21 Dicembre 2023

“Ai bordi dell’infinito”. Esegesi vertiginosa di “Tutti morimmo a stento”

“Cantico dei Drogati”: Ho licenziato Dio, buttato via un amore

Con l’urgenza conchiusa e intrasferibile delle parole che abbiamo riportato nel titoletto, si apre il cupo e drammatico concept album di Fabrizio De André (uno dei primi della canzone italiana) che prende il titolo di “Tutti morimmo a stento” (1968) e che compone un affresco che definiremmo tonale. L’avvio è il “Cantico dei Drogati”, ispirato a una poesia dell’amico e poeta genovese Riccardo Mannerini, che mette in luce il calvario di paria senza un’ultima Tule o zona franca fuori dalla trappola fatale del proprio corpo. Corpo che vive l’avanguardia spinta di una ricerca del piacere “emorragica” (anestesia di un esistere in cui il paesaggio diviene sempre più stretto, la vita stessa qualcosa di troppo acuto da ottundere nella sensuosa ovatta di una condizione estatica artificiale), tale da rovesciarsi nel suo contrario se non nutrita con tributi sempre maggiori a una macchina morbida e insaziabile.

Ma la condizione di voluttà orgasmica è solo l’andito relativamente breve a un inferno senza più una direzione, e chi accoglie il cielo nelle proprie vene è presto estenuato da fantasmi che congiurano contro ogni tregua possibile, e folletti di vetro (forse bottiglie d’alcool fisse in un vetrigno sberleffo) che sembrano spiare e irridere, assediato infine da una ridda di percezioni incubatrici di ambascia e dolore.

La morte psicologica fa il paio, o forse coincide, con quella vissuta con “un anticipo tremendo” nel corpo in disfacimento. Persino il giorno diviene un intruso buttato sulla scena del mondo e decretante la sua doviziosa impellenza (“… chi sarà mai il buttafuori del sole / chi lo spinge ogni giorno / sulla scena alle prime ore?…”) che estenua e che il drogato vorrebbe ricacciare lontano, per non dover ancora vivere il diapason sensivo di un difetto sempre maggiore di appagamento (destinato a divenire effimero e episodico) e un debito senza sconti di tormentosa, lancinante assuefazione da rimettere… Mentre in molti saranno certo pronti a sermoneggiare citandolo di monito,

“a chi crede sia bello
giocherellare a palla
col proprio cervello
cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito”.

Non c’è spazio qui per il mito, beat e non, dello “psiconauta” e della coscienza espansa: quello del drogato non è un viaggio ma uno strisciare larvale, infermiccio (tra gli altri nudi, perché senza un paramento se non quello che cade, fatalmente, con la consuetudine alla consunzione di sé, e senza veli agli occhi di chiunque, senza una scusa per essere migliori, infine, o un’identità fuori dalle cinghie viepiù strette della sofferenza), uno strisciare appena parvente verso un fuoco (pare di vederlo in tremorosi riverberi lumeggiare le figure simili a spettri) che “illumina i fantasmi di un “osceno gioco”.

L’alfabeto di queste creature (che scontano goccia a goccia una morte in vita) in cerca di una sedazione placentare (nostalgia inconscia di un grembo?) che nutra non più il piacere ma una sospensione del dolore e un riparo dal mondo, è l’alfabeto della propria “vigliaccheria”, quello di un fioco lamento che non sa erompere in un grido di vita, né trovare appello presso chi le ha partorite e ne è ancora custode tutelare, ma irrimediabilmente lontana: esse vivono nella paura (ormai senza voce) di essere vive quel tanto da doversene pentire: l’ovatta del piacere diviene carta vetrata. “…Come farò a dire a mia madre che ho paura?…” La loro vita non ha più una costellazione, è una protratta deriva nelle acque gelide dell’assenza (impossibilità?) di riscatto, fino nel maelstrom esiziale della crudele dissipazione di ogni fibra di vita.

