“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Ingiustamente relegato nel limbo degli outré, Robert Stephen Hawker (1803-1875) trascorse la vita ai margini del palcoscenico vittoriano, vicario anglicano della sperduta parrocchia di Morwenstow, nel nord della Cornovaglia. E se indubbiamente fu un tipo curioso – umorale, ipocondriaco, che pretendeva pure di parlare con gli angeli nel segreto della sua chiesa – allo stesso tempo si dimostrò, a detta di tutti, un eccellente predicatore e pastore d’anime. Pure le sue raccolte poetiche, in particolare la più nota, Ballate della Cornovaglia e altre poesie (1869), evidenziano un talento fuori dal comune. Sfortunatamente in vita non godette mai del successo che avrebbe meritato e la cosa, inutile dirlo, fu per lui causa di profonda costernazione:
«Sembra non esserci nemmeno un’ombra di simpatia tra gli uomini della mia generazione e me».
Per di più, nonostante la sua conversione alla Chiesa di Roma avvenne solamente sul letto di morte, Hawker può essere considerato uno dei pionieri, in terra inglese, del cosiddetto “revival letterario cattolico” se non altro per il deciso allontanamento dalla coeva tradizione romantica: il Medioevo, per lui, non era un mero repertorio di immagini ed episodi da cui attingere per comporre opere dalla patina anticheggiante, ma un’epoca ideale, un modello comunitario e teologico a cui ispirarsi e, soprattutto, un periodo in cui terra e cielo convivevano senza soluzione di continuità, abitato da persone che davano prova di quel sano realismo a cui il mondo moderno, accecato dall’egoismo e dalla folle corsa verso il progresso materiale, aveva colpevolmente rinunciato.
Nativo di Plymouth, pubblicò il suo primo libro di versi appena diciottenne, Viticci, le cui liriche imitavano lo stile di Byron e di Thomas Moore. In esse erano tuttavia toccati alcuni temi, quali il mondo degli spiriti, il folklore, l’amore, il mare e la memoria, destinati a diventare centrali nella sua produzione successiva.
Il 1823 fu invece l’anno in cui Hawker si immatricolò al Pembroke College di Oxford e sposò la sua prima moglie, di vent’anni più anziana. Il loro fu un matrimonio felice, tanto che quando la donna morì, nel 1863, Hawker ne fu così devastato che cercò consolazione nell’oppio, fumato in un capanno da lui costruito presso la scogliera di Morwenstow.
L’università, al contrario, non fu un’esperienza particolarmente significativa e anche dal punto di vista politico non esercitò alcuna reale influenza su di lui: secondo uno dei suoi biografi, Piers Brendon, Hawker «rimase l’unione anomala di un reazionario e di un radicale», così come in ambito religioso rifiutava di identificarsi sia con la “Chiesa alta” che con quella “bassa”. L’unico risultato degno di nota fu la vittoria del prestigioso Newdigate Prize con il poemetto Pompeii, un colto esercizio letterario, in verità non così originale e interessante come La canzone degli uomini dell’ovest, una ballata che Hawker aveva scritto qualche tempo prima e che racconta dell’imprigionamento di Jonathan Trelawny, vescovo di Bristol, per ordine del sovrano Giacomo II. Si tratta di quella che ancora oggi è la sua poesia più conosciuta, nel frattempo divenuta inno della Cornovaglia. Peccato però che Hawker fu così ingenuo da farla pubblicare in forma anonima, con la spiacevole conseguenza che Scott, Dickens e altri la scambiarono per un’originale del XVII secolo, negandogli perciò ogni merito. Con quell’autocommiserazione affettata che sapeva sfoggiare in certe occasioni per vincere la simpatia dell’interlocutore, nel 1862 si lamentava in una lettera che
«in tutti questi anni la Canzone è stata venduta e comprata, messa in musica e applaudita, mentre io ho vissuto tra queste rocce remote da sconosciuto, senza alcun guadagno e alcun riconoscimento. Questa è la sintesi della mia vita. Altri hanno tratto profitto dal mio cervello mentre sono stato abbandonato nell’oscurità, non corrisposto e dimenticato».
L’incarico pastorale in un piccolo villaggio gli permise almeno di dedicarsi con continuità alla scrittura di nuove poesie, le migliori delle quali vennero radunate in un primo volume, Ricordi della costa occidentale (1832). Tre le ballate, costituenti il nerbo della raccolta, spicca La torre silenziosa di Bottreaux, che parla dei misteriosi rintocchi di alcune campane disperse in mare, in un sapiente gioco di variazioni che conduce a una quasi perfetta sovrapposizione tra suono e senso.
Nei decenni che seguirono il vicario diede alle stampe altre plaquette, tra cui Ecclesia (1840), Canne scosse dal vento(1843), Secondo gruppo (1844) ed Echi dall’antica Cornovaglia (1846); ma niente eguaglia La ricerca del Santo Graal, un poema a tema arturiano rimasto incompiuto, del quale sopravvive solo il primo dei quattro canti previsti, pubblicato nel 1864. Il poema, scritto in versi sciolti a imitazione di Marlowe, ricevette il plauso di Longfellow, e pare che lo stesso Tennyson lo riconobbe superiore al suo Idilli del re. Secondo il gesuita Calvert Alexander, «la fede e anche la filosofia di Hawker (era un attento studioso della Summa di San Tommaso) lo hanno messo in contatto con quella promessa di verità da cui tutta la grande poesia cristiana deve nascere. Il suo Santo Graal […] è l’Eucarestia, e la Chiesa è l’unica che può donare il corpo e il sangue di Cristo. Re Artù non è una semplice figura leggendaria, ma un re storico che vede la fede abbandonare le sue terre e guerre per riportarla indietro, e ha successo grazie all’impresa compiuta da Galahad, il quale rappresenta per Hawker la venuta di Sant’Agostino dopo la parentesi di caos portata dai barbari». La conclusione è una supplica di Merlino rivolta all’Inghilterra del XIX secolo a cui augura di ritrovare il suo Graal, ossia quel Santissimo Sacramento che può salvare il popolo dalla corruzione morale e dalla decadenza.
