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“Voleva la giungla vergine”. Colette e la nostalgia della sua “Maison”

Appartengo a un paese che ho lasciato”: Colette

Tra fantasia e memoria: in questo solco dorato si situano gli scritti che Colette dedica alla sua casa, nel natio villaggio di Borgogna.Con Sido e La Naissance du Jour, La Maison de Claudine è nell’incantato cerchio di racconti e romanzi in cui Colette rivive la felicità dell’infanzia, per lei scoperta della natura e iniziazione, senso di appartenenza e nostalgia.

Pubblicato nel 1922, tra quel Chéri acclamato da Gide come “un capolavoro” e il meraviglioso canto dell’innocenza perduta che è Le blé en herbe, La Maison de Claudine richiama nel titolo la serie delle ‘Claudines’: personaggio di nuovo sospeso tra finzione e ricordo che aveva dato a una giovane Gabrielle, da poco sposata e inurbata a Parigi, fama e risonanze di scandalo.Quasi vent’anni separano la piccola, maliziosa Claudine creata (anche) dietro sollecitazione del marito Willy, al secolo il giornalista viveur Henry Gauthier-Villars, e questo affresco di Saint-Sauveur, della casa e della famiglia dalle tinte seppiate di dagherrotipo. Claudine riemerge nel nome ma non nella sostanza per dar modo a Colette di rivendicare nuovamente a sé quella serie lontana, che aveva firmato – al suo posto – il solo Willy.

La casa di Saint-Sauveur-en-Puisaye ha una semplice facciata chiara rovinata dal tempo, l’ardesia spiovente del tetto che scivola grigia sopra la soffitta. La si trova facilmente in una via laterale del paese, un pugno di edifici su una collina nel cuore della Borgogna. Lì Colette è vissuta fino al matrimonio, ventenne, con Willy

Conosciuti gli splendori di Parigi tra frequentazioni di artisti, scrittori e aristocratici – Proust e Rachilde, Anatole France e Marguerite Moreno, Ravel e Debussy e molti altri -, la casa di campagna della sua infanzia felice resterà la sua prima e più intensa ispirazione. “Appartengo ad un paese che ho lasciato” è l’incipit de Les Vrilles de la Vigne. E alla casa e a sua madre Sido, regina e dominatrice di quella dimora rustica, Colette dedica forse le sue pagine più belle.

La resurrezione del passato significa per lei riportare in vita il paese della felicità. Passato e ricordo si fondono in un paradiso terrestre di gioie semplici, dove le cose e la natura sono goduti con sensi acuti e soddisfazione piena: “Che regina della terra ero a dodici anni!” (Vrilles). In questa Maison Colette torna la bambina di allora che impara a conoscere il mondo sensibile, lo tocca, ne sente rumori, aspira profumi.

La casa, il villaggio, la campagna fuori, ecco l’orizzonte limitato e senza confini dei primi anni, il “primo mondo” dove tutto è prodigio: il sole, prati e boschi intorno a Saint-Sauveur, foschie mattutine e tramonti, l’aria frizzante dell’alba che sua madre le accorda “come ricompensa” (Vrilles). I boschi che circondano il paese non hanno segreti per lei: “Cari boschi, li conosco tutti; li ho battuti tanto spesso. Ci sono boschi cedui, arbusti che al passaggio vi scorticano selvatici il viso: sono illuminati dal sole, pieni di fragole, mughetti e anche serpenti”, dice la voce di Claudine (Claudine à l’Ecole), finta ingenua, scrittrice consumata alle soglie del trionfo che, nella realtà, è Colette.

Infanzia, passato e nostalgia s’intrecciano. A Parigi la vista di fiori cittadini in un’aiuola stentata accentua la malinconia di averli lasciati: “Ho vissuto in quei boschi dieci anni di vagabondaggi smarriti, di conquiste e di scoperte…”. Nella nebbia della capitale il ricordo si spinge sempre laggiù, al villaggio sulle colline: prati ingialliti e campi lavorati di fresca terra rossa, la torre saracena avvolta di edera, alberi senza foglie e strade bordate di susini selvatici appassiti nel gelo. Il villaggio a scalinate, la scuola bianca nella dolcezza di un sole senza riflessi. L’odore di muschio e foglie marcite, l’aula che sapeva d’inchiostro, carta e zoccoli bagnati.

