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“Per tutto il libro si dovrà sentire il mare…”. Passeggiata dentro “To the Lighthouse”, il romanzo più intimo di Virginia Woolf, “il migliore dei miei libri”

Un pomeriggio mentre sa attraversando Tavistock Square – ricorderà in seguito – Virginia Woolf inizia a pensare al suo quinto romanzo.

Mrs Dalloway non è ancora stato pubblicato, ma To the Lighthouse reclama già racconto: “Soffiare bolle di sapone da un cannello: (…) questo può dare l’idea dell’affollarsi veloce d’idee e scene che mi zampillavano dalla mente”. È il momento in cui “sente la trasparenza delle parole, quando cessano di essere parole e diventano così intense che ti pare di viverle”. Forse, è stata proprio questa “capacità di ricevere scosse” ad aver fatto di lei una scrittrice (A Sketch of the Past).

È sempre straordinaria, in Virginia Woolf, questa commistione continua, acuminata, tra narratrice e sguardo critico, tra emozione della scrittura e consapevolezza d’artefice. Il che è anche, en passant, un invito a leggerne i saggi e ad aprire la porta dell’officina.  Per scrivere il suo nuovo romanzo lei inizia a ritrovare, per dir così, a ‘voler’ rivivere ricordi del passato: “Sarà piuttosto breve; avrà ben delineato il personaggio di papà; e quello di mamma; e St. Ives; e l’infanzia; e tutte le solite cose che cerco di metterci – la vita, la morte (…). Ma il centro è il personaggio di papà, seduto in barca mentre recita Perimmo, ciascuno solo, e schiaccia uno sgombro moribondo” (Diario, 14 maggio 1925).

Alla fine il padre non sarà al centro del romanzo e, restituito al suo elemento marino, lo sgombro che inargenta il fondo della barca ritroverà forse una scintilla di vita. Ma il verso citato da Mr. Ramsay dal Castway di Cowper anima il sentimento profondo del romanzo: la contraddizione dolorosa tra l’affetto per gli esseri scomparsi e il passato e la necessità di allontanarsene.

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Dal padre Virginia ha imparato molto, autodisciplina compresa. Il patriarca vittoriano Sir Lesie Stephen, filosofo, critico letterario, giornalista e appassionato alpinista, nonché autore – ed editore, come più tardi sua figlia – di un’opera interminabile (quasi il contraltare serio degli accanimenti dickensiani di Mr. Dick), l’Oxford Dictionary of National Biography.

Al faro, l’opera più nostalgicamente autobiografica di Virginia Woolf, trasforma la St. Ives della sua infanzia, la piccola località marina della Cornovaglia dove i Woolf trascorrono molte estati felici, nell’isola di Skye nelle Ebridi scozzesi. La loro casa sulla spiaggia, Talland House, diventa la grande casa trascurata dei Ramsay, minacciata dall’acqua, colma di figli e ospiti, dominata dal profilo del faro, fuori in mare. Ritratti in Mr. e Mrs. Ramsay, Leslie e Julia Stephen hanno la stessa raffinatezza e distinzione intellettuale mentre il rapporto arte-vita di Virginia s’incarna nella pittrice Lily Briscoe, riflesso anche di Vanessa che, “sempre più selvaggia”, era fuggita di casa per seguire le lezioni di pittura.

Virginia lo considererà sempre “il migliore dei miei libri” (Diario, 23 novembre 1926). L’amico Forster concorderà con lei, al cuore della sua scrittura: “È terribilmente triste, molto bello, nei toni smorzati e nella forma (…). Il dolore della vita sembra sgorgare da ogni parola. L’esaltazione della vita … (…). Devo rileggerlo …” (Virginia Woolf, 1942).

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Risalendo indietro nel tempo, il “senso generale della poesia dell’esistenza” è spesso per la Woolf “legato al mare e a St. Ives” (Diario, 23 novembre 1926). Il mare sembra anzi quasi un cammino dell’anima: dal primo romanzo The Voyage out, passando per questo To the Lighthouse fino a The Waves, l’opera estrema. A un’amica di Vita Sackville-West, Violet Trefusis, Virginia stessa è apparsa una specie di favolosa creatura marina: “La mollezza degli abiti dava ai suoi movimenti un’ondulazione come di anemone di mare. Era fluida ed elusiva, un soffio di fumo” (Broderie Anglaise).

Tra i molti “soffi di fumo” della memoria di quelle estati in Cornovaglia, “il mio primo ricordo, e anzi (…) il più importante di tutti” – scrive in A Sketch of the Past – si stacca dalla rassegna un poco opaca del passato per rimanere “gioia perfetta”: “È il ricordo di essere distesa a letto mezzo addormentata, mezzo sveglia, nella stanza dei bambini a St. Ives. Di sentire le onde frangersi, una, due, una, due, e gettare spruzzi d’acqua sulla spiaggia; e poi rompersi, una, due, una, due, dietro una tenda gialla. Di sentire la tenda trascinare la sua piccola nappa attraverso il pavimento mentre il vento la soffiava in fuori (…) star distesi e sentire questi spruzzi e vedere questa luce (…) e provare l’estasi più pura che io possa concepire”.

