“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Affamato della poesia di ogni epoca e Paese, leggo perlopiù alla luce fioca di ceri da chiesa, l’aria satura di incensi fumanti da turiboli antichi.
Ogni forma poetica che non sia ruffiana o dozzinale, mi empie come il vento le vele. Amo autori irriverenti e irragionevoli, puri come una zanna d’elefante o come un bucato mattutino, figli dell’idiosincrasia, controversi e non proclivi a paludate lezioni di morale; le quali vedono bene essere menzogna e vanto di chi attraversa la vita mesmerizzato da certezze apocrife che sempre gabellerà per insegnamenti nodali – vicari di autentica vita nei barbosi aneddoti da fumisteria che li compendiano.
Mi inebrio di parole e immagini così dirompenti e imbevute di luce da gettare il ciarpame degli incapaci in un baratro d’ombra senza remissione.
I veri poeti non si appellano ai gusti di un pubblico vasto (e se lo hanno in sorte se ne vergognano, è un inciampo); pirateschi e ingrati, scoccano frecce di fiamma bruciando lontananze inattingibili. Non hanno la superstizione del raptus creativo, e d’altro canto possono non disprezzare un certo metodo, a patto di non far della propria parola un’infelice bestiola ammaestrata.
Precipizi vertiginosi, luce che deraglia, ficcante insolenza ed estro per la demolizione di ciò che è convenzione e abito consolidato nei breviari etici di mediocri e benpensanti: questo li gratifica.
Mi invitano a osare oltre i limiti di una stanchezza ottusa e lutulenta, a sabotare ogni muffita abitudine, dirigere il linguaggio verso zone impervie in cui non esistono misure discrete e il paesaggio è familiare e ignoto, santo e terribile.
Poeti senza criterio, avventurieri, malandrini e scapestrati, senza stile pettinato né direzione privilegiata; onesti ma non garbati, astrusi e cristallini, diretti come un pugno, reietti e mai idolatri, dalla voce stentorea o sottile come un alito, ma che vivono per scrivere e non viceversa.
Gruzzi d’ossa consunte di accademici e pennivendoli guizzano di un bianco assoluto sotto i barbagli del loro stato di grazia senza paragoni. Sono perlopiù portati al disprezzo per i giorni infelici delle entusiaste celebrazioni vigenti, per la famiglia come sacrario e istituzione irrevocabile e assiomatica, nido sicuro e sicuro investimento, per la Patria quale feticcio; per le pratiche, poi, di una ragione pachidermica, e ciò che è consolidato come accettabile e anzi auspicabile sotto gli stendardi escrementizi di un neoterico rigurgito di brutta Pietas.
Sono creature erratiche abbacinate dal fulgore dell’inadempienza, esecrano riti frusti e convenzioni, cliché e rozzi stereotipi, recano un incontinente bisogno di vis destruens: la loro poetica calata barbara farà a pezzi i dettami dei più bigi tra i prudenti e la cautela anodina dei riformisti, la retorica enfia dell’informazione e le fanfare delle guerre dette giuste. A ben vedere, che si sentano appartenenti a un conflitto o meno, è lo stesso: se vi appartengono lo fanno solo per scagliare dai pugni furore e rabbia annosi rasentando l’astrazione della violenza e senza uno scopo se non l’ardimento di sovvertire il sovvertibile; se non appartengono a nessun emblema in lotta, invece, la loro belligeranza è qualcosa di personale e privato, senza armi (ma non disarmata) e gridata al cielo fino a impallidire i soli e far rabbrividire le stelle.
La macchina del sistema trita ogni coscienza, gabella per palmari ragioni ancillari del vero, evade discorsi più seri e puntuti, rende perspicuo l’indifendibile, così quei poeti hanno in odio i verbalismi di un potere votato alla logica della propria conservazione attraverso loffi meccanismi di sottomessa delega che mostrano ormai la corda.
Essi fanno una questione privata di sbeffeggiare i potenti, di benedire selvatici cortili di vita invasati di sole popolano e ogni forma di condizionale applicabile alle foglie, le linfe brucianti dell’estasi ed uno sguardo desueto sulla linea prospettica di una vita, l’ispirazione, infine, figlia di febbricitante pienezza.
Inadempienti e mai benevoli, lontani dai ruminanti dell’ovvio, ulcerati nell’anima, alzano alle guglie dei cieli la propria forma di sperpero: nessun medicamento sulle piaghe, nessun compromesso con chi dà lezioni di storia e diritto e morale ma non ha un figlio in guerra o in galera.
