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“Mi sembrò sempre che egli fosse nato dall’immaginazione di Dostoevskij”. Su Vasilij Rozanov, un pensatore “disgustoso”

Volto da satiro, reso triangolare dalla barbetta rossa, chioma sparata e occhiali stretti, faceva terrore vederlo zoppicare nei salotti di allora, ad esempio quelli ammaestrati dalla grazia di Sua Raffinatezza Zinaida Gippius. Entrava, incedeva, mani all’aria, occhi che prima scrutavano gli allampanati lacchè – ridotti ad anime d’acciuga sotto la mannaia di quegli sguardi infernali – poi il cielo dietro il soffitto cesellato, simile a Re Lear, e bestemmiava, sputacchiava, frustava. «Mi sembrò sempre che egli fosse nato dall’immaginazione di Dostoevskij e che in lui fosse qualcosa di simile a un Fëdor Pavlovic Karamazov divenuto scrittore», scrisse Nikolaj Berdjaev, pigliandoci in pieno. Per una volta il demonio in minore avrebbe applaudito, poi, gettando la giacca, rabbioso, avrebbe sbavato di fronte al tizio, preferirei farmi chiamare Stavrogin, esplodendo, allora, in un intonato, idiota!

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Eppure, nei suoi scritti, caustici e struggenti, dilaniati, si alterna, oltre al fausto cinismo dello zar dei Demoni, l’annoiato tormento di Raskolnikov e l’implacata purezza del principe Myskin. Troppi ceppi nel camino, facciamo parlare l’orco di se stesso: «Faccia rossa. Pelle stranamente sgradevole, lucida e umidiccia. Capelli addirittura color fuoco, dritti, tutt’altro che nobilmente, a spazzola (segno di virilità), ma sollevati a onda, approssimativa e grottesca, come non vedevo a nessuno». Con chiusa diabolica: «Oggi arrivo persino a compiacermene. Provo soddisfazione che “Rozanov” sia qualcosa di così disgustoso». Ecco a voi Vasilij Rozanov (1856-1919), ovvero, l’uomo del sottosuolo in carne e ossa. Forse non sono stato chiaro: Rozanov divinizzava Dostoevskij, non lo sentiva come mon semblable, mon frère, lo pensava il proprio creatore, il proprio dio. E fu così che per la legge della contiguità sposò la di lui amante, Apollinarija Prokof’evna Suslova. Almeno avrò Dostoevskij nel letto, ghignava il fosco Vasilij. Bella, tenebrosa, energica, l’amazzone fece perdere la zucca a Fëdor che lui aveva quarant’anni, lei venti. Quando il poco più che ventenne Rozanov se la sposò, nel 1880, era lei, allora, ad avere quarant’anni. Libidinosa e malafemmina, la Suslova fece passare un lustro di orrori e passioni a Vasilij, finché non lo lasciò, per sempre.

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Fuori dal gossip, cosa c’importa di Rozanov? Pensatore ondivago e claustrofobico, ha fatto della contraddizione il proprio carisma («Sorgono dall’oscuro e nell’oscuro svaniscono i nostri pensieri. Anzitutto: ogni volta che ti siedi ad annotare qualcosa, ti siedi e ne scrivi una completamente diversa»). Incauto e inquieto, amato per questo da Emile Cioran, che lo riconosceva, assieme a Dostoevskij, tra i rari padrini, scriveva come comandavano le viscere, è il prototipo dell’ultimo Céline e di tutto Witold Gombrowicz. Le sue opere maggiori, a bagliori e frammenti, sono raccolte da Adelphi sotto il titolo Foglie cadute (Milano, 1976; con un ampio e folgorante saggio di Angelo Maria Ripellino). Vi si radunano alcune “ceste” di pensieri del demonietto (Solitaria, del 1912, Prima cesta, del 1913 e Una cosa mortale, anch’essa del 1913), refrattari ad ogni classificazione, tra acuti sapienziali («Quante cose eccellenti e inattese si scoprono nell’uomo… E quante altre cattive, là dove non ci si aspettava di trovarle»; «Bisogna “lavorare bene la propria vita”. Come una calza, senza pensare al resto. Il resto è nel “Destino” e, tant’è, non possiamo farci nulla, distraendoci, rischiamo solo di allentarne le maglie») e tragicommedie gogoliane. Scansando la sessomania ossessiva di Rozanov, che postula una chiesa “genitale” (quanto solleticherà il palato di David H. Lawrence…), ecco impiattata la filosofia fessa di un conservatore rivoluzionario, che ne ha anche per gli scrittorini di laggiù e di quassù: «è come se il maledetto Gutenberg avesse leccato con la sua lingua di bronzo tutti gli scrittori che, passati “alle stampe”, hanno così perduto volto, carattere, anima. Il mio “io” non esiste che nei miei manoscritti. Proprio come l’“io” di ogni scrittore».

