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“Sono innamorato – e stanco del concubinaggio promiscuo…”. Lord Byron scatenato

Byron arriva Venezia il 10 novembre 1816: in “esilio volontario” dall’Inghilterra, intende restare per l’inverno e la primavera, quindi tornare a casa. Shelley, John Cam Hobhouse e altri amici gli porteranno echi dell’Inghilterra, ma lui non rivedrà più né l’isola né la figlia Ada. Gli resterà accanto fino alla fine solo il fidato John Fletcher. A Venezia però la sua passione per lo scambio epistolare sembra quasi più forte del solito, forse anche per l’isolamento dalle amicizie e la difficoltà di esprimersi in una lingua diversa dalla propria, e di rado epistolario appare più corposo e insieme denso di brio, vivacità, colorato e mobile come le onde della laguna.

Un furor scribendi sorprendente produce dunque spiritosa, scintillante e pressoché interminabile corrispondenza (17 volumi dell’edizione Murray, 12 nella Marchand), che ogni giorno racconta la sua vita veneziana agli amici in Inghilterra. Riferisce a loro e a noi cosa fa, chi vede, cosa sta scrivendo, e uno stesso episodio o incontro può essere visto da angolazioni svariate – tono e dettagli fanno la differenza –, a seconda dell’interlocutore a cui sono rivolti. Da prosa torrentizia e avvincente, piena di spontaneità e senso dell’umorismo – spesso più appunti che vere e proprie lettere – emerge il tourbillon di amanti, feste e conoscenze, il rientro a casa in piena notte con una fiaccola in bocca per non farsi travolgere dalle gondole, le galoppate sulla spiaggia, la vita grandiosa dei palazzi.

Sempre dalle lettere sappiamo che a Venezia il poeta vive un periodo di meravigliosa creatività: legge Tasso, Boiardo, Pulci e il «gran padre Dante», lascia la stanza spenceriana e si appropria dell’ottava al punto da trasformarla, tout court, nella ‘stanza byroniana’, conosce l’ultimo suo amore. Byron ama Venezia ben prima di trovarvi asilo grazie a letture, esperienze letterarie, libri di viaggio. Venezia per lui è ancora Serenissima: l’atmosfera di libertà totale della città favorisce ogni sua fantasia, dalle donne al Carnevale, dalle gite in barca alle feste e i teatri, alle bizzarrie delle sfide a nuoto nel Canal Grande.

Complice la magia della città, a Venezia intreccia amicizie e relazioni amorose. A Venezia scrive moltissimo, e dalle lettere è possibile ricostruire inizio e genesi delle opere: il “poema metafisico” Manfred (la definizione è sua), The Lament of Tasso, il Canto IV di Childe Harold dedicato all’Italia con l’appassionato e noto inno a Venezia, Beppo, A Venetian Story e l’Ode to Venice, The Prophecy of Dante, Mazzeppa. Qui inizia inoltre il caustico Don Juan. Alcune missive contengono descrizioni struggenti della città sull’acqua – «Venezia è sempre stata (con l’Oriente) l’isola più verde della mia immaginazione. Non mi ha deluso, malgrado la sua evidente decadenza. Ma io sono troppo abituato alle rovine per non amare la desolazione…» –, tocchi shakespeariani – «Ho trovato appartamenti molto belli nella casa di un ‘Mercante di Venezia,’» – e confidenze sulle frequentazioni femminili – «con una moglie di 22 anni, Marianna…» (a Thomas Moore, 17 novembre 1816).

Perché queste lettere non sono mai “ferme” ma in movimento continuo come l’acqua di Venezia, e come l’acqua “riflettono” stati d’animo del momento e, soprattutto, si “adattano” a sensibilità e posizione diversa del destinatario. Così all’amico Moore Byron parla liberamente e con sincerità di Marianna Segati, la prima delle sue relazioni veneziane e delle altre amanti, del palco alla Fenice, del Carnevale, le feste e le dame che conosce, non ultima la Contessa Albrizzi. Nonché della sua vita di tutti i giorni: «ogni mattina vado con la mia gondola a parlottare armeno con i frati del convento di S. Lazzaro» (24 dicembre 1816). Sull’isola degli armeni vuole infatti imparare la loro lingua ma anche il veneziano, di cui da poeta apprezza la musicalità comune all’italiano, che parla piuttosto bene: «Amo la lingua, quel dolce Latino bastardo, / Che si fonde come baci sulla bocca di una donna” e suona «come scritto sul raso, / Con sillabe che respirano del dolce sud» (Don Juan xviv).

Al suo editore, John Murray, mostra invece una Venezia spazio letterario, prisma della sua fantasia di lettore, «un luogo poetico e classico, per noi, da Shakespeare a Otway» (5 dicembre 1816). E proprio a lui rivela la sua visione della città, racchiusa nell’ossimoro «cupa allegria» e silenzio di canali, calli e campielli: «Venezia mi piace quanto mi aspettavo, e mi aspettavo molto. È tra i luoghi che conosco prima ancora di averli visti, e che mi ha sempre affascinato […]. Amo la cupa allegria delle sue gondole, e il silenzio dei suoi canali […], l’evidente declino della città…».

