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“Shakespeare mi ha consentito di vedere come Trump sia riuscito a sbloccare quelle forze oscure che erano rimaste lì a lungo – in termini di razza, immigrazione e genere” dice lo storico Shapiro. Parola di intenditore

Antefatto, la culture cancel. La distruzione di un canone (letterario, comportamentale ecc.) presenta un aspetto psicologico estremamente interessante. A un livello raffinatissimo in letteratura lo facevano anche i sommi come Borges: Altre inquisizioni è una serie di staffilate rifilate ai classici per distruggerli e riproporli al pubblico. Quindi è una tentazione irresistibile. Su un piano di massa, invece, la distruzione del patrimonio è generalmente più becera: la culture cancel serve anche per darsi un tono.

In particolare il fenomeno ha avuto un’impennata negli anni Novanta quando nei dipartimenti umanistici USA si è preso a etichettare “maschi bianchi & morti” la maggior parte degli uomini “di cultura” del passato. Resta divertente da leggere la prima disamina puntuale del fenomeno: La cultura del piagnisteo di Hughes.

Con questi crismi è facile immaginare cosa stiano combinando nelle biblioteche e nel mondo culturale americano. Va di moda la disrupture, la rottura definitiva (non solo “critica”, che sarebbe già un preludio alla rinascita) col passato, col canone, col dato acquisito. Si vuole, insomma, compilare una nuova genealogia di idee accettate dal buonsenso comune, svalcando tre millenni di storia.

Una notizia che da ultimo fa scalpore è la pubblicazione di Shakespeare in a divided America dello studioso americano James Shapiro (stampa Faber, il marchio storico di Eliot mentre in edizione tascabile, ma solo per gli States, il marchio è Penguin: quindi si parla di alte tirature, non di saggi introvabili).

Vista da qui sembra un’operazione raffinatissima di pervasione mediatica che va avanti da quasi un anno, dall’uscita del libro di Shapiro che nelle scorse settimane è stato vivisezionato dalla stampa USA, dalla sinistra alla destra dello spettro politico.

Vediamo meglio.

Shapiro è un personaggio. Ha raccontato in interviste recenti di quando negli anni Settanta, ventenne, faceva i lavoretti estivi per poi andarsene a Londra col fratello e vedere tutto il teatro di  Shakespeare. C’era un’opera al giorno cui assistere per tutto un mese e Shapiro si spostava tra i tre teatri storici di Londra tutte le estati per quattro anni, ammirando alla fine quasi 200 rappresentazioni. Sostiene che il prezzo dello spettacolo fosse basso, solo 50 pence. Quindi qui non abbiamo a che fare con un arido tecnico, con un polveroso compilatore di bibliografie mortali sull’identità autoriale del vecchio Will: Shapiro sa la dizione, l’estro del dialogato sul palco, il gioco delle parti.

Inoltre Shapiro ha all’attivo un libro su Shakespeare giovane (1559. A year in the life of WS) e un altro su quello maturo chiuso in casa a comporre Lear per due anni mentre per le strade di Londra c’è la peste (The year of Lear). Nel 2014 ha raccolto in un libro di 800 pagine la storia della fortuna e sfortuna critica di Shakespeare negli USA: anche il titolo è massiccio, Shakespeare in America: An Anthology from the Revolution until Now.

Ma Shapiro non ha il culto degli epigoni come interpreti privilegiati dei miti letterari: egli spalma nei secoli la storia della ricezione e certo le imprime una sua curvatura politica molto personale, ma in sostanza è in buona fede. Lo scorso anno è riuscito ad asciugare la sua ricerca Shakespeare in America ricavandone Shakespeare in a divided America che affronta gli episodi shakespeariani “limitandosi” all’Otto e al Novecento.

Sfogliando il libro si scopre la storia di un giovane Ulysses Grant che interpreta Desdemona in un teatro militare a ridosso della Guerra civile, si assiste alle rivelazioni dell’omicida di Lincoln, imbevuto di Shakespeare. Si arriva, cosa ben più importante, a quell’ultima vicenda del 2017, quando i trumpiani tentarono di impedire le rappresentazioni del Giulio Cesare.

Di Shapiro è ammirevole la padronanza dei documenti. Approccio puramente positivista, senza empatia, senza tracce romantiche di sforzi mimetici sul materiale storico.

