18 Ottobre 2024

La via dell’annientamento. Su una poesia di Graves dedicata ad Alessandro Magno

Durante una conferenza sulle Mille e una notte – a pagina 62 del libro che citerò tra poco – Jorge Luis Borges racconta “una leggenda che sono sicuro vi interesserà”. Alessandro Magno, il geniale condottiero macedone, dice Borges, “non muore a Babilonia a trentatré anni”. Arso da sublime inquietudine, Alessandro vaga verso Est, si affilia, come soldato semplice, a “guerrieri dalla pelle gialla e occhi obliqui”, “partecipa a battaglie in geografie a lui del tutto ignote”. Il grande re finisce infine per dimenticare se stesso. Un giorno tra tanti, ricevendo la paga per le sue doti d’obbedienza, si risveglia dal torpore: su una moneta è inciso il suo volto. “Questa è la medaglia che feci coniare per la vittoria di Arbela, quando ero Alessandro il Macedone”. Incenerito il proprio passato, torna ciò che è: “un mercenario tartaro o cinese o quel che sia”.

Borges – che parrebbe un contemplativo, un uomo stretto in una trincea di libri – amava gli uomini d’arme: la sua genia, da entrambi i rami, materno e paterno, conta militari d’alto rango, spesso morti sul campo, tra atrocità. Le vicende dei suoi avi, in parte e per enigmi, sono raccolte in un testo, Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, che figura tra i meno citati de L’Aleph, il libro più noto di Borges. In quel racconto, tra l’altro, si narra di “Alessandro di Macedonia che vide riflesso il suo futuro di ferro nella favolosa storia di Achille”.

Borges era sedotto dall’ambiguità di Alessandro, condottiero spietato e femmineo, “che dormiva con l’Iliade e la spada sotto il cuscino”. Il libro come arma, il destino inscritto in un poema, una vita geroglifica – le mani nella forma della lettera omega – questo affascinava Borges. Che Alessandro Magno fosse il punto di congiunzione tra Oriente e Occidente, il “greco” che volle “diventare in parte persiano” ne decuplicava il magnanimo magnetismo.

Ma torniamo alla leggenda. Borges la racconta nell’estate del 1977, al Teatro Coliseo di Buenos Aires. “Questa memorabile invenzione”, dice, “appartiene al poeta inglese Robert Graves”. In effetti, in uno degli ultimi libri pubblicati in vita, Atlas (1984), miscellanea di ricordi, parabole, agnizioni, Borges ritorna sulla medesima leggenda, usando le medesime parole. Il brano, Graves a Deyà, narra del poeta – Graves, appunto – ormai vecchio, abulico, dimentico di tutto, circondato dai nipoti. “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio”. Borges spiega di aver ricavato la straordinaria leggenda di Alessandro Magno disertore di sé in una poesia pubblicata ne La Dea Bianca, il libro più folgorante di Graves. In realtà, ne La Dea Bianca non c’è traccia di tale leggenda.

Piuttosto, la stessa leggenda la leggiamo in un libro singolare pubblicato da Borges molti anni prima, nel 1953, insieme ad Adolfo Bioy Casares, Racconti brevi e straordinari (in Italia lo ha tradotto Adelphi, nel 2020; di pietrificante bellezza l’edizione di Franco Maria Ricci del 1973). Il testo, Un mito di Alessandro, cita “quel poema di Robert Graves in cui egli sogna che Alessandro il Grande non morì a Babilonia”; a firmare il cammeo è tale Adrienne Bordenave, autore de La modification du Passé. Naturalmente, autore e libro sono fittizi, pura finzione borgesiana. La poesia di Graves, però, è autentica ed è tra le più belle del suo vasto – e quasi sconosciuto, in Italia – canone. S’intitola The Clipped Stater, il poeta la accoglie in una raccolta del 1925, Welchman’s Hose. Il verso più potente recita, letteralmente, così: “Devo realizzarmi attraverso l’autodistruzione”. Ormai “divinizzato”, Alessandro si fa figlio del “Caos” e sceglie la latitanza; arruolato “come guardia su bastioni di ghiaccio”, lo vediamo mentre fissa “sconosciute leghe desertiche”, in una terra che pare la Cina. Il resto della leggenda la conosciamo; Borges – che scintilla nella sintesi – la racconta meglio di Graves.

