Un autore sconosciuto, un testo probabilmente mai esistito. È necessario dunque aver fede, lasciarsi trasportare dal respiro che brucia queste pagine autobiografiche, senza preoccuparsi della loro autenticità materiale o delle dotte analisi dei critici d’arte. La verità spoglia e purificata va attinta alla fonte di tutto ciò che è Spirito, spesso celato nei fatti del giorno che hanno pretese storiche. La Cabala insegna alle menti più sensibili come raggiungere il nucleo che anima ogni essere, il tremore sacro che lambisce ogni carne. Probabilmente, Rembrandt questo lo sapeva.
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Tra le donne amate da Rembrandt, la figlia di Ephraim Bonus il Cabalista era la più bella. E certamente la più intelligente. Dopo la morte dell’artista, da cui la vita l’aveva separata per diversi anni, venne a conoscenza del manoscritto che egli aveva lasciato e ottenne che le venisse affidato. Quale interesse poteva avere chi seppellì Rembrandt in quelle pagine sgualcite, a malapena leggibili, piene di parole che ferivano gli occhi, scritte dalla mano tremante di uno strano vecchio che tutti avevano dimenticato!
Stella portò quindi questo manoscritto nella cittadina olandese in cui viveva. Alla sua morte, lo donò non alla sua famiglia, ma al gruppo di iniziati di cui era l’anima e per i quali la Cabala rimaneva il nutrimento quotidiano, l’unica passione della vita. C’erano diversi gruppi simili in Olanda.
Questi iniziati hanno tramandato il prezioso documento di generazione in generazione. Ho vissuto tra loro, ero uno di loro. Ho trascorso gran parte della mia vita nella terra dei mobili scintillanti, dei tulipani abbaglianti e delle sette misteriose. Giorno dopo giorno il nostro numero diminuisce. A poco a poco, l’anima del mondo sta morendo. La Cabala, che è stata una delle epopee religiose più prestigiose di tutti i tempi, sembra estinguersi, raggio dopo raggio. I fedeli della silenziosa cittadina mi hanno affidato la rivelazione di queste pagine. Le ho tradotte con il più filiale rispetto, parola per parola, senza cambiare un solo punto o virgola. Il manoscritto di Rembrandt è stato restituito alla sua teca di vetro, al suo sacro scrigno di legno rosso delle isole. Ormai ha assunto il colore dell’avorio antico. In diversi punti, le lettere sono quasi cancellate, i versi che hanno accolto le dolci lacrime e le calde labbra di Stella, quelle labbra che Rembrandt il Visionario aveva così spesso baciato.
R.M.

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Carne viva… Poi, carne di morti.
I maestri chirurghi della Gilda di Amsterdam mi chiesero di dipingere il loro ritratto di gruppo. Era la mia prima commissione ufficiale. Certo, avevo già realizzato molti ritratti. Ero sicuro di me. Eppure, di fronte a questi uomini eruditi e seri, a ventisei anni, mi sentivo piuttosto in imbarazzo. La mia arte era al di sopra di tutto. Koolveld avrebbe voluto che dipingessi il gruppo in uno schieramento fisso e gerarchico, evidenziando i rispettivi titoli e la sua vanità personale. Volevo vita vera attorno al morto. Realizzai il mio pensiero. Finii per imporre loro il mio piano. Quello che non dissi loro era che il cadavere mi interessava molto più dei loro volti. Per me era tutto. Gli altri non erano che marionette. Costruii una specie di piramide, con il morto come base verdastra. In cima c’era Frans van Loenen, che, come il cadavere, non apparteneva alla Gilda. I sette: Nicholas Tulp, il professore, sopra il braccio che sta sezionando; alla sua destra, Mathijs Kalkoen e Jacob de Witt, le cui menti mi incuriosivano. Di profilo, quelli più fastidiosi con le loro vanità, Jacob Koolveld e Adrian Slaban. Sullo sfondo, Hertman Harmansz e Jacob Block. Tutti questi uomini erano eruditi. Orgogliosi della loro magistrale autorità. Ricchi e onorati. Convinti di essere i padroni della vita credevano nella loro scienza bugiarda. Eppure il morto era la mia luce, era con il suo bagliore verdastro, prossimo alla putrefazione, che coprivo l’insolente maestà di questi signori del bisturi. Ai miei occhi, il padrone era quest’uomo morto. Loro, i suoi servi. Che imparino il mistero da lui! Tesi d’angoscia verso la sua saggezza definitiva e la sua pacifica rigidità. Il suo nome era Pieter Janssen, di Dordrecht. Un mendicante, pazzo di baldoria, ucciso in una rissa in una taverna. Il mio pennello lottava contro il mio cuore. Volevo restituirgli la sua vita, il suo alcol, i suoi amori sordidi, sì, tutta quell’esistenza vergognosa e disprezzata di un uomo libero sfuggito alla nostra ipocrisia.