In ogni caso il richiamo della società veneziana e le grandi soirées hanno quasi sempre la meglio sul velo di malinconia che patina una frase, un’osservazione, qualche commiato con leggerezza di foschia d’argento sul Canal Grande, spie dell’ansia lieve sul fondo, increspature nelle profondità di laguna sopra la calma della superficie: «Carnevale sta per iniziare» (25 novembre 1816) e ogni sera lui esce «in my cloak & Gondola, in tabarro e gondola» (ad Augusta, 19 dicembre 1816). Ma l’eco malinconica resta, sul margine di queste pagine, e perdura: contraddizioni e incoerenze di un vulcano emotivo, quasi sempre tenuto sotto controllo ma sempre attivo.

Con i dettagli della vita a Venezia, le lettere svolgono vortici di arguzie e scenografie rilucenti e il lettore si perde deliziato nel caleidoscopio di luoghi e di folle sullo sfondo di tappezzerie, vetri, colonne, specchi, marmi e rosoni veneziani: «e poi c’è piazza San Marco – e le conversazioni – e varie buffonerie…» (ad Augusta, 19 dicembre 1816); «ieri sera ero in casa del conte governatore che, naturalmente, comprende la migliore società, molto simile a raduni simili in ogni paese e nel nostro – tranne che invece del Vescovo di Winchester, qui trovi il Patriarca di Venezia…»; «il teatro La Fenice [è] il più bello ch’io abbia mai visto …» (a Murray, 27 dicembre 1816).

Solo con Augusta il canovaccio del cinico viveur, amante irriducibile attratto senza soste dalla sfrenata vita veneziana si strappa, a volte, in dolente sincerità. Le luci della Fenice e di Piazza San Marco si sfuocano e nel cono d’ombra della candela arretra la solitudine dell’uomo chino sul foglio e il sottile, invincibile dolore per la perdita della vita precedente, forse le «grandi attese» della giovinezza: «Sciocchina mia cara – […] non hai idea della mia totale infelicità dal giorno in cui mi sono separato da te …» (18 dicembre 1816). A lei, come all’amico Moore, Byron scrive senza filtri: non smorza con loro la piacevolezza di quella vita, ma nemmeno nasconde inquietudini e il senso d’isolamento.

Al Canto IV di Childe Harold che considera «la mia opera migliore» affida il suo amore per la città che l’ha accolto. Ne annuncia la stesura a Murray (15 settembre 1817) dalla villa di Mira nella campagna veneziana, dove trascorre l’estate in compagnia di amici: «siamo proprio una commedia di Goldoni» (14 luglio 1817). Versi celeberrimi cantano una Venezia fatata, nata dall’acqua per virtù d’incantesimo: «I stood in Venice, on the Bridge of Sighs…/ Stavo a Venezia, sul Ponte dei Sospiri…», una città in cui si vedono sorgere palazzi dalla marea “come al colpo d’una bacchetta magica» (iv 1). E con questa visione sognante e idealizzata di Venezia – che vede prima la luce per lettera all’editore che la stamperà – con questo ‘sogno veneziano’ Byron “fissa” d’ora in poi quello che diventerà l’“atteggiamento letterario” del viaggiatore verso Venezia: chiunque intraprenda il Gran Tour e abbia letto il Canto quarto di Childe Harold vi arriva con una copia sotto il braccio, scriverà Ruskin, anche indicando nel Ponte dei sospiri il centro ideale della Venezia byroniana.

Il poeta non dà l’impressione di voler raccontare la Venezia di tutti i giorni, quanto piuttosto una città consegnata al passato, diventata – ormai – leggenda, alla cui immagine ama continuare ad appoggiarsi per far frusciare onde e momenti d’oro: «A Venezia ora non sono più gli echi di Tasso…», il gondoliere voga silenzioso e i palazzi «si dissolvono in mare». Eppure «la Bellezza rimane». (iv 3) La città gli appare priva di abitanti reali e lui la popola allora di «ombre possenti», i dogi del passato splendore e le figure letterarie associate al suo mito: Shakespeare e Otway, «Shylock, Otello, il Moro» (iv 4). Creature della mente, dall’«essenza immortale», capaci di animare «l’esistenza che più amiamo» (iv 5): immagini che emozionano e legano, «viste o sognate», apparse come vere e «scomparse come sogni» (IV 7).

Byron è poi tra i primi entusiastici estimatori del Lido e di fatto ne “lancia” quasi la moda: dalla gondola l’isola sembra venirgli incontro «in tutta la gloria di un azzurro cielo italiano» (a Murray, 14 aprile 1817). A S. Nicolò del Lido, vicino all’attuale Forte, tiene quattro purosangue arabi e quasi ogni giorno va a galoppare da solo in riva al mare: sulla spiaggia, solo gli zoccoli del cavallo strisciano il silenzio, presso erbe lunghe che crescono spontanee sulle dune e ardere di tramonti viola in mare aperto.