“Quando comincio a scrivere libri di divulgazione non ho un piano prestabilito; voglio solo raccontare una storia che sia accurata, consequenziale, ricca di suspense, visivamente ricca e assai simile a quei libri che si fanno leggere e sfogliare di corsa. Il mio stile effettivamente si è sviluppato in ribellione contro la scrittura accademica. Per certi versi i miei libri sono atti di traduzione che traspongono in storie i reami di una dottrina preziosa sì, ma rinsecchita. Queste storie devono catturare un pubblico informato e curioso.

“Shakespeare mi ha aiutato ad afferrare quelle forze culturali di cui ero solo debolmente consapevole, come quelle che hanno portato alla vittoria di Trump nel 2016. Scrivere Shakespeare in a Divided America mi ha consentito di vedere come egli sia riuscito a sbloccare quelle forze oscure che erano rimaste lì a lungo – in termini di razza, immigrazione e genere.

Shapiro ha ragione quando sostiene che la cultura delle recensioni in Inghilterra gode di miglior salute che negli USA. Se sfogliamo le paginate dedicate al suo libro negli States lo notiamo subito. Il NY Times è stato sapientemente interlocutorio: “Il sottotitolo del libro Quel che le sue opere dicono di noi sul nostro passato e sul futuro è fuorviante, il soggetto siamo proprio noi, gli USA e non le opere di Shakespeare.” La conclusione del pezzo è dimessa e dice tutto: “Siamo un paese diviso fin dai suoi inizi. Per essere un paese innamorato del futuro, gli USA sembrano un po’ persi nel passato”.

Più a sinistra The Nation: “dopo la rappresentazione del Giulio Cesare i trumpiani attaccarono i teatri dove d’estate si ospitavano i festival per Shakespeare, per un totale di quasi 150 cartelloni”. Con tanto di minacce di morte agli attori e via dicendo, solo perché Giulio Cesare è un’opera straordinaria: chiunque vada con la forza a prendersi il potere diverrà capro espiatorio, la solitudine finale di Trump insegna.

Effettivamente per quelle rappresentazioni il National Endowment for the Arts si prese la briga di non finanziarle. Come rileva Shapiro: “la destra è sempre più animata da voci anti-intellettuali, voci che trovano poco valore nelle arti. Non penso che la tendenza cambierà sul breve periodo e per il momento è la sinistra a comprendere meglio Shakespeare (le cui opere nei secoli sono state prese in mano come armi sia da conservatori che da liberali)”.

Per concludere, dare uno sguardo al Wall Street Journal, quello dei padroni del vapore, è tonificante alla fine della nostra carrellata: “Shapiro definisce come estreme due posizioni di interpretazioni politiche per collocarsi al centro esatto, ma di fatto anche lui ha reclutato Shakespeare ai suoi scopi personali nelle guerre di cultura. Non gliene faccio una colpa (…) Molti scrittori, penso a Coleridge, Orwell e a cento altri, hanno tratto con successo le loro argomentazioni dalle opere di Shakespeare, soprattutto dai drammi storici e dalle tragedie, per delucidare questioni politiche contemporanee. Il guaio di Shapiro è che nonostante il suo gesticolare incessante in tema di questioni politiche non sa offrirci molto per quella che si può chiamare una discussione“.

Stoccata senza pietà alla fine. “La maggior parte del libro, soprattutto la prima, non è avvocatesca ma storica e come storico egli scrive bene. Purtroppo nelle analisi dei fatti successivi al 2016 la sua scrittura diventa flaccida e vaga. Sostiene che Shakespeare ‘è come i canarini delle miniere, ci mette in guardia contro i pregiudizi tossici che avvelenano il nostro clima culturale’. Non ci sono premi in palio se indovinate qual è la figura pubblica responsabile di aver richiamato dal basso questi veleni. Quando si tratta poi di spiegare perché si tratti di cose tossiche o come Shakespeare potrebbe aiutarci a individuarle, l’autore immagina che voi sappiate farlo da soli”.

Come si vede, quando un patrimonio è di sostanza e non di parata come il caro vecchio William, la storia non si ferma e le interpretazioni vengono issate come vessilli. Sembrano follie viste da qui, da un’Italia sciatta che celebra un altro centenario di Dante…

Andrea Bianchi

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