*

“Primo Intermezzo”: Gli arcobaleni di altri mondi …

Il Primo Intermezzo erompe chiassoso, disturbante, ripetuto come un’assuefazione alla disfunzione. Ritmo alterato, costretto, che insiste su sé stesso senza tregua, che spezza l’arcobaleno appena intravisto ma da sempre perduto. 

Inutile cercare sgargianti tinte di esotici fiori nella luce singhiozzata di questo mondo opaco e fallace. Essi sono lontani, in altri gangli di vita impossibili da raggiungere se non nell’immaginario di un desiderio senza statuto d’esiti concreti.

Questo brano delinea una distanza raccesa e dilavata assieme. Viva nella brama di essere attinta e toccata nelle forme e nei colori, ma così distante da rendere velleitario (o fatale?) il piacere di raccoglierla con i sensi.

Inizia così il ramingare della coattiva ricerca al di fuori di ciò che è dato. La felicità, in questo transito di vita, è fiore fragile e caduco, cercarlo fuori da questo labile raggio significa farlo bruciare dal gelo dell’assuefazione.

Si insinua una melodia lene nel tardivo dono di una nascita, fosse anche di virgulti lontani o non pienamente colti, che si evolve nella “Leggenda di Natale”.

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“Leggenda di Natale”: Parlavi alla luna, giocavi coi fiori…

Questo nuovo passaggio si ispira a “Le Père Nöel et la Petite Fille” di Brassens, ma non ne ricalca pedissequamente il testo.

V’è un’armonia primigenia e intatta nel “bosco incantato” della natura di un’immaginazione vergine; la storia crudele di una fanciulla dall’innocenza spezzata fa di essa effemeride e del suo contrario la condanna di una vita.

In quell’immaginazione immacolata rivive la memoria di ciò che tutti noi siamo o siamo stati… Ma chi la cerca, e sempre l’ha per perduta, prepara in dono monili di perle capziose che rilucono per allettare e tradire la fiducia integra della purezza.

De André volge il suo canto direttamente e con dolcezza elegiaca alla fanciulla che viene colta intatta in un inverno epifanico, come ogni altro, di morto colore, ma qui nunzio anche dell’amore malevolo di un Babbo Natale che invera la crudezza dell’ossimoro tra un dono lieto e uno sguardo freddo (in cui forse riluce la determinazione all’amore avere, e nella carne, ma senza darlo in cambio se non per esornare):

“coprì le tue spalle d’argento e di lana
di perle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare”.

La protagonista di questa piccola fiaba crudele è un fiore disseccato senza revoca, tra mille orpelli lucenti, in un lontano Natale: voluto spento da chi nel timore di esserne abbacinato (più non si adatta la fissa pupilla alla sottile filigrana di luce della delicatezza) sentenzia la fine di un’iride di vita con crudeltà spietata. Adesso che dagli altri è chiamata dea, tutto un mondo sognante, colmo di colori vividi e di fiabesca bellezza ha lasciato il posto a una sbiadita cattività dell’anima. Il rigoglio di un tempo è depauperato in un solo fatale giorno, in un solo incontro precocemente consumato e ferace di vita uguale declinata in freddo grigiore.

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“Secondo Intermezzo”: Ma tra i capelli d’altri amori muoiono fiori che non ho…

Il Secondo Intermezzo appare come una geometrica variazione del primo e sembra la voce nudata e sincera del crudele Babbo Natale del brano precedente, voce per mezzo della quale De André “giustifica” il suo atto “come si giustifica qualsiasi vecchio che tenta di aggrapparsi alla vita raccogliendo i frutti più belli, come il sorriso di una ragazzina vergine”.

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“La Ballata degli Impiccati”: Prendendo a calci il vento…

La Ballata degli Impiccati, omonima della ben celebre di Villon, ma profondamente diversa per motivi e toni, ha fisionomia e pennellate da ballata gotica. Il tormento, l’asfissia di un orizzonte che diviene stretto nella luce che sfuma, mentre i condannati prendono a “calci il vento”, le ultime parole che si fanno grumo in gola e il tributo di una intera vita spezzata a fronte del “male fatto in un’ora” (essi pagano il prezzo più alto per una colpa senza perdono) assumono il sapore acre di un risentimento senza confini.