Durante le sedute e le visite, Harmansz raccontò i ricordi della sua giovinezza legati a questo miserabile. Slaban gli contestava le regole sociali e pretendeva disciplina in città. Mathijs credeva che la loro scienza dominasse l’intero universo. Tulp li riportò alle sue preoccupazioni religiose. Alla fine le sue forbici, avrebbero un giorno trovato l’anima dell’uomo? Da quale ghiandola della bestia umana avrebbero presto fatto scaturire la scintilla vitale?
Parlavano tra loro… Io parlavo con il mendicante.
“Pieter, fratello mio, anch’io amo le donne, la libertà, a volte l’alcol, come te. Gioia di vivere e cantare. Dove vaga oggi la tua anima indipendente e folle? Chi ha ragione? Loro, con il loro orgoglio, la loro pesantezza? Oppure Tu, nel cerchio dei tuoi capricci, nel tuo desiderio di immobilità?”
“Gli uomini sono i pidocchi di Dio. A suo piacimento, Egli li schiaccia o li nutre di sé. Viviamo. Amiamo. Cantiamo. Corriamo verso il Futuro. Gli altri, tutti gli altri, sono becchini. Né tu, né io! Passano la vita a portare i morti nella bara del loro cervello, nella bara del loro cuore; la loro ragione, marcisce sempre di più di giorno in giorno; i loro sogni che rinascono ogni mattina, muoiono ogni sera. Gli uomini trascinano la loro vita, appesantiti da tutto il passato. Io ho la mia gioia, perché ho le ali. Sono pieno di ali e stelle. Balzo verso il Futuro. Un futuro di bellezza e luce dove tutti gli uomini si ameranno. Siamo fratelli. Tu, Eterno Marcio. Io, Ubriacone del Futuro!”
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Per riprodurre gli alberi e il cielo, ho abbandonato pennelli e colori. Ho preso le lastre di rame e la punta dello scalpello. C’è troppa materia nel colore. Per rappresentare la fluidità del cielo e dell’atmosfera, il colore è troppo corposo. La resina stessa è pesante, una sorta di pesantezza che si attacca alla tela, che grava sulla mente. Per quanto finemente li macini, i miei colori conservano sempre qualcosa della densità delle loro sostanze. Sono realtà, solidità. L’incisione non ha sostanza. È eterea come lo sfondo dei nostri paesaggi, leggera e fluida. Il mio bulino sa stendere sul rame linee tenui come un filo della Vergine, tratti sottili come sfumature di pensiero. Ciò che è irreale può essere tradotto solo attraverso l’incisione. Il dipinto è carnale. Un colore si accarezza come la carne di una donna. L’incisione è sacra. È l’armonia del bianco e del nero. Del giorno e della notte. Essa sola esprime il vapore, l’indefinito di quell’atmosfera dove gli oggetti sembrano galleggiare. Disporre i bianchi accentua il valore e la forza dei tratti neri. Ci sono mille sfumature nel nero. Un’oscurità che vibra piena di ricchezze misteriose.
Così parlò Giobbe: “Egli scopre nelle tenebre ciò che è nascosto nelle profondità”. C’è, nell’oscurità, un calore sontuoso, un godimento pieno e sfumato, qualcosa di profondo e puro come la sensualità dell’anima. Nella Cabala si dice: “L’oscurità è il tratto nero della scrittura; la luce è il bianco attorno alle lettere”.
La Cabala ha detto la verità. La carta nuda è bianca; non ci vedo la luce. Il bianco nudo è il nulla. È vuoto. Traccio una linea: attorno ad essa, mi rendo conto che il resto è bianco. Diverse linee nere: tra di esse, c’è il bianco che nasce e prende vita. Quando incido, ho sempre dentro di me le parole della Cabala. So che la luce scaturirà attorno a tutte le mie linee. Quando la mia punta si posa sul rame, preme pesante o si fa leggera, sfiora, vola, sento le mie linee oscure, generano attorno luce e ombre. Luce brillante del giorno. Luce segreta della notte.
Perché è detto ancora: “La vera luce è nelle tenebre. La vera tenebra è nella luce. Essi sono uno. Essi sono l’unità celeste.”
Traduzione Tony Vero
*In copertina: Rembrandt, Autoritratto con berretto e bocca aperta, incisione, 1630