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Ma in principio, e per sempre, fu Dostoevskij. Prima su rivista, nel 1891, poi condensata in volume, nel 1894, Rozanov pubblica una micidiale monografia intorno alla Leggenda del Grande Inquisitore, riproposta costantemente da Marietti 1820, con l’antico saggio di Vittorio Strada (è del 1989, ma regge bene all’epoca). Mettiamola così: pochi, rari libri riescono a competere con la Bibbia, sino a diventare, perdonatemi l’eresia, testo sacro anch’essi. Accade con la Divina Commedia e con il trittico shakespeariano (Amleto-Macbeth-Re Lear), accade con i “Karamazov”. La finzione s’inalbera fino a strutturarsi in verità. Così quei libri, tomi aurei, irrisolvibili, richiedono una meditazione continua, una perpetua messa in questione delle nostre fragili certezze. Rozanov intuisce di avere a che fare con un pensatore assoluto, che «si innalza ad un’altezza di contemplazione che solo Platone e pochi altri erano in grado di mantenere» (intuizione di cui farà tesoro il grande Lev Sestov), e tratta Dostoevskij per quello che è, una pappa tra Giobbe, Geremia e Kohèlet («i dubbi e le angosce riversati nelle sue opere sono i nostri dubbi e le nostre angosce, e tali resteranno in ogni tempo»).

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Con l’arguzia paziente di un monaco, Rozanov, che non soffre di cirrosi intellettuale, chiosa il testo sacro, cavando la morale. Si scaglia contro il dominio della tecnica, contro il socialismo per i puri di cuore, intravede il delirio contemporaneo («L’umanità sta divinando se stessa, ora dà ascolto soltanto alle proprie sofferenze e si guarda intorno con occhi affaticati alla ricerca di chi potrebbe alleviarle o per lo meno lenirle»), la morte di Dio e perciò dell’uomo, compone un salmo sull’ortodossia, sulla fede che sfonda l’abisso, gettata e inerme, esalta la “terza Roma” come sola igiene del mondo.

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In calce, una storia della letteratura che imbarbarisce Gogol’, getta giù dal palco Tolstoj e ha come apice, perno e centro, lui, Dostoevskij, il quale «completa Tolstoj; al contrario di lui, analizza quanto c’è di irrisolto nella vita dell’uomo e nell’animo umano», e perciò è più bravo. «La Leggenda, in definitiva, è qualcosa di unico nel suo genere: le facete e ambigue parole con cui Faust elude le domande di Margherita su Dio, l’oscurità della coscienza religiosa in Amleto sono soltanto un misero balbettio al confronto di ciò che è stato detto e domandato nella piccola trattoria dietro a quel paravento», conclude Rozanov, spiazzandoci sempre e comunque, compilando un trattato apologetico prima che critico e per questo incredibilmente fecondo. E noi, con il cranio a forma di sputacchiera, raccogliamo tutti i santi sputi di questo Basilio, i suoi indimenticabili motti. (d.b.)

*In copertina: Ivan Kramskoj (1837-1887), in un autoritratto

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