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«Signore, liberami dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro»: il Covid spiegato da René Girard

All’inizio sembrava di un’evidenza cristallina. Così cristallina, così evidente da sembrare sciocca, banale, quasi scolastica e perciò falsa, fallace, da accantonare. Poi sono arrivati gli atti, i decreti, le esternazioni pubbliche, la pornografia statistica e quella cinematografica, con le colonne di cadaveri sottratti alle cure dei propri cari e persino alla pietà postuma, a un’ultima oncia d’incenso.

E poi altre esternazioni, altri decreti, altri governi con le stesse esternazioni e gli stessi decreti. E allora, a noi che viviamo da scemi ma a volte capitano idee eccellenti, quel sentore di libri letti troppo giovani, troppo in fretta e con troppa testa al posto del cuore è tornato a visitarci le narici e l’istinto. Il Canetti di Massa e potere, senz’altro. Ma più di lui, sempre più nitidamente e dettagliatamente – è questo che impressiona, il dettaglio così preciso che da analogia si fa quasi vaticinio – René Girard e l’esattezza glaciale e terribile del suo capro espiatorio.

Nella sua opera più universalmente nota, pubblicata nel 1982, Girard ci accompagna con una presenza stringente nei meandri della violenza necessaria che fonda i rapporti umani e del patto fondato sulla vittima sacrificale, che solo permette alla società di essere e di sostenersi. Una struttura umana, un’antropologia, che solo il sacrificio di Cristo sarà in grado di cambiare di segno – perché assume su di sé quella colpa originaria che ognuno di noi sente oscuramente addosso. Ma già dieci anni prima, in La violenza e il sacro (in Italia lo pubblica Adelphi fin dal 1980 e da questa edizione citiamo), il filosofo francese descrive il fenomeno in modo per certi versi ancora più radicale, facendo quello che ogni grande opera di pensiero fa quasi suo malgrado: disvelandoci, cioè, la struttura profonda delle cose – non inseguendo i dettagli contingenti, ma capace di leggerli proprio perché fondata sulla ricerca delle verità eterne. E sono queste verità eterne che, riprendendo in mano l’opera a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, ci ritornano incontro dalla struttura così apparentemente piatta e informe degli ultimi due anni pandemia-centrici e della loro pratica sociale.

Prima, sensatissima, obiezione: non è che a febbraio 2020 il mondo fosse un giardino fiorito e l’Europa, l’Italia, un simposio di arte e di bellezza. Certo che no. Ma Girard ce lo spiega: il capro espiatorio diventa tanto più necessario quanto più la società vive quella che lui chiama «crisi sacrificale». Perché un’antropologia è un’antropologia e una verità è una verità: perciò non è che basti “dissacrare”, “demitizzare” e tutte le altre menzogne presuntuose che l’Occidente secolarista si racconta da decenni per eliminare lo strutturale bisogno di sacro e di ordine che fonda l’uomo. Ecco, allora, che in un mondo de-spiritualizzato nelle forme e votato alla negazione ostinata della sua propria realtà di creatura creata, la crisi è così diffusa e persistente da confondersi quasi con una struttura.

Il sacrificio, nella visione di Girard, è ciò che tiene in ordine – al sicuro – la società. Al sicuro da che cosa? Da se stessa, dalla necessaria violenza che ogni azione e ogni desiderio portano con sé: «È l’intera comunità che il sacrificio protegge dalla sua stessa violenza, è l’intera comunità che esso volge verso vittime a lei esterne (p. 22)». Ma per odiare qualcuno (o qualcosa) a freddo, questo qualcuno deve avere una somiglianza tanto evidente quanto latente con noi: «Affinché una specie o una categoria determinata di creature viventi (umana o animale) si presenti come sacrificabile, bisogna scoprirvi una somiglianza, la più incisiva possibile, con le categorie (umane) non sacrificabili, senza che però la distinzione perda di chiarezza, senza che sia mai possibile confusione di sorta (p. 27)». Ed ecco descritta, venendo ai nostri giorni, la miseria quotidiana della lotta ai runner, a “quelli che vogliono l’aperitivo”, agli “individualisti irresponsabili”, a chi andava in vacanza usando il bonus vacanze, a quanti non confidavano nei banchi a rotelle, eccetera, fino all’ultimo (finora) straw-man, il “no-vax”. Tutta gente come noi, ma per fortuna un po’ diversa da noi, così da potervi riversare addosso l’odio che la paura di noi stessi ci tiene indosso.

