“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
A tratti, la storia della poesia americana coincide con quella del rock. La vicenda di Frank Stanford, per dire, sembra sovrapporsi a quella di Jim Morrison: per la psichedelia, la solitudine visionaria, la ricerca di un nuovo linguaggio lirico, dalle estremità brucianti, indigeno e avulso, brutale e metafisico. Figlio della solitudine, tuttavia, Stanford resta alieno alla fama, serpente nella spirale della propria indole.
Stanford nasce nel 1948, in Mississippi, lasciato in una casa di assistenza, adottato da una manager della Firestone. La vita di Stanford è marchiata da relazioni rapaci, insussistenza, vagabondaggio, poesia. Si sposa due volte – l’ultima con la pittrice Ginny Crouch – restando però legato alla poetessa C.D. Wright, che conosce a La Fayette, nel 1975. In un corto girato insieme a Irving Broughton, amico e regista, Stanford denuncia la sua poetica, o ciò che ne segue:
“Non riesci a capire perché occorra scrivere alcune cose. Le metti su carta, e non capisci. La realtà che conoscevo era così strana che presi a confidare nei sogni. Apparivano figure, nitide, come una che perde una gamba, io mi tuffo, la raccolgo, poi torno in città, le restituisco la gamba, le chiedo di uscire, di andare a nuotare insieme. Non è grottesco – strano, piuttosto. A volte ti svegli e sognerai cose che ti sono accadute il giorno prima, di cui non ti sei accorto”.
E ancora:
“Quando fisso la corteccia di un albero, è come guardassi il mio braccio. Potrei pensare al ragno che galleggia lungo l’autunno, a una stella cadente, alla costellazione, a una formula di matematica, a una partita di scacchi che si sta svolgendo proprio ora. Tutto scorre così, credo. Neutrini e Giove, entrambi insignificanti, la differenza di grandezze non conta. Tutto è perpetuo”.
In Arkansas, nel 1976, Stanford fonda la Lost Roads Publishers, con l’intento di scoprire e pubblicare nuovi poeti. Malsopporta i sistemi culturali ufficiali, i diktat dell’accademismo lirico, gli editori prezzolati. Spesso vagabonda nel Sud degli Stati Uniti. A volte si fa fotografare in foggia di cow boy; altre indossa un kimono, pare un Mishima; ama la figura del puma, la luna piena. I primi libri – The Singing Knives, 1971; Ladies From Hell, 1974 – gli garantiscono la fama di “Rimbaud ratto di palude” (così Lorenzo Thomas), per l’eccentricità dei versi, per la cruda violenza, a tratti. Da ragazzo, Stanford comincia ad appuntare il suo libro-mondo, The Battlefield Where The Moon Says I Love You: un libro di un migliaio di pagine e 40mila versi, sorta di immane flusso di coscienza lirico, labirintico, spesso incomprensibile, dominato dall’ossessione della salvezza e della morte, di cui esce, per le sue edizioni, nel 1977, una versione parziale.
Ragazzo in corsa, mistico dell’abbandono, Stanford scrive disinteressandosi della promessa celata nei suoi versi, del loro enigma futuro; ha lo stigma degli ipersensibili, dei votati al massacro. Il 3 giugno del 1978 si uccide, sparandosi tre colpi al cuore, all’apparenza per un banale screzio con la moglie. In realtà, coltivava cupe depressioni da tempo. Avrebbe compiuto trent’anni due mesi dopo. A chi resta, non resta che cucire un refolo di versi, alloro nero, per posteri svasati dal desiderio. Resta, per fortuna sua, ignifugo al mito, alle agiografie di cartongesso.