Una mala fine quella degli impiccati, descritta in modo dovizioso e crudo in immagini icastiche che la raffigurano senza sconti dettati dalla misura di un velo di sobrietà, proprio a rimarcare quanto ingiusta possa essere una giustizia misurata sulla pena del taglione, e quanto inumana possa essere una fine così fatta (“gelo di una morte senza abbandono”) che pure sgrana il suo rosario di attimi atroci sotto occhi offuscati da difetto di pietà e labbra che nascondono “in un sorriso il disagio” di dare memoria a fiumi di vita corsi per trovare foce strozzata nel nodo di un cappio.

Sconfina in un barocco lugubre, questo brano, e vuole essere la visuale soggettivata dei condannati a giungere alla tomba irrigidendo sospesi in aria senza l’abbandono di una morte più naturale, morendo “a stento”: espressione ossimorica che attribuisce all’agonia una dilatazione atroce e fuori dal contesto puntiforme e definitivo della parola morte. Non è certo la sola volta che De André rifiuta con la sua voce una logica giustizialista, ma essa assume qui un timbro crudamente dolente e di urgenza tale da pennellare magistralmente non tanto dei concetti congetturali, ma la tela fedele a un naturalismo espressivo che sconfina nella dismisura.

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“Inverno”: Ma tu che stai perché rimani?

Il suono della tromba è suono di note che si erge su campi esausti velati da nebbia e trinati di brine: puntuto e alto, svetta come cipresso, come campanile che rintocca sulla vita, squillante plesso verticale tra terra e cielo, e che sembra sconfinare dall’organico all’astratto, cambiare da materia a segno. Il viaggiatore parte e poi ritorna: è la stagione che cede il testimone a quella che la reciproca, sono i cicli atavici della natura, l’altalena tra giorno e notte, tra rigoglio e morte, tra destarsi/ridestarsi di vita e alla vita (“… rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate…”) e sonno greve, attesa futile o futile andare.

Attendere, allora, restare, o andare scollinando un limine incerto, diventano termini equivalenti e interscambiabili, un pendolo tra ciò che è e desiderio di altro (che pure è già stato e così sarà ancora): entrambi misure discrete e identità piene, mature, conchiuse tra argini stemperati di tempo insensibile, giunture invisibili e inavvertite, tra un adesso e un domani che hanno il loro avvento palpabile ma sono fatti di un tempo simile a ciò che la strozzatura detta a una clessidra capovolta più e più volte oltre ogni vita, oltre ogni possibile sosta o confine. E allora andare (verso altre latitudini della vita?) quando “la luce sembra morire / nell’ombra incerta di un divenire / dove anche l’alba diventa sera / e i volti sembrano teschi di cera”, o restare? Restare perché “l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino” o perdere il senso di un’attesa nella certezza che ciò che sarà conseguito condurrà a ciò che si ha già nell’attendere:

“un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti”.

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“Girotondo”: Giocheremo a far la guerra

“Girotondo” è il susseguirsi di tracce che ormano un precipizio raggelante di desolazione. Una filastrocca atroce in forma di epitaffio della sensatezza e di un patrimonio di vita da tutelare nella possibile prospettiva di un’umanità non autofaga e suicida. La voce di De André e quella del coro dei bimbi sono una trenodia dialogante di una pace auspicabile ma mai così mancata. Un determinismo spietato detta a precipizio (l’accelerazione finale lo esalta) una catena di cause e effetti che imprigiona l’umanità alla distruzione e lascia in eredità proprio ai bimbi un mondo di detriti: simbolici e non, sembrerebbe, del paesaggio e dell’anima, esattamente come in San Martino del Carso di Ungaretti.  Senonché i bimbi mimano gli adulti giocando “a far la guerra” a loro volta tra le rovine di un’umanità che ha il suo “rigor mortis” nel loro gesto di perpetrare un imprinting ferale.