Nel 1818 è suo ospite Shelley. Nel poemetto Julian e Maddalo, quest’ultimo ricorderà le cavalcate insieme al crepuscolo: «Cavalcavo una sera con il Conte Maddalo / Sulla striscia di terra che rompe il flutto / Dell’Adriatico verso Venezia…». Dietro di loro, la distesa brada con rari arbusti, qualche legno sbiancato dal mare, in cuore «La gioia di credere che quanto vediamo / É sconfinato, come vorremmo le nostre anime …».

Quella primavera Byron si è trasferito a Palazzo Mocenigo: ha bisogno di più spazio per il suo complesso e fantasioso ménage, che adesso include il gondoliere Tita (Giovanni Battista Falcieri), un omone vigoroso che affianca il prezioso Fletcher, vari domestici e di lì a poco anche Allegra, la bambina nata dalla relazione-lampo con Claire Clairmont, sorellastra di Mary Shelley. Inoltre molti cani e uccelli, due «affascinanti scimmie», una volpe, un lupo e «la tigre». Con il trasferimento a Palazzo Mocenigo, chiusa la relazione con Marianna inizia per lui una vita agitata in cui frequenta ancora molte donne, tra le quali la più importante è Margherita Cogni.  Assunta con il ruolo di «donna di governo», Margherita detta «la Fornarina» perché moglie di un fornaio locale, è una seducente virago poco più che ventenne, «molto scura di carnagione – alta – […] occhi neri bellissimi – e certe altre qualità che non serve menzionare» (a Murray, 1 agosto 1819). In breve «una vera veneziana», che non sa leggere – il che per Byron è un sicuro pregio – ma a cui non mancano spirito e dialettica. Margherita però è anche «selvaggia», a più riprese cerca di stabilirsi a palazzo Mocenigo, spia la sua corrispondenza in un crescendo di possessività. Quando diventa del tutto «ingovernabile», Byron è costretto ad allontanarla. A lei si devono comunque episodi formidabili nell’epistolario veneziano, come il racconto del violento temporale che sorprende Milord in barca, mentre tenta di raggiungere il Lido: «Un giorno d’autunno stavo andando al Lido con i miei gondolieri – ci sorprese una burrasca che mise in pericolo la Gondola – via volarono i cappelli – l’imbarcazione piena d’acqua – perduti i remi – mare in tumulto – pioggia a torrenti – notte imminente – & vento che cresceva ogni minuto. – Al ritorno […] la trovai sui gradini di Palazzo Mocenigo […] – i grandi occhi neri fiammeggianti tra le lacrime e i lunghi capelli scuri che le ruscellavano gonfi d’acqua sul viso & sul petto; – era completamente esposta alla tempesta – il vento che le gonfiava i capelli e il vestito che fasciava l’alta figura – e i lampi che le sfolgoravano vicino e le onde che le rullavano ai piedi la facevano somigliare a Medea o alla Sibilla della tempesta […] – il solo essere vivente nel canale, a parte noi» (a Murray, 1 agosto 1819).

Nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi il poeta conosce infine «una contessa Romagnuola», «chiara come l’alba – e calda come mezzogiorno» (a Douglas Kinnaird, 24 aprile 1819): è Teresa Gamba, solo sedicenne, che ha sposato quello stesso giorno il Conte Guiccioli. Per Byron è una svolta, e non manca di fissarne date e atmosfera sulla carta: «Sono innamorato – e stanco del concubinaggio promiscuo…» (a John Hobhouse, 6 aprile 1819). È l’inizio di una nuova fase nelle lettere. Alcune per Teresa sono stilate in un italiano settecentesco, dotto malgrado i molti errori, uno sforzo di rarefazione da cui traspare la passione ma che perde tuttavia in verve: già il 22 aprile le scriverà chiamandola «Carissimo il mio Bene», che il 25 diventa «Amor Mio», e «Anima Mia» il 3 maggio. Nell’estate la raggiunge a Ravenna, dove i Guiccioli vivono, poi lei verrà a Venezia e insieme trascorreranno molto tempo nella villa di Mira.

A novembre Byron fa l’ultima cavalcata al Lido. Pensa di tornare in Inghilterra, poi cambia idea per un malore della piccola Allegra, che ha intanto sistemata nel collegio di Bagnacavallo. A dicembre parte per Ravenna: vuol seguire Teresa. A Venezia tornerà, sporadicamente. Ma la sua esperienza – e la pirotecnica corrispondenza – veneziana termina qui.

Paola Tonussi

*Paola Tonussi ha curato per l’editore De Piante un’edizione delle “Lettere veneziane (1816-1919)” di George G. Byron appena pubblicata con il titolo “L’amante scatenato”

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