*
[L’ultima cena] da: Il campo di battaglia dove la luna dice ti amo
ho paura dopo aver letto tutte questi libri di iniziazione, diciamo così, che un corteo di leccapiedi entri nella mia stanza mentre dormo, mi succhieranno gli occhi con cannucce di soda, simili ai vecchi amanuensi con l’alito cattivo nell’ufficio del principale che si ergono per dirti degli Unferth del mondo ma so che Gesù ti avrebbe preso a calci sui denti, non puoi riempirlo di merda, mentre diceva quella sera ai suoi discepoli, sono felice che abbiate deciso di cenare con me, non ho molto, ma ci sono cose che vorrei dirvi in quel momento Matteo dice a Simone, non so davvero cosa ci abbia preso quel giorno, comincio a stupirmi che tu abbia parlato con lui, sì, stavo rivoltando la merda sulla montagna, insieme a lui, ma voglio dirti questo, che Matteo non arretra mai, si getta addosso pensai che mi avrebbe ucciso, ma era lì soltanto per parlare, roteava le braccia, peggio di Giovanni Giuda si mette le mani in bocca e dice credo che Gesù se ne stia andando Simone dice che non voleva parlare di politica, di sogni, di niente, Giuda, quando vai in Mesopotamia prendi anche per me quel vino che fanno laggiù, cosa sicura, dice Gesù bene, ora il capo sta parlando: vi ho radunati tutti qui perché sappiate cosa fare nel caso mi accada qualcosa sapete tutti che uno di voi mi tradirà: gente mi insegue l’altra sera camminavo per le strade travestito ne ho visti un paio, non si scherza con i soldati, se uno di voi si ubriaca e si lascia sfuggire il luogo dove mi nascondo… se mi scoprissero, vi tormenteranno, ma non pensarci troppo Pietro, tu non sai neanche chi sei…
*
Frutteto disseccato
a Raymond Radiguet
Come sette uccelli che dormono sugli altipiani affacciati verso il naufragio dell’amore, il mistero di visitatori ubriachi che si imboscano con tua moglie, uomini che biascicano uno storpio accento, i condannati gli abbandonati, un giorno di reclusione nel silenzio, due giorni di silenzio, sogni infranti e protetti, perché più fiorisci più soffri.
*
Di quelli che sono morti
Quando un uomo conosce un altro uomo si mette a cercarlo non si nasconde.
Non aspetta di passare un’altra notte con la moglie con i figli da mettere a letto.
Indossa una camicia pulita, l’abito scuro, va dal barbiere lascia a un altro uomo la rasatura.
Chiude gli occhi: si ricorda quando era ragazzo nudo, sdraiato su una roccia, vicino al fiume.
Chiede la lozione speciale. I vecchi si mettono in fila presso la seggiola e il barbiere ne versa un po’ nelle loro mani.
*
Fede, Dogma, Eresia
Era domenica, prima di cena. Gli zii ascoltavano l’opera. O.Z. e io abbiamo trascinato mio fratello l’abbiamo rovesciato sul tavolo. Le donne cominciano a urlare. Mio fratello si è tirato su con il sangue crudo nelle mani, Abbiamo ucciso quei bastardi, i Canale e nessuno ci dirà nulla! Gli uomini chiudono gli occhi e ballano. Abbiamo bevuto fino al mattino quando tutto è quiete. Si sono asciugati gli occhi, ci hanno dato un bacio, se ne sono andati.
*
L’amico del Nemico
Il tuorlo mi è colato lungo la gamba come una meravigliosa lumaca senza guscio, scollina presso la pentola, le futili ninfee nelle labbra dei pesciolini dello stagno, lungo il ventre della trota – i dominatori degli inferi si tuffano, si perdono, finiscono nella zampa della pantera zoppa che si rincantuccia nella tana. Quanto al bianco, è rimasto con me, marchio della bestia, della nascita, della merce.
*
Nell’altra stanza bevo uova da uno stivale
E se la luna fosse essenza di chinino i tacchi alti il monumento della giornata quando certi uccelli sanguinano e l’autista ne riferisce al cuoco il corno si insinua nei banchi del ghiaccio nuota con una lampada tremiamo in un fosso mordiamo un’ala nera e ci sarebbero barche ci sarebbe un paese dei sogni il vasto ronzio silenzioso delle anime, di notte, l’unico rumore è la vanga liberare un posto per la cassetta delle lettere.
*
L’intruso
dopo Jean Follain
La sera ascoltano le stesse melodie che nessuno giudicherebbe felici qualcuno arranca verso la soglia della città le rose sbocciano e una vecchia campana suona ancora una volta sotto nuvole che promettono temporali Davanti al portico del negozio un uomo seduto sopra una cassa d’acqua si volta, sputa, dice a tutti vestito di tutto punto alzando le mani finché sono in vita nessuno tocca i miei cani i miei amici