Ho appreso presto a vedere oltre la cataratta offuscatrice dell’ordine e del progresso, oltre l’avanzamento di schiere di notabili dell’anima, cecchini della mente, professori che affettano garbata benevolenza e tolleranza col paternalismo di chi non si è mai sporcato le mani. Quartierini turgidi di salute e passatempi scelti, forbite aiuole sotto il sole, e una vita in cancrena messa per prodigio di riuscito cimento nella scalata sociale, persone simili a escrescenze inerti dei propri cellulari, sono lì a dimostrare che l’uomo è il peggior mal di denti dell’universo.
Amo poeti per cui l’audacia non conosce pudore, poeti senza doma e prescrizioni, che compiono gesta di pensiero e parola facendoli aderire come bende bagnate alla figura del proprio ingegno. Essi hanno in odio la mutria dei moralisti d’ogni specie, il loro ingegno è caparbio e non negoziabile con posti al sole. Poeti senza la brutta poesia dei ranghi e delle file, dei giardini tutti staccionate di onesto bianco, in cui balenano al sole bandiere vessillifere d’imperialismo e peste sociale. La loro audacia vuole recuperare Cristo e Ermete Trismegisto, Saint Germain, Rasputin e Maria la Sanguinaria, Rousseau, Quasimodo il gobbo e Heathcliff lo zingaro, avere la seta della Dickinson, la purezza e il nitore di Whitman e il furore di un diavolo miltoniano; maledire Edison e Ford, il mercato (anche quello di opinioni e fatti desunti) e l’odierna ingegneria sociale finanziata da magnati onnipervasivi; dipingere di colori vivissimi gli scantinati di un’anima prigioniera della propria asfittica cattività, portare alle estreme conseguenze lo sputo, schiaffeggiare gli adatti, maledire i centrotavola e le posate da cerimonia.
L’espressione che gli è propria sonda l’inesprimibile, mentono ma solo per dire la verità, e la dicono senza mezze misure.
Ho molto appreso da loro, che non volevano dare lezioni a nessuno. Riuscirebbero a scolpire anche il vento, contro l’uncinetto da ricamo di parole senza stoffa.
Massimo Triolo
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Da “Il sacrificio del miele”
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Un esiguo, minuscolo spazio nella poetica confessionale. Questo e non altro. Ecco un andito all’anomia esistenziale e a un petulante anonimato. Prediligo certi sentimenti sottili alla protervia del pensiero. Sono un patologico assertore del mio panorama interiore. Appena il blu di una vena in rilievo sulla pelle lattea delle mie scritture a pugni chiusi. Fumisteria di vanti, l’invincibile sconfitta non baciata da raggio il più scialbo. Ozioso figlio della contemplazione più nodale, io traccio luoghi esuli da perimetri nel ganglio centrale di un cerchio nudato: vessillifero di dolenti stagioni future consegnate a pareidolia prospettica. Ho in amore il nodo rugoso di mani anziane in confidente preghiera, qualche particellare dettaglio, e senza stime e calcoli guadagno la soglia fantasmatica di liturgie distintive e non esecrabili: segreto fondale d’un chiaroscuro emotivo. Come vascello argentato se ne viene la notte, ferace di salsi sogni e inquiete veglie lascive. Interlocutore debordante, amo tediare con circonlocuzioni infami, destare scandalo, scartare la prima pietra e consegnare alle ortiche ogni conchiusa certezza. Con pallenti ragioni in eccesso mi bilancio tra morte e pane quotidiano… Ho vestito qualche ruolo circospetto senza assegnargli fini irrelati, e senza fede la più esigua nell’eterodiretta scala del convenuto degno: sistole e diastole di morali ematiche. Non onoro la fertilità del sole, rifuggo boschi e giardini, laghi, fiumi e mari, pratico perspicui alfabeti urbani, tic e idiosincrasie figlie di nevrosi polite e civili, forme di insofferenza umorale e acquitrinosa. Venero un’idea salva dalla via sdrucciola dei buoni intenti e non disprezzo l’essoterico, ma raramente sono meno che astruso. Ho avuto donne simili a tagliole. Ho avuto amici, non pochi, ma nessuno spirito di squadra. Altrettanti nemici, poi, cui ho assegnato nomi apocrifi e larga cittadinanza nel mio curriculum di animale uomo. Nessun clamore di gesta, solo il dolore sordo di un’epica da tre soldi. Un canto che fu cinetico, il mio, nervi e carne, ora, nel raggelato cloroformio della mia tregua. Come un’idea molesta confitta, spina venefica, nel mio presente in disarmo. Dai foruncoli del mondo, alle guerre e ai suoi governi catacombali, si palesa l’inane statuto della razza umana: poliziotta e guardiana zelante dell’osservanza. Dal mio canto ho un’ingenita astuzia per stratagemmi che mi dispensano dalla posterità. La follia non è così insana quanto le vostre prigioni.
