06 Dicembre 2020

“Mi affascina la vita irreale, il sortilegio”. Silvio Raffo, oltre lo specchio

Ho avuto il privilegio di conoscerla, sua madre. Lo sguardo penetrante, sotto le ciglia vestite di mascara nero. Un volto che non si dimentica, in bilico tra riso e pianto, diceva lui. Il suo amore più grande, inviolabile, inesauribile. Qualcosa di lei mi ha fatto pensare ad Amàlia Rodrigues di Lisbona, la regina del fado. Quante volte ricorre la parola madre ne Lo specchio attento di Silvio Raffo (il romanzo gotico visionario più autobiografico, finalmente ripubblicato da poco per Elliot, con ottima postfazione di Sacha Piersanti) o, volgendo lo sguardo oltre, nella sua intera produzione letteraria? Maternale è il titolo della raccolta di poesie dedicate alla madre (NEM). Ne trascrivo la quartina più celebre (attualissima): “Vedersi o non vedersi non altera l’amore/ se si è raggi di un unico splendore:/ mai la quercia vedrà la sua radice/ ma è quella linfa a renderla felice”. Gli fa eco l’immagine de Lo specchio: “Nel grembo di mia madre sono invece stato nove mesi, e lo ha raccontato lei, e dev’essere stata una cosa terribile: terribile, e meravigliosa, perché eravamo due creature in una, e le mie membra si formavano allungandosi dentro di lei”. Poi, il trauma della nascita, il taglio del cordone ombelicale, altrimenti “tutto sarebbe passato dall’una all’altra persona come la linfa da una radice alla pianta, e non sarei mai stato consapevole nemmeno un po’ della mia individualità”.

C’è sempre un’assenza, un mistero e una voce (una madre, viva o defunta) nelle opere di Silvio Raffo. Nei suoi romanzi, si intrecciano il senso e i sensi – la vista, l’udito – ma da quegli stessi sensi veniamo traditi. L’ambiguità, il doppio, l’inganno di specchio, sia pure attento. “Le tue parole sono senza senso”. C’è l’amore, nella sua opera, la sua inafferrabile essenza e la sua assenza, il disamore. Infatti, Silvio Raffo, che ha scritto questo suo romanzo tra la primavera e l’estate del lontano 1972 (segnalato al Premio L’Inedito da Maria Bellonci e Natalia Ginzburg entusiaste sostenitrici già l’anno precedente di Mio Padre Renè) ama definirlo una parte della “trilogia del disamore” con il romanzo Voce della pietra (da cui il film americano Voice from the stone) e Il segreto di Marie-Belle. “Ero dunque un’insegnante, e questo fu più o meno chiaro fin dall’inizio”, “sono sempre stato consapevole della singolarità della mia esistenza, e dell’impossibilità di cambiarla in qualche modo”, “la mia professoressa di quarta ginnasio fu il grande incontro della mia adolescenza, il primo vero incontro della mia vita”. Leggendo Lo specchio attento, si rischia di leggere il romanzo della vita di Silvio Raffo. Innumerevoli le somiglianze, non si contano. “Credo che mettermi a parlare mi apparisse il rimedio più logico e naturale alla solitudine. Parlavo mentre facevo i compiti, spiegando ad alta voce le regole come se mi rivolgessi ad un ragazzo svogliato o lento di comprendonio”, “e l’alunno non ero io”. Per non scivolare nell’inganno, glielo domando direttamente.

Ma è un libro interamente autobiografico (insomma Giorgino è lei, Raffo)?

“Sì. Ho vissuto l’esperienza che descrivo nella realtà dei miei 16, 18 anni con perfetta lucidità.  Più che di uno sdoppiamento si trattava di un gioco, di una finzione appunto letteraria. Non avendo relazioni con il mondo reale se non formali e poco gratificanti mi inventavo un doppio a cui facevo vivere avventure che avrebbero potuto essere anche mie”.

I suoi ragazzi (enfants prodige o enfants terribles) sono sempre soli e inclini a distorcere la realtà anziché viverla e costruirla. Penso anche allo Jakob de La voce della pietra. È così?

“Mi affascina la vita irreale (non a caso ho intitolato così una mia silloge poetica), il rapporto fra pensiero o immaginazione creativa e i cosiddetti eventi. Un sortilegio che incatena l’anima. La mente è capace di creazioni incredibili più affascinanti di ogni evento che si verifichi al di fuori della nostra volontà. Ad esempio, Giorgino inventa una vicenda alternativa al reale perché, nella sua vita, sembra non succedere niente. Il desiderio di vivere emozioni sconvolgenti in lui non genera come nei soggetti normali la brama di vivere esperienze in prima persona, ma proiezioni fantastiche”.

Parliamo di genere. Il giallo o mistery che parte occupa in questo romanzo?

“Nella vicenda inventata da Giorgino amore e morte si intrecciano a netto favore della seconda. È infatti un delitto a coronare la trama anziché un lieto fine”. 

Quanto questa dimensione del mistero e della morte ha influenzato i suoi romanzi?

“La Dickinson (Emily) lo dice chiaramente che la vera dimensione del contatto è quella del recluso, con l’invisibile. Sono consapevole nella mia stanza di un compagno senza forma. Alla fine è l’immortalità. Se vogliamo credere che l’atto più importante della vita non sia quello legato al contingente, alla fisicità e alle sue forme, alle cose più preziose della storia, al quotidiano e vogliamo credere che ci sia un quid che ci trascende e con il quale si può restare in contatto anche nel quotidiano senza bisogno di chiudersi in casa, o di essere Emily Dickinson. Penso e sento che, al di là del mero contatto, ci sia sempre qualche cosa che ha determinato un incontro, l’incontro della vita, una finalità nascosta, in una specie di mosaico infinito. Anche se magari è un’illusione. Sento che sia più importante qualcosa che ci trascende di quello che si può toccare con mano”.

Linda Terziroli

*In copertina: Peter Paul Rubens, “Venere al bagno”, 1614

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