Il centro di questo universo fiabesco è la casa, abitata da persone e animali tra cui vige un’affinità profonda e appassionata.
Sopravvissuti alla distanza del tempo e di un’oscura provincia francese, personaggi straordinari popolano l’infanzia di Gabri, come la famiglia chiama “la piccola”.

La madre Sido ha l’abitudine di alzarsi all’alba o prima, cura con amore indistinto bambini, piante e animali di casa restituendo a tutti “il suo aleggiante sguardo grigio”. Mette in mano alla figlia di sette anni de Musset, Balzac e Shakespeare (Sido). Il padre, l’ex capitano degli Zuavi Colette, ha perduto una gamba combattendo a Melegnano e poi rapito la giovane moglie di un improvviso amore violento. Eterno aspirante scrittore, alla sua morte i familiari ritroveranno in biblioteca molti volumi rilegati dalle pagine tutte bianche, con poche righe di dedica a Sido, il suo grande amore. Dei tre fratelli, la maggiore, l’isolata sognatrice Juliette vive in disparte e Gabri lega invece con i due “selvaggi”: Léo e Achille.

La Maison de Claudine ritrae una volta di più, la “grande casa grave”, la natale “casa borghese di vecchio villaggio”. Colette è adesso “la grande Colette”: raduna a sé i suoni della nostalgia, come sua madre faceva con venti e nuvole in cielo. Ogni particolare è impresso vivido e vibrante nella memoria, come l’autrice non avesse mai lasciato la facciata annerita in Rue de l’Hospice “con le finestre grandi e senza grazia”, i gradini sconnessi che portano dalla strada al portone d’ingresso e traballano sotto il piede, sei da un lato e dieci dall’altro per compensare la pendenza della via, il silenzio rotto solo dalla musica del piano di Gabri:

Passo tutta la mia giornata a cercare, passo dopo passo, briciola dopo briciola, la mia infanzia sparsa negli angoli della vecchia casa

dice Claudine-alias-Colette. Il passato e le sue dolcezze sono ancora vivi, sono ancora lì: immutati.  Immutabili. Lontana dal villaggio di Borgogna, al cancello piegato dal peso del glicine rivede la montagna delle Cailles impallidire, poi colorarsi viola, i folti boschi verde opaco diventare azzurri verso sera. Nel crepuscolo arrossato che si addormenta, un pero prodigo fa cadere i frutti. In alto lo zigzag di un pipistrello in un volo nero e muto.

La visione si fa più vicina, più intensa.

Anche lei, come Virginia Woolf in To the Lighthouse, scrive una sorta di ‘elegia’ al modo classico, mischia “memoria e desiderio”, riacquisisce il passato per proiettarlo in avanti e schiarire il futuro. Che è quanto spetta alla scrittura.

La casa ha due tesori, il “giardino davanti” che dà sulla via e l’altro, “il giardino dietro” usato solo dalla famiglia e invisibile ai passanti dove si svolgono i giochi più fantasiosi dei tre minori, crescono il glicine, le begonie e lo splendore rosso e rosa dei gerani di Sido. Nella terrazza sale a Gabri leggere, spiare passeri e lucertole, nascondersi da tutti con l’amata gatta Nonoche.

Tutto ha sapore magico nella casa di Saint-Sauveur, le ore e le giornate ruotano intorno alla personalità di Sido: Sido che scruta i punti cardinali per indovinare dal cielo i segni del tempo e incita la figlia a scoprire le meraviglie della terra con il suo ripetuto, incalzante “Guarda!”. Sido che la domenica va in chiesa solo per dovere accompagnata dal cane, un volume di Corneille da leggere durante la funzione nascosto dalla copertina del libro di preghiere. Sido che aiuta in silenzio poveri e donne del villaggio e accoglie nella sua casa le ragazze incinte che tutti, persino il curato, rifiutano. Sido che è vissuta sempre “sferzata di ombra e luce”, generosa e volubile, “ornata di bambini, fiori e animali come una nutrice terra feconda”.  Che dischiude il significato profondo degli “indizi terrestri”:

Lei mi ha dato la luce e la missione di proseguire quel che da poeta aveva afferrato e lasciato, come ci si appropria di un brano di melodia fluttuante, in viaggio verso lo spazio (…). Voleva per sé il mondo, e solitario, sotto forma di un piccolo recinto, un pergolato e un tetto inclinato. Voleva la giungla vergine, ma limitata alla rondine, al gatto e alle vespe, al grosso ragno ritto sulla sua ruota di trina argentata dalla notte …

Lascerà in eredità alla figlia la stessa curiosità accecante, lo stesso amore per la terra e gli animali, la stessa forza e passione per la vita, l’eccezionalità: “Mia madre saliva e saliva senza fermarsi la scala delle ore, cercando di possedere l’inizio degli inizi… Io conosco bene cosa sia quell’ebbrezza …” (La Naissance du Jour).