Il poeta aveva dedicato The Clipped Stater “All’aviatore 338171, T. E. Shaw”, che è il nome fittizio di Thomas Edward Lawrence; qualche anno dopo, nel 1927, gli dedicherà una tonante biografia, Lawrence and the Arabs, il suo primo libro di successo. I due – il poeta e l’avventuriero – litigheranno, Graves finirà per abiurare il mito, eliminando la poesia dai suoi libri.

Nella figura di Alessandro egli intuiva, trasfigurata, l’ombra di T. E. Lawrence: il condottiero che avrebbe potuto essere re dei deserti e ricoprire alti ruoli istituzionali conferitogli da Churchill, aveva preferito la vita nuda del soldato, la ridda di nomi anodini, l’anemia anonimato, la via della spoliazione e dell’annichilimento. Eppure, una poesia, lo sappiamo, non lascia indenne il poeta che l’ha scritta e ha osato rinnegarla. Così Graves, ultimo discendente, per lignaggio, dei poeti-ollam, dei poeti-profeti, garanti dell’armonia del regno, ultimo erede del poeta-mago, del poeta-teurgo, finisce in disastro mentale, crepita nel crollo, dimentico di sé – un destino simile a quello del suo Alessandro.

Diverse sono le poesie dedicate ad Alessandro Magno: quella di Pascoli, Aléxandros, raccolta nei Poemi conviviali, è straordinaria. Nell’uomo che “piange dall’occhio nero come morte/ piange dall’occhio azzurro come cielo” avvertiamo un’inquietudine amica. Anche noi desideriamo un Oriente del cuore, vorremmo sconfinare oltre “il Fine, l’Oceano, il Niente”. Tuttavia, nessun poeta ha avuto l’ardire narrativo di Graves: ipotizzare che Alessandro, infine, riesca a conquistare Oriente – ma in foggia di ultimo e umile tra i soldati; slacciandosi dalla propria ottenuta divinità, lanciato nel nulla: ritornando niente. C’è qualcosa di cristico in questo svestirsi dei paramenti celesti, scegliendo la fame e l’umiliazione.

La conferenza in cui Borges fa riferimento a The Clipped Stater è raccolta in Sette sere (ora nella traduzione di Tommaso Scarano per Adelphi): che il vegliardo d’Argentina abbia voluto maculare le fonti, disorientando la bibliografia non è un caso. Il lettore deve avviarsi nel deserto, spoglio di idoli libreschi; il caos è il pungolo per rientrare in una meno avara armonia.

Robert Graves (1895-1985)

In un altro paragrafo del libro, in effetti, torna l’ossessione di Alessandro Magno. Secondo Borges, l’arte di narrare storie nasce per impulso del grande condottiero: “riuniva uomini della notte perché raccontassero storie che svagassero la sua insonnia”. Lo scrittore è un anonimo uomo della notte, è vero: ma ogni storia, insonne, non è mai innocua – si nutre del sangue che gli offre il lettore, il suo unico re.

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Lo statere deturpato

(All’aviatore 338171, T. E. Shaw)

Alessandro il Grande era stato deificato
dalle orge sbracate della falange macedone
dal cupo gracidio di vaghi mondi di fresca conquista.
Chi avrebbe saputo ingollare tale orgoglio se non un dio?

Non volle dea sul trono, secondo l’antico rito:
era memore dei disastri che l’invidia
di Giunone aveva arrecato al consorte.
Taide era bella; si premurò di ignorarla.

Non si sarebbe allineato agli dèi comuni
nello stesso lignaggio di quelli dell’India o d’Egitto:
li aveva umiliati. Quanto a Giove suo padre: presto
lo scartò dal rispetto (come lui aveva fatto con Saturno).

E pensa: “Nessuna nota terra mi resiste
nessuna mia terra mi rinnega: mio
è il potere infinito, l’infinita sapienza.
Cosa possono sperare queste infinite mani?”