Al di là delle saghe leggendarie e dei bozzetti paesaggistici, la produzione di Hawker abbraccia anche tematiche politico-sociali come dimostra, ad esempio, Il pover’uomo e la sua chiesa parrocchiale, non a caso stampata in forma d’opuscolo, in cui l’autore punta il dito contro uno stato colpevole di aver privato gli ultimi della loro Chiesa e capace solamente di offrire, a mo’ di compensazione, un assistenzialismo squallido, lesivo della dignità. Analogo discorso vale per La canzone degli emigranti della Cornovaglia, un affettuoso commiato rivolto a un gruppo che cerca miglior fortuna in America.
Né mancano liriche più marcatamente cristiane, sovente legate al microcosmo di Morwenstow, tra le quali spicca per intensità Morwennae Statio, la descrizione della chiesa del villaggio, secondo tradizione fatta edificare da Santa Morwenna tra la fine del V e l’inizio del VI secolo. La poesia rivela l’idea di una fede “fisica”, che è prima di tutto quella in un Dio che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo ai suoi figli. Molto toccante anche la breve Sulla tomba di un bambino nel cimitero di Morwenstow, una rivisitazione in chiave cristiana del motto menandreo «muore giovane chi è caro agli dei», o Non sono tutti spiriti servitori?, in bilico tra amore terreno e amore celeste.
Col passare degli anni, per far fronte alle crescenti difficoltà economiche dovute alle molte spese che aveva affrontato per ristrutturare gli edifici parrocchiali, il vicario si mise a offrire a vari periodici londinesi articoli sulla vita in Cornovaglia, che vennero radunati e pubblicati nel 1870 nel libro Impronte dei primi uomini nella lontana Cornovaglia. A differenza dei versi, la sua prosa risulta però men che mediocre, minata da un fastidioso stile pseudo-arcaico e dalla spregiudicatezza nel confondere verità e invenzione.
La notte prima di morire, Hawker venne accolto nella Chiesa cattolica da un sacerdote fatto convocare apposta dalla seconda moglie, figlia di un nobile polacco in esilio, da cui aveva avuto tre figlie; e l’ultima poesia che scrisse, Psalmus Cantici, la volle dedicare all’arcivescovo Henry Edward Manning, divenuto di recente cardinale.
Luca Fumagalli
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La canzone degli uomini dell’ovest
Una buona spada e una mano affidabile! Un cuore allegro e sincero! Gli uomini di re Giacomo capiranno cosa possono fare i ragazzi della Cornovaglia!
E hanno stabilito dove e quando? E Trelawney morirà? Ecco ventimila uomini della Cornovaglia scopriranno il motivo!
Cosa! Disprezzeranno Tre, Pol e Pen? E Trelawney morirà? Allora ventimila sottoterra scopriranno il motivo!
Parlò il capitano coraggioso e audace: era un uomo allegro: “Anche se la Torre di Londra fosse la fortezza di San Michele, libereremo Trelawney!
Attraverseremo il fiume Tamar mano nella mano, il Severn non sarà un ostacolo; saliremo fianco a fianco da una spiaggia all’altra, e chi ce lo impedirà?”
Cosa! Disprezzeranno Tre, Pol e Pen? E Trelawney morirà? Allora ventimila sottoterra scopriranno il motivo!
“E quando arriveremo al muro di Londra grideremo con esso in vista, Venite fuori, venite fuori, tutti codardi! Siamo uomini migliori di voi!
Trelawney, è in custodia e trattenuto, Trelawney potrebbe morire; ma ecco ventimila audaci della Cornovaglia scopriranno il motivo!
Cosa! Disprezzeranno Tre, Pol e Pen? E Trelawney morirà? Allora ventimila sottoterra scopriranno il motivo!
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La canzone degli emigranti della Cornovaglia
Oh! i venti orientali stanno soffiando; le brezze sembrano dire, “Stiamo andando, stiamo andando, Verso il Nord America”.
“Là le api allegre ronzano intorno all’alveare del povero; il parroco Kingdon non verrà a prendere la loro decima”.
“Là il mais giallo sta crescendo libero come la strada maestra del re; così, stiamo andando, stiamo andando, verso il Nord America”.
“Lo zio Rab sarà il sagrestano, e Dick sarà il signorotto, e Jem, che viveva a Norton, sarà il capo del coro”;
“E io sarò il predicatore, e predicherò tre volte al giorno a ogni creatura vivente nel Nord America”.
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Sulla tomba di un bambino nel cimitero di Morwenstow Coloro che Dio ama muoiono giovani; non vedono giorni malvagi; nessuna falsità contamina la loro lingua, nessuna malvagità le loro vie.
Battezzati, e così assicurati di ottenere la loro dimora sicura; cosa potremmo chiedere di più nella preghiera? Muoiono e sono con Dio.
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Non sono tutti spiriti servitori?
Non li vediamo, non possiamo sentire la musica delle loro ali, eppure sappiamo che soggiornano qui vicino, gli angeli della primavera!
Scivolano lungo questo bel terreno quando cresce la prima viola; le loro mani aggraziate hanno appena smosso la terra di quella rosa laggiù.
La raccolgo per il tuo caro petto, senza macchia e ombra: ciò che il tocco di un angelo ha benedetto è adatto, amore mio, per te!
*In copertina: Allegoria della notte, Antoine Coypel (attribuito)