Vabbè – altra obiezione sensatissima – ma qui nessuno (ah, nessuno?) dice che sia giusto sacrificare parte della popolazione per la visione di un’altra sua parte. Ammesso e non concesso, Girard ci mostra anche qui il meccanismo: «Come tutto ciò che tocca l’essenza reale del sacrificio, la verità della distinzione tra sacrificabile e non sacrificabile non è mai direttamente formulata. Certe stramberie, certi capricci inspiegabili ce ne nasconderanno la razionalità. Talune specie animali saranno per esempio formalmente escluse, mentre l’esclusione dei membri dalla comunità non sarà neppure menzionata, è cosa che va da sé (pp. 29-30)». No, no, impossibile che noi contemporanei svezzati e rotti a ogni esperienza si sia così rozzi. Eh già, impossibile, tanto che «respingendo il sacrificio nella sua totalità fuori dal reale, il pensiero moderno continua a misconoscerne la violenza (p. 30)».

È una vendetta contro l’oscuro, quella che cerchiamo, non una soluzione al male: «La vendetta si vuole rappresaglia e ogni rappresaglia ne attira di nuove. Il delitto punito dalla vendetta non considera mai se stesso come se fosse il primo; si vuole già vendetta di un delitto più originario. La vendetta costituisce dunque un processo infinito, interminabile (p. 31)». Ed ecco, in un contesto dove la certezza del diritto, già prima della pandemia, era un pallido gioco in mano alla sorte e al buon cuore, la naturalissima e rimossa esigenza d’ordine e di certezza – un tempo sublimata nel sistema giudiziario, che «allontana la minaccia della vendetta»; non perché la sopprima, ma perché «la limita effettivamente a una rappresaglia unica il cui esercizio è affidato a un’autorità suprema e specializzata nel suo campo (p. 32)»  – si riversa nella sua parodia fatta di editti via web, conferenze stampa all’ora del primo appuntamento e tutto il resto del campionario cui chiunque non abbia trascorso su Mercurio gli ultimi tempi è ormai ben avvezzo.

Non serve pensare gli uomini di potere più malvagi o perversi di quanto siano. Ammesso e non concesso, ancora, che siano come appaiono, le loro buone intenzioni e la completa insipienza verso le ragioni profonde del proprio e dell’altrui essere sono più che bastevoli a darci brividi di terrore: perché «un baratro è l’uomo e il suo cuore è un abisso» dice il salmo, accompagnato dalla preghiera dell’Eliot dei Cori: «Signore, liberami dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro: perché il cuore è fallace sopra ogni cosa, e disperatamente malvagio».

È in queste maglie, nelle maglie della nostra insipienza di noi stessi, che si sgretolano la nostra identità e il nostro vivere comune. È in queste maglie che i potenti – che, ripeto, non serve abbiano cattive intenzioni, perché il Potere è più grande e più malvagio di ognuno di loro – sguazzano come bimbi in una pozzanghera, completamente perduti, ciechi incapaci di guidare altri ciechi se non nell’abisso: «Una volta che non c’è più trascendenza, religiosa, umanistica, o di qualunque altro tipo, per definire una violenza legittima e garantire la sua specificità di fronte a qualsiasi violenza illegittima, il legittimo e l’illegittimo della violenza sono definitivamente lasciati all’opinione di ciascuno, cioè all’oscillazione vertiginosa e alla scomparsa (p. 43)».

Perché c’è una verità da qualche parte, e non è una verità pattizia – la verità non può essere un patto, mai. Il patto è il vivere comune, la verità è una, ed è là fuori. Cerchiamola, è l’unica strada all’altezza dell’uomo.

Daniele Gigli

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