arraffi più che può. Siamo come nell’aldilà di ogni ‘seconda venuta’, di ogni illuminazione, di ogni catastrofe (salutare); anche gli dèi, disastrati, paiono esangui.

Berto riderà, da dove sta. “Far credere che l’uomo sia per natura buono è fandonia utile solo ai furbi, e in realtà tutti dovrebbero sapere chiaramente che questa più che una valle di lacrime è un campo di battaglia”, scrive, modulando le santità di Qohélet: “Nella battaglia del vivere nessuno ha scampo”, “il cuore dell’uomo è gravido di male”, “stessa sorte tocca a tutti, al giusto come all’empio, al buono come al malvagio”. Lette oggi, quelle stilettate paiono stille di latte, confortano.

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