D’altronde, anche di là dall’eccentricità materna, la casa ospita non poche stranezze e bizzarrie: la selva di tombe cartacee in miniatura confezionata da Léo, che va a un concerto nella città più vicina, torna e riproduce a memoria la musica al piano. Il laboratorio chimico zeppo d’ampolle e liquidi colorati installato da Achille nel granaio. L’onda buia dei lunghissimi capelli di Juliette dagli oblunghi “occhi mongoli” sul “viso asiatico”, che nel delirio della febbre crede di parlare con Catulle Mendès. Le gelosie da adolescente del “Capitano” per Sido, l’anima della casa. La favolosa gatta Nonoche, sorta di felino nume tutelare del giardino, e il gatto selvatico che mangia le fragole nell’orto. Il ragno che la notte scende a bere la cioccolata posata sul comodino da Sido, che si rifiuta di scacciarlo:

Tutto era fiabesco e semplice, in questa fauna della casa natale… (Maison)

e a chi vive nei campi e si serve bene dei propri occhi diventa “miracoloso e semplice”. Nel quasi ossimoro, “miracoloso” e “semplice” risiede il fascino della scrittura di Colette.  Celebre, sdoppiatasi in Colette-Claudine, lei sogna l’impossibile: scambiare la notorietà per tornare ad essere solo Gabri. Impossibile, ovviamente. E allora con gioia vorace ‘dipinge’ dettagli e nomina fiori, frutti e animali:

Tutto è ancora davanti ai miei occhi, il giardino dai muri caldi, le ultime ciliegie brune appese all’albero, il cielo solcato di lunghe nuvole rosa, – tutto è ancora sotto le mie dita: rivolta vigorosa della coccinella, pelle spessa e madida delle foglie d’ortensia, – e la piccola mano indurita di mia madre (Maison)

Nel suo appartamento parigino Sido la raggiunge di rado e controvoglia, perché obbligata così  a lasciare il suo “Capitano”, il giardino e gli animali. Quando ne scrive, il passato è diventato già mito, costruzione favolosa con cui bilanciare perdite e oblio:

Non aiuterò nessuno a osservare quanto splendore ancora si avvinghia, nel mio ricordo, ai cordoni rossi di una vite d’autunno che crollava sotto il proprio peso, festonata nella caduta a qualche braccio di pino. Quei lillà massicci il cui fiore compatto, blu all’ombra e porpora al sole, marciva presto soffocato dalla propria esuberanza …

Il timore s’insinua a volte di averli persi per sempre, il dubbio che nemmeno la scrittura riesca a riportarli in vita. Grande, pungente, è il tema della nostalgia, dell’esilio, o se vogliamo di una moderna scacciata dall’Eden:

Casa e giardino vivono ancora, lo so, ma che importa se la magia li ha abbandonati, se è perduto il segreto che apriva – luce, odori, armonie d’alberi e d’uccelli, mormorio di voci umane che la morte ha già sospeso – un mondo di cui ho cessato di essere degna? (Maison)

I bambini molto particolari di quella casa non si fanno mai trovare facilmente: solo un libro aperto, le pagine sfogliate dal vento, o un gioco abbandonato sull’erba rivelano la loro presenza: silenziosi, amanti della solitudine e dei libri che trovano in quantità nella biblioteca paterna, si isolano ciascuno nel proprio angolo, nella propria fantasia.