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“Terzo Intermezzo e Recitativo”: Tu lo chiami amore…

Col Terzo Intermezzo, dice De André stesso:

“giustifico la guerra e l’amore come sentimenti umani. L’amore inteso nel senso più alto, verso tutto e tutti, la guerra come estrinsecazione di quel terribile sentimento che è l’odio”.

Polvere, sangue, mosche che sciamano e avviluppano corpi straziati tra miasmi putri. Questo evoca la voce spessa e ben scandita di De André… Gente che muore ovunque… e qualcuno la chiama guerra e non sa che cos’è, non si spiega il perché. L’autunno negli occhi (in cui si imprimono immagini di morti come foglie cadute) e l’estate nel cuore, la “voglia di dare (qui in senso oblativo e pieno) / l’istinto di avere (traccia di un amore che sconfina in un gesto di conquista, nella brama di avere) / e tu lo chiami amore e non sai che cos’è / e tu lo chiami amore ma non ti spieghi il perché.”

Forse l’odio è solo la manifestazione più estrema di un amore immaturo o negato, e l’amore più grande non solo quello incapace di nuocere al prossimo, ma quello che piuttosto di chiedere sa dare: non maschera di viltà, ma sana capacità di superare l’istinto captativo a favore del donare e del donarsi. Non a caso il gesto del donare punteggia molte zone dell’album in eterogenee forme, ma soprattutto oscillando tra una sua dimensione legata alla logica del dare e dell’avere, e una che lo attribuisce all’ambito della gratuità, cioè della vera pienezza del dare. Per dirla parafrasando Seneca: tutto ciò che possediamo, in fondo, è ciò che si è donato.

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“Corale”: Noi che danziam nei vostri sogni ancora

De André chiude l’album con una carrellata su tutti quei fragili virgulti di vita consegnata al destino mortifero di essere negata (drogati, ragazze traviate, condannati a morte: vinti da vita che si fa morte, o da morte che si fa ultima parola sulla vita) e con appelli alla pietà (forse vani) che sottendono un’accusa accorata: a banchieri e bottegai “col cuore a forma di salvadanaio”, ricchi proclivi solo ad accumulare possessi senza mai l’ombra di un diverso gesto improntato al semplice elargire, borghesi benpensanti (pronti a giudicare gli ultimi e i diseredati riempiendosi la bocca di un credo di condanna miope o figlio di strabismo morale, incapaci di provare solidarietà, mai scalfiti dal dubbio di poter condividere fragilità oltre che successi) e di giudici impietosi quanto compiaciuti, notarili firmatari di morte su registri di vite e destini altrui, che paiono l’anticipazione del protagonista di “Un giudice” all’interno di “Non al denaro non all’amore né al cielo” (l’album del 1971 che trae ispirazione dall’ “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master).

La morte come Grande Eguagliatrice mette in fila le tombe come tessere di un domino senza fine, ricucendo vite le più dispari per esiti, in un unico disegno destinale che pareggia i conti. Tutto questo mentre il coro narra con essenziale ordito, la storia di un Re triste che decide di offrire le sue ricchezze, ma dopo aver compiuto tale gesto ricade nella tristezza, con una sorte circolare dettata dall’incapacità di donare senza l’attesa (o la pretesa) di avere in cambio.

La pietà è qui, ancora, la grande assente, ma anche un lume che, seppure distante e spesso fioco, può ancora guidare sul sentiero di una vita più umana, dove gli ultimi e i diseredati non siano respinti e disprezzati o crocefissi a una colpa irredimibile. Proprio come auspicato dal cantautore ne “La città vecchia” col celebre monito:

“Se non sono gigli
son pur sempre figli
vittime di questo mondo”.

Massimo Triolo

Gruppo MAGOG