28 Agosto 2018

“È sempre del mistero che ci innamoriamo, e improvvisamente una terra ai confini del mondo ci riguarda”: sulla poesia di Gianfranco Lauretano

Il rinascere è un tema forte per il poeta Gianfranco Lauretano. In proposito, sulla dualità vita/morte, Giorgio Bassani, nel suo celebre romanzo Il giardino dei Finzi Contini, scriveva: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare”. lauretanoRinascere da vecchi (Puntoacapo 2017), così come i precedenti Occorreva che nascessi (Marietti 2004) e Di una notte morente (Raffaelli 2016) sono raccolte che Lauretano, autore nativo di Cesena, annovera in un bisogno impaziente di frenare la decadenza fisica, l’allontanarsi della giovinezza, come ammette candidamente in una postilla che chiude il libro. Ma non basta. Non è difficile sentenziare il significato opposto del tramonto: l’alba della vita, il venire alla luce nella sobrietà della parola, in una superficie lieve eppure increspata dall’inquietudine (“schiaffo del male sul viso”). L’immagine limpida di Gianfranco Lauretano nel suo Rinascere da vecchi contrasta l’irreversibilità del tempo che passa con il movimento e la lingua poetica in una libertà immaginativa. Si avverte lo scolorimento e la deperibilità delle cose stesse in cui l’accadimento è esperienza e il sogno attesa, disturbati, momentaneamente, dalla desolazione, dal dubbio, dal malessere. “Io, tenebra, uccido in me i fantasmi / nessun filo di voce invoca un aiuto / una lontanissima commozione, scendere / in un erebo d’alzheimer”. Non manca, nella predisposizione a cibarsi simbolicamente di ambrosia, in un mantra che richiama un’intenzione superiore, divina, il disegno imperscrutabile, la preghiera sotto forma di invocazione: “Quanto vorrei che sbucasse / sul piazzale il tuo profilo, Signore / nella foresta dei semafori / – il viale intasato di bestioni, autobus / furgoni, l’aria nera e insudiciata / la fretta cittadina, arabi e asiatici…”. La poesia di Lauretano è melodica, colma di sincretismi, di stalagmiti verbali che risalgono dal basso e si ergono “appese” al cielo. Un poeta terreno (o meglio terrestre) che trova la sua pietra angolare nel rinascere ogni giorno, tra “anime e ossa”, dentro l’inverno, il buio, il ghiaccio, il freddo. Ma il bene non è mai saturo e supera ogni male senza schermi o trucchi: si muore e si rinasce migliaia di volte. La danza lievitante, alludendo ad una poesia di Carlo Betocchi citata da Lauretano in esergo ad un testo, ricuce la ferita dell’esistenza nell’umiltà del lavoro, nelle abitudini, “nei vicoli del tempo”, guardando ciò che distrattamente ci sfugge e che spesso è posizionato in alto. Bellissimi gli scorci nella sovraimpressione di occhi più attenti del solito: “Tutto compare oggi all’improvviso / come da lontano nel porto destinato / gli alberi sorgono sulla strada / davanti al condomini, dietro / una collina e sulla cima / il profilo di accoglienza della Basilica”. La reificazione conferisce visione al pensiero trasparente, come se la tramatura di Lauretano non fosse priva di possibilità, di speranza. L’uomo incontra l’uomo in un caotico via vai di soggetti, in uno scambio privo di interlocuzione, eppure vicino al posto “dove si aggrumano discorsi allegri e sussurrati”. A chi si rivolge Gianfranco Lauretano? Ad una persona amata, a Dio? Ad una fede circostanziata, o ad un’irrelata entità che avverte, che lo persuade, che lo accompagna invisibile nel suo cammino, nel “vocabolario del cielo”? Le sue asserzioni sono constatazioni, esortazioni per tutto ciò che non si è capito, che ci avvolge in una protezione cosmica, in un ordine assegnato. Ricordiamo che nella silloge Di una notte morente l’uscita dalla realtà ipocrita avveniva mediante un pensiero terso nella “provvisoria deviazione sulla via”, usando la “preghiera nell’angoscia”: una resurrezione dalla morte dei sensi, una guarigione dalle ferite stagionali.

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LauretanoIl personaggio centrale, l’io che osserva la matassa dell’azione umana, degli oggetti che inglobano in una realtà materiale, in uno straniamento ragionativo, si eleva nella nettezza di versi discorsivi, dichiarativi, specie nella sezione “Diario russo”, in cui l’amore arriva ad innervare una prodigiosa vicenda interiore: “E mentre Svetlana mi portava / di definizione in definizione / io la proteggevo per rinnovare / l’ascolto di me stesso in lei”; oppure: “È sempre del mistero che ci innamoriamo / perché l’amore è l’attimo / che dura così poco / in cui il mistero si dissolve / e improvvisamente una terra ai confini del mondo / ci riguarda”. Gianfranco Lauretano ha una voce pacata che soppesa i particolari, che dall’amore rientra nella forma limpida, nel dettato delle mattine che passano tra muri, abitazioni, strade, auto, parcheggi, orti, finestre, saracinesche, caffè, chiavi, uffici. La normalità è sempre una dissoluzione e una ricomposizione (una rinascita), un paesaggio cittadino, una partecipazione intransitiva ma corposa alle piccoli vicende. “A sera torneremo. Allora / spenti i luoghi del lavoro, / rado il traffico, chiusi i conti / tu, stanca come tutti i secoli / avrai rasserenato il cuore / e l’anima, spegnendone / il sospetto, finalmente”. L’esaltazione dei sensi conserva sempre un’energia indefinibile e salvifica, uno sgorgo in cui “il fiume della memoria rilancia il futuro”.

Alessandro Moscè