Una febbre scalcia nella mente di Alessandro
che medita: “Natura dell’onnipotenza
è infinita possibilità, infinito fine, potere
che deve comprendere i propri confini.

Finire è il fine dell’autentica divinità
misura che celebra la gloria di essere liberi.
Estremo mio scopo: annientarmi”.
Il concetto incendiò il suo spirito di conquista.

E preferì essere uomo. I jinn lo portarono
presso gente di gialla pelle, finora ignota:
se non li ho mai conosciuti, si dice, è la prova
che ho ormai dissipato le scorie della mia divinità.

In Macedonia dilaga la chiacchiera:
“Una febbre ha ucciso Alessandro, nostro
dio: i semidei si spartiscono i suoi enormi
domini”. Così, il dio Alessandro muore.

Ma Alessandro, l’uomo, quello che la gialla gente
ha scoperto nudo, vagabondo, con la spada sguainata
reca destino di straniero, riscattata morte.
Con gioia al giogo straniero si sottomette.

Arruolato tra le guardie di frontiera, vede
avvoltoi, prigioni, bande prese nella rete;
i capitani che non sopportano sovrano
e ritengono il suicidio una cruda viltà

lo addestrano alla nuova lingua e al mestiere
delle armi. Lui finge di imitarli, è felice
di imporsi limitazioni simili: i turni di guardia
lo vedono lì, mani e piedi immobili.

“Chi era tuo padre, amico?”. Risponde: “Giove”.
“E suo padre?” “Saturno”. “E il padre suo?” “Caos”.
“E il suo?”. Così Alessandro ammorba l’onore:
ogni uomo almeno dieci padri deve dimostrare.

Bastioni e bastonate, carestia e sete:
questo soffre, senza trama di grida
né lamento; mai il suo cuore investiga
nelle oscurità dei decreti divini.

Così si fa grigio masticando riso frugale
coriaceo sui contrafforti ghiacciati del forte:
fisse le cupe immensità del deserto
lucida acciaio e cuoio; gioca a dadi.

Non sogna l’Olimpo, non agisce
per ottenere ricchezze o promozioni;
sopporta la punizione: un giorno
ha osato chiamare “cane” un superiore.

Un giorno i compagni pretendono la paga
minacciano di ammutinarsi: “Non ci danno
denari dall’ultima incoronazione. Un terzo
di ciò che ci devono ci farebbe liberi”, dicono.

La paga arriva quando la speranza gela
benché ridotta rispetto ai patti.
La distribuisce il Tesoriere che si tiene
un terzo dell’argento e tutto l’oro.

Mani di ufficiali raspano nella borsa:
il capitano di frontiera, frustrato,
afferra gli ultimi spiccioli: per rispetto
rimette al suo posto le monete di scarso calibro.

Dicono alla soldataglia: “Scarsa paga è giunta.
Anticiperemo il vostro con le nostre scorte:
a ogni uomo della guardia vada un soldo d’argento
che restituirà appena ricevuto ciò che gli spetta”.

I soldati scalciano ghigni, ma la speranza
di un bicchiere li alletta e accettano.
Alessandro avanza verso la cassa, saluta
e indifferente afferra quell’elemosina.

La moneta è bucata, otturata con il bronzo
di quelle lande; un lato è raschiato fino a essere
invisibile. S’intuisce, tuttavia, un cranio, il segno
che un tempo era di generoso conio.

Alessandro, ora, riconosce in quel soldo
l’antico statere alessandrino, coniato
con i lingotti conquistati ad Arbela. Come
è finito tra quegli uomini dagli occhi curvi?

Un turbinio di dubbi lo tormenta, l’uomo
fantastica finché frusta lo punge e una voce
muggisce: “Figlio del niente, sei forse
insoddisfatto?”. Saluta ancora, si volta

incerto sul significato da conferire a quel segno.
Forse il suo onnipotente impero è ormai perduto?
Come può quello statere deturpato testimoniare
un regno che forse non è mai esistito? “Devo

rinnovare la mia divinità?”. Nulla, lo sa,
può mutare il corso del fato: così, Alessandro
spende il soldo per un pasto di pesce
e mandorle e torna rapidamente sui bastioni.

Robert Graves

Gruppo MAGOG