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Il giorno
(Dedicata a Sylvia Plath)
Sono rinvenuta a questa forma di vita grossolana, ruvida e colma di luce vicaria. Il giorno è pallida, opaca pupilla. Le braccia pesanti escrescenze senza verso né funzione. Ottenebrata dall’eclissi di una ragione potrei anche abituarmi ai corridoi colmi di una sofferenza sorda, ottusa e senza voce o lamento. Il linoleum verde però è orticante. Le medicine, amare e incolori, provvedono sedazione. Il sangue nelle vene diviene ovatta. Per resuscitare nel pieno del vigore, oltre l’abbaglio della mia stessa negazione, dovrei strapparmi la pelle, uncinare ogni desiderio e preghiera, scostare la ciotola di queste assurde prebende. Il cuore pulsa. Il suo ritmo è prigioniero. Talvolta mi smarrisco in quel battito tenace e inavvertito del mio nome, del mio indirizzo e di altre minutaglie di una vita esecrabile ma polita. Non ho mai prodigato cure, non ne ho mai chieste, ed eccomi qui supina con capannelli di addetti che si prendono cura. Ma non è una cura garbata, è indolente e brusca, non partecipe: una sorta di rito stanco e alieno a ogni goccia di pietà… Hanno bisogno di corpi da curare come un cacciatore provetto di trofei. Perfino cambiare visuale comporta fatica: se mi giro mi viene dietro questo fascio di nervi intorpiditi, di sangue stanco e muscoli atrofici. Sono la mia zavorra. Se si estinguesse questo ciclo sciagurato potrei adagiarmi come un torrente su ciottoli levigati, sentirmi piuma nel vento, ma i fiori sono recisi e il loro rutilare distante, ogni percezione gravita attorno alla sofferenza. Ho potuto cucire attimi sul telaio di una spessa abulia innervata di pianto acre. Disegni e arabeschi votati a un candore perduto, segni di un tempo che non posso più onorare. Rostrata e crudele, predace, insensibile e insensata è questa natura che fa della carne di un’esistenza banchetto lustrale e atavicamente barbaro. Riversa sul fianco è lo stesso. L’approssimazione e il qualunquismo mi hanno cucito addosso abiti da cerimonia per varcare, illibata come un giglio, la porta di un amore e una famiglia: adesso vedo solo salme impagliate, di tutto questo – non ero pronta: il mio clitoride è cosa crudele, le mie sembianze defilate un pretesto, la mia morale invertita e nauseabonda. Mi abbranca l’odore sintetico di questo luogo-non-luogo, trafitto da grida di strade ferrate lanciate verso un rassegnato dolore. Mi sento spogliata e derisa dalla vita. Questa percezione acuta mi scaglia lontano come una pionieristica freccia. Chi mai la raccoglierà per lanciarla ancora più distante? Sto passando un testimone, sono ancora viva, dolorosamente viva e permeabile all’insulto. Ho provato a bordeggiare la mia natura risentita, era come galleggiare senza ancoraggio, come morire di vivere e vivere per morire. Lasciatemi sola e refrattaria al pulmento d’ogni pane di bontà, devo riannodare un vecchio discorso intrapreso con la mia parte più depravata e inerme, una sorta di lucciola sul punto di crepare nella notte con agonici spasmi intermittenti. Pure ho ricevuto doni, ma erano ami per un sacrificio troppo grande, erano parole viscose e sanfediste… Intendiamoci, ho in odio tutto il neoterico e con esso la traiettoria di menti svezzate ai prodigi del nuovo, ma intendo qui una sorta di calunnia, un libello muffito all’indirizzo del sacro vincolo con se stessi e alla libertà di decidere per questi quattro stracci di vita. Sono votata all’annullamento, ma è tutto così vivido e impellente: troppe cose reclamano dedizione e sguardo, mondi nel mondo senza perno o veduta da privilegiare, resti decidui nel cloroformio di una vita, reliquie votive di pianto e dannazione per l’angoscia ingenita al caos del possibile. Il giorno è pallida pupilla, e le mie ciglia, assieme al circostante, tremano di un pianto salvo ma sconsolato. La strada è perduta senza appelli, ero un fiume che ha rotto gli argini: ora sono un rivo che rincorre la sua estinzione.