Allarmata a volte dal silenzio innaturale in giardino, Sido esce, il grembiule da cucina stretto in vita e le cesoie per i fiori che fuoriescono dalla tasca: scruta gli alberi e lancia all’aria il suo appello ai figli, come una gatta che richiami i cuccioli. Il richiamo attraversa il giardino e rimanda l’eco. Invano. Sido aspetta, con una domanda silenziosa: “Dove sono i bambini?”. Come la gatta-madre, non vuole rassegnarsi al fatto che i suoi cuccioli sono grandi, indipendenti da lei e potrebbero lasciarla. Presto o tardi torneranno, è la rassicurazione di una naturale saggezza terrigna:

Mia madre rovesciava la testa verso le nuvole, come se avesse atteso l’abbattersi di un volo di bambini alati. Un momento dopo gettava lo stesso grido, poi si stancava d’interrogare il cielo, spezzava (…) il sonaglio di un papavero, grattava una rosa imperlata di pulci verdi, nascondeva in tasca le prime noci, scuoteva la testa pensando ai bambini scomparsi, e rientrava. (Maison)

Miope e ansiosa di tornare alle occupazioni domestiche, non si è accorta che il fogliame fitto del noce, proprio sopra la sua testa, si muove e in mezzo “brilla il viso triangolare e chino di un bambino disteso, come un gatto, su un grosso ramo…”.
Ha rinunciato a scoprirli. Sido lo sa bene: i figli hanno tutti la sua stessa “socievolezza limitata”. Juliette passa giornate intere in camera, a leggere romanzo dopo romanzo. La “piccola” segue i due ragazzi nelle scorribande per la campagna, quasi di corsa per riuscire a star loro dietro. Banda gaia e squinternata di due adolescenti lunghi e magri come spaventapasseri e una bambina bionda e paffutella, i tre lasciano calze e scarpe, saltano cancello e muro del giardino per tuffarsi nel mare di digitali estive che arrossa i boschi intorno al paese. Le ore passano, l’apprensione di Sido cresce:

Lei si alzava, senza fiato per la sua ricerca costante di madre-cagna troppo tenera, la testa alzata e fiutando il vento: “Dove sono i bambini?” (Maison)

I “selvaggi” e “la piccola” tornano, poi, Gabri con un ginocchio  sanguinante sotto impiastri di ragnatele e pepe selvatico. Come la gatta Nonoche, ma senza la sua lentezza di vecchia ponderata, Sido fiuta inquieta nella bambina l’aglio o la menta selvatici, che sa crescere in un dirupo lontano. E perde la pazienza: “Domani, vi chiudo dentro! Tutti, mi sentite, tutti!”, grida al vento e rientra in casa. (Maison)

Domani, invece, il maggiore sale sul tetto d’ardesia, scivola sulle lastre inclinate, si rompe la clavicola nella caduta, rimane a terra “muto, garbato, quasi in una sincope”, e aspetta gentile che qualcuno passi e l’aiuti ad alzarsi. Il minore si fa cadere addosso una scala di sei metri e ne riporta “con modestia” un bozzo viola in piena fronte.

Diventati adulti, per tutti loro la casa di Saint-Sauveur sarà rifugio, testimonianza tangibile del paradiso, continua fonte di nostalgie e rimpianti. Incapace di conciliare il fervore della propria fantasia alle ristrettezze del quotidiano borghese, Juliette cederà nella lotta tra aspirazioni, inclinazioni e l’opacità del reale. Diventato un oscuro medico di villaggio, tutta la vita Achille custodirà in cuore la felicità del passato. Avanti con gli anni Léo, “il vecchio silfo”, capiterà a volte nell’appartamento di Parigi, trasandato e povero, malato di fantasia eccessiva e miseramente sprovvisto di senso pratico per affrontare la vita, con un unico scopo: parlare con la sorella della loro casa, di Sido e del Capitano, dei loro giochi infantili, tutto ciò è ancora la loro forza, compresso in una parolina malinconica di nostalgia insaziabile: là-bas, “laggiù…” (Sido).

Quando Colette scrive La Maison de Claudine, Juliette e Achille sono morti. Due dei “bambini” di Sido hanno smesso di vivere, gli altri due invecchiano. Ma se esiste un posto dove darsi appuntamento dopo la vita, Sido trema ancora d’inquietudine, anche per i due figli che non sono più:

Per la maggiore di tutti noi, lei ha almeno smesso di guardare il buio del vetro la sera: “sento che quella bambina non è felice (…) che soffre…”.

Per il maggiore dei ragazzi lei non ascolta più, trepidante, il passaggio di un calesse di medico sulla neve, nella notte, né il passo della giumenta grigia. Ma io so che per i due che restano lei erra e cerca ancora, invisibile, tormentata di non proteggerli abbastanza: “Dove sono i bambini? …” (Maison)

Paola Tonussi

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