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In una delle sue escursioni a piedi, Leslie Stephen aveva scoperto il borgo di mare che allora era St. Ives, “proprio sulla punta del piede d’Inghilterra” (Quentin Bell, Virginia Woolf, p. 47), e aveva voluto comprare la casa sulla baia.

Virginia ricorda l’incanto di giorni che sembravano “un quadro degli Impressionisti”, “la sensazione (…) di stare in un acino d’uva e vedere attraverso un velo giallo semitrasparente”: “Se fossi un pittore userei per queste prime impressioni il giallo pallido, l’argento, il verde. C’era la tenda giallo pallido; il mare verde; l’argento della passiflora. Dipingerei quella visione sferica (…) petali incurvati, conchiglie (…), curve che lasciano trasparire la luce ma non restituiscono contorni netti”.

Li chiamerà moments of being, momenti di vita più intensa, percezioni dilatate e abbagli rivelatori, il presente arricchito dal ricordo del passato ma anche il contrario, il passato che riceve luce dal presente. A quei momenti appartiene un mondo elementare fatto di sole, colori e suoni che “uscivano dal petalo, dalla foglia: suoni indistinguibili dalle immagini. Di suoni e d’immagini sembrano composte queste prime impressioni”. La realtà nascosta dietro apparenza e cambiamento, i ricordi l’espongono a “scosse” per coglierne significati, fissare il passato in paesaggi, immagini, suoni: “La qualità del suono sopra Talland House pareva tenerlo in sospensione, lasciarlo affondare lentamente, quasi fosse rimasto impigliato in un azzurro velo gommoso. Il gracchiare delle cornacchie fa parte del frangersi delle onde – uno, due, uno, due – e dello sciabordio quando l’onda si ritira e poi si raccoglie di nuovo…” (A Sketch).

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Sulla pagina Virginia riversa ritmo e fragore del mare, la vaporosità marina sopra le onde che battono gli scogli, la semiluna colorata rimasta sulla battigia quando l’acqua si ritrae. Dopo i mesi invernali trascorsi a Londra, tutto è unico e indimenticabile nell’Eden ritrovato di Talland House: “una casa nostra; il nostro giardino; e la Baia; il mare; la brughiera; (…) sentire rompersi le onde la prima notte dietro la tenda gialla; scavare nella sabbia; far vela verso i pescherecci; arrampicarsi sugli scogli e vedere gli anemoni di mare rossi e gialli sventolare le antenne o appiattirsi sullo scoglio come goccioloni di gelatina; trovare un pesciolino che si divincola in una pozza; raccogliere conchiglie; ripassare la grammatica in sala da pranzo e vedere la luce che cambia sulla baia …”.

Oltre e intorno alla casa ruota una piccola comunità umana a St. Ives e i bambini si divertono a “scendere in paese per comprare una scatola da un soldo di colori o un temperino”. Allora “nelle stradine scoscese” poteva capitare di “sentire tutti gli odori del pesce; e vedere tantissimi gatti tutti con la loro lisca in bocca”. Quindi rientrati a casa trovavano “ogni giorno una gran ciotola colma di panna (…) e zucchero bruno a volontà da mangiare con le more …”: Stephen, Thoby, Adrian, Virginia e Vanessa, “Noi quattro bastavamo a noi stessi”. Nello sforzo di ricatturare ogni dettaglio, la scrittura oscilla tra presente e passato: “potrei riempire pagine e pagine con tutte le cose che ricordo. Tutte insieme facevano delle estati a St. Ives un’introduzione, la migliore che si possa concepire, alla vita. (A Sketch)

Nel tono dominante del romanzo c’è la luminosità diffusa, la poesia del passato. Ma quasi fin da subito, il tema della morte e della memoria intrecciati fa dubitare Virginia se sia appropriato definirlo “romanzo”: quando ancora sta cercando “un nuovo nome” da dargli, il primo a venirle in mente è stato “Elegia”. Per un’isola nelle Ebridi scozzesi, microcosmo separato dal mondo, hortus conclusus e distillato di nostalgie: “per tutto il libro si dovrà sentire il mare…” (Diario, 27 giugno 1926).

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Attraverso i millenni i riverberi della parola ‘mare’ sfrangiano il mito, da Saffo e Omero alla contemporaneità. La visione dell’oceano invita il lettore a una vibrante misura privata, e alla sua “fragranza dello spirito” Conrad Aiken rende tributo di poeta: “Non succede niente, in questa casa di strane e care persone, eppure succede tutto della vita. La futilità tragica, l’assurdità, la bellezza patetica della vita – di tutto questo facciamo esperienza mentre condividiamo le sette ore della vita (…) di Mrs Ramsay. Abbiamo visto, attraverso lei, il mondo” (“The Dial”, luglio 1927).

L’acume critico di Aiken tocca anche il punto nevralgico della trama (o la sua quasi assenza), in un romanzo che risente non poco della lettura di Proust, di cui Virginia ammira la maestria nel raccontare la realtà diafana, le sue “sfumature di farfalla”. Al riguardo il cognato Clive è illuminante: “I romanzieri sono impegnati, di solito (…), a procedere con la loro storia. Proust non si preoccupa che al minimo di svolgere fatti (…). Tratta situazioni ferme, non azioni in movimento. Il suo movimento narrativo è quello di un fiore che si apre …” (Proust).

