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“Gli uomini sono diventati macchine”. Un saggio di Thomas Carlyle

Se dovessimo caratterizzare la nostra epoca con un singolo epiteto, non potremmo chiamarla eroica, tantomeno devozionale, filosofica, morale, ma, per lo più, meccanica. Questa è l’era delle macchine, in qualsiasi accezione, esteriore e interiore; l’erà, cioè, che con forza inflessibile avanza e insegna la grande arte di adattare i mezzi ai fini.

Niente viene fatto manualmente, ormai: tutto è prodotto grazie a regole e ad artifici calcolati. Anche l’operazione più semplice è abbreviata da qualche astuto processo. Le antiche modalità di calcolo e di disciplina sono screditate, messe da parte. Ovunque, l’artigiano è obbligato, nella sua bottega, ad accelerare la produzione, che è, in effetti, più rapida, inanimata, infine. La navetta cade dalle dita del tessitore a quelle della macchina di ferro; il marinaio non avvolge più la vela, un servitore più forte e instancabile, a vapore, lo guida sulle acque. Non c’è confine per le macchine. Perfino il cavallo, spogliato della sua imbracatura, è accantonato in favore di un cavallo di fuoco. Per ogni scopo terreno – e per alcuni ultraterreni – abbiamo le macchine e i prodigi della tecnica: per tritare i cavoli, per gettarci in un sogno magnetico. Piallare le montagne, costruire strade lungo gli oceani: nulla ci è precluso. Combattiamo la natura, rude, con i motori: ne usciamo sempre vincitori, carichi di ricchezze.

Quali meravigliosi progressi siano stati compiuti; quanti uomini meglio nutriti e vestiti e alloggiati esistano; che tipo di lavoro si stia producendo, è una riflessione che occorre fare. La ricchezza aumenta, certo ma gli arcani rapporti tra ricchi e poveri si stanno alterando, in modo sinistro: di questo squilibrio, palese, dovranno occuparsi gli economisti. Il genio meccanico, tuttavia, si è diffuso in ben altre provincie. Non solo l’esterno e il fisico sono gestiti dai macchinari, ma anche l’interno, il mondo spirituale. Perfino in queste regioni nulla più segue il corso spontaneo, nulla è lasciato al metodo antico, naturale. Ogni cosa ha il suo strumento concepito con scaltrezza, ha il proprio apparato programmato: non è fatta a mano, ma a macchina. Ormai, le macchine hanno invaso l’istruzione. Quel misterioso scambio di saggezze non è più un processo indefinito, provvisorio, che richiede uno studio delle attitudini individuali, con una variazione dei mezzi e dei metodi per giungere allo stesso fine, ma un’attività certa, universale, da condurre grazie a un meccanismo appropriato, quasi che pure l’intelletto fosse una macchina. Abbiamo inoltre macchinari religiosi di tutte le varietà. La Bible Society è diventata una macchina per convertire i pagani. Qualunque uomo e qualsiasi società hanno una verità da divulgare: l’opera dello spirito non si compie gradualmente, secondo l’individualità propria, ma immediatamente, attraverso un’assemblea pubblica, i comitati, i pranzi in comunità.

Nessun individuo, ora, pensa di poter portare a termina l’impresa più modesta da solo, senza ausilio di macchine, senza un meccanismo. In questi giorni, più enfaticamente che mai, vivere significa unirsi a un partito, o costruirne uno. Filosofia, arte, letteratura, scienza: tutto dipende dal meccanismo. Nessun Newton, meditando, recluso nel silenzio, potrà scoprire la forza di gravità mentre cade una mela; privi di Raffaello e di Mozart abbiamo accademie reali di pittura e di musica, grazie alle quali lo spirito dell’arte, che langue, può rinforzarsi, generosa dieta della cucina pubblica. Anche la letteratura ha il suo meccanismo di mecenati e mercenari, le sue cene, i suoi conclavi, così che i libri non sono solo stampati ma in vasta parte scritti e venduti dalle macchine. Perfino la cultura nazionale si gestisce come una macchina. Nessuna regina Cristina ha necessità, di questi tempi, di convocare il suo Cartesio; nessun Federico ha bisogno di nutrire un Voltaire: al sovrano che venga in mente di ‘illuminare’ il popolo basta imporre una nuova tassa per fondare un istituto filosofico. Da qui, le società reali e imperiali, le biblioteche, le glittoteche, le tecnoteche che si fronteggiano in tutte le capitali, come alveari indecenti, dove le vaghe agenzie della saggezza sciamano e producono miele. Allo stesso modo, quando pensiamo che la religione sia in declino, non resta che pagare qualche milione di mattoni, aggiungere malta, e costruire chiese. In Irlanda pare che esista una società che a un centesimo la settimana prometta preghiere per facilitare l’ascesa in purgatorio! Magnifico! Il genio del meccanismo ci aiuta ovunque e porta tutti i nostri pesi sulla sua schiena di ferro.

Queste cose, che qui affermiamo con arguta leggerezza, sono di profonda importanza e implicano un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere. Gli uomini sono ormai meccanici nella testa e nel cuore, oltre che nelle mani. Hanno perso la fiducia nello sforzo individuale, nella forza della natura. Non per istinto interiore, ma per combinazioni e disposizioni esterne, soggiogati dalle istituzioni e dalle costituzioni, sperano e lottano. Tutti i loro sforzi, le loro opinioni, i loro desideri, sono di carattere meccanico e dipendono da un meccanismo.

In nessun altro ambito è visibile la fede profonda e pressoché esclusiva verso la macchina che in quello politico. Il governo ha incorporato il linguaggio della macchina: è, in effetti, la “macchina della società”, e il suo funzionamento è rodato alla pari di una macchina. Fin da subito, dobbiamo notare il potente interesse per i meri accordi politici come un segno palese dell’era meccanica. Per entrambe le parti, la politica è una macchina enfatica: per l’opposizione è una macchina che tesse intrighi, per i governatori è una macchina “che protegge la società”. Così, la salvezza dell’uomo come essere sociale è data dalla perpetua preservazione della macchina, che occorre lubrificare e aggiornare. Elaborate un corretto macchinario della legge e senza troppi sforzi, mentre scema il divino spirito dell’individuo, sotto le sue ali ogni influenza nociva appassirà. Siamo così devoti alla macchina che un nuovo mestiere è nato intorno ad essa: la “codificazione”. Tutto deve essere conteggiato, misurato, brevettato; eppure, l’uomo resta incommensurabile.

Thomas Carlyle

*“L’uomo non è la creatura e il prodotto del meccanismo, ma il suo creatore e produttore”, scrive Thomas Carlyle in “Signs of the Times”, di cui si riproducono alcuni brani. Il testo, edito sulla “Edinburgh Review” nel 1829, è il primo esito di un percorso di profonda crisi, in reazione ai tempi moderni. Seguiranno “Sartor Resartus”, “The French Revolution”, “On Heroes”. Tra i grandi pensatori non conformi, Carlyle muore nel 1881. I suoi libri, un tempo editi da Utet, Tea, Sansoni, ora sono introvabili o pubblicati da piccoli editori di talento (Oaks, Edifir, Liberilibri).

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