Con il desiderio di fissare, anche lei, l’evanescenza della “polvere d’oro” (Diario, 8 aprile 1929) sulle ali delle farfalle, Virginia scrive una storia di mare e d’infinito. Una storia in cui la vita sembra attraversare la rarefazione dei suoi personaggi come l’acqua marina una rete, e se anche trattiene una scia di “eventi” interiori, nessuno è fondamentale nell’economia narrativa.

Il suo “vero tema” sembra il dissolversi dell’esperienza in istanti d’intuizione, sempre i moments of being che insegue come un fuggitivo, tornano a volta e scompaiono altre ma, sempre, coagulano l’“essenza”. Il racconto si muove intorno al dipinto di Lily Briscoe e al suo risalire a ritroso la memoria in unità di spirito più che azione (le due parti principali, la prima e la terza, si agganciano alla centrale che oscilla sul cardine del tempo che passa), e la narrazione fluttua, lascia e riprende i fili del ricordo come i punti di Mrs Ramsay sul calzettone rossiccio: “Noi siamo urne sigillate galleggianti su quella che per convenzione chiameremo la realtà: in certi momenti, senza alcun motivo, senza alcuno sforzo, nel sigillo si apre una fenditura, e la realtà ci invade…” (A Sketch).

Vanessa fa felice la sorella confessandole una commozione “quasi dolorosa” nell’aver ritrovato, leggendo, i genitori, le loro estati in Cornovaglia e in Mrs Ramsay “un ritratto stupefacente” della madre (Diario, 28 novembre 1928).

Al faro è in effetti un romanzo purificatore: un’Elegia al modo classico. Il più autobiografico, personale e il più universale dei romanzi woolfiani, perché attinge a una polla comune di desideri e speranze, lacrime e gioie che appartengono a tutti: Virginia e Vanessa, personaggi, lettori.

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Così la meraviglia infantile diventa capacità della scrittura-fantasia di trasformare la realtà, riducendo i dati effettivi a poca cosa rispetto agli sviluppi interiori. La scena sulla spiaggia in cui la figlia dei Ramsay, Nancy, getta scarpe e calze e va in riva al mare accende una luce sui meccanismi immaginativi di Virginia adulta, come sull’interdipendenza tra narratrice e scrittrice di memorie: la bambina è quasi ipnotizzata dal suo sogno di potenza e di magia, proprio come la scrittrice dall’intensità della scrittura. Suggestione, visione, una specie di ipnosi in entrambi i casi. La descrizione degli anemoni di mare è quasi identica a quella degli scritti autobiografici, identico lo slittamento del paesaggio verso il favoloso.

La ‘fantasticheria di Nancy è una borchia lucente deposta sulla pagina, incastonata da cornici narrative. La preparazione alla discesa nella fabula, Nancy waded out to her own rocks… She crouched low down…, apre l’inizio del sogno a occhi aperti, Brooding, she changed the pool into the sea, and made the minnows into sharks and whales, fino alla chiusa con il ritorno frastornato alla realtà: So listening to the waves, crouched over the pool, she brooded.

“Nancy sguazzò fino ai suoi scogli e cercò le sue pozze d’acqua (…). Si accovacciò per sfiorare gli anemoni di mare lisci come gomma, incollati come masse di gelatina al fianco degli scogli. Fantasticando, trasformò la pozza in un mare, e i pesciolini in squali e balene, e stese vaste nuvole su quel mondo minuscolo tenendo la mano contro il sole, e così vi portò tenebre e desolazione, come fosse stata Dio, (…) e poi di colpo allontanò la mano e lasciò di nuovo dilagare la luce del sole. Lontano, sulla pallida sabbia frastagliata, sgroppando, con frange e schinieri apparve un leviatano fiabesco (lei continuava a ingrandire la pozza), che s’introdusse svelto negli ampi crepacci sul fianco della montagna. E poi, lasciando impercettibilmente scivolare lo sguardo sopra la pozza d’acqua e posandolo sulla linea ondeggiante di mare e cielo, sui tronchi degli alberi che il fumo dei piroscafi faceva altalenare all’orizzonte, si lasciò ipnotizzare da tutta quella forza che irrompeva selvaggiamente e inevitabilmente si ritraeva, e la sensazione frammista di vastità e piccolezza (la pozza era tornata normale) che fioriva in lei le diede l’impressione di aver mani e piedi legati, di non riuscire a muoversi per l’intensità dei sentimenti che annullavano il suo corpo, la sua vita e la vita di ogni abitante della terra, per sempre. Così ascoltando le onde, accovacciata sulla pozza d’acqua, fantasticava”.  (I, 14)

Anche il lettore continua a fantasticare, dopo il cameo di Nancy, continua a sentire le onde in riva al mare e confonderle con la musica della prosa woolfiana, il suo stile inimitabile, la sua scolastica della rȇverie.

Paola Tonussi

 

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