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Quando Stevenson – Peter Pan trovò Wendy. Era una principessa hawaiana, “un’Altezza Reale carina e impegnativa”

Ci sono momenti in cui la scrittura sembra un tradimento rispetto alla realtà. Raccogli nomi, ti lasci pervadere dalle vicende, ma non ha senso toccare la penna e usare le parole. Anche perché ognuno le adopera in modo diverso. C’è senso nel lasciare un messaggio? non deve sembrare un punto di scomodo sconforto, è solo il piglio delle vicende a costringerti a un sano scetticismo che non è nemmeno un silenzio creativo.

Nel Novecento, a dire il vero, fior di storici e letterati hanno restituito una voce a chi allora, per forza di cose, non l’aveva. Era tutto un movimento di storia della coscienza individuale, un’altra ricostruzione della “storia dei vinti”: ricreazione della realtà muta che non passa dagli archivi.

Quando mancano le parole a chi vorrebbe usarle, invece, il gioco è più pesante, il mutismo è più assillante perché sembrano scomparire anche i fatti insieme ai segni usati per indicarli, ricrearli, esprimerli.

E poi è tornata lei, la ragazza della foto che mi segue da tre anni o giù di lì. Era una principessa hawaiana di nome inglese: Victoria, come la regina della madrepatria imperiale. Si chiama Victoria Kaiulani.

Victoria nasce nel 1875 ed è figlia di Archibald Scott Cleghorn, scozzese figlio di emigrati in Nuova Zelanda prima, alle Hawaii poi: dovevano essere onesti commercianti di sementi, emigranti per fatica e non per diletto. Uno di loro ebbe il colpo di fortuna geniale, voluto o meno, di sposare la sorella del re hawaiano di allora.

Che bello immaginare questo scozzese coi suoi baffi a manico mentre a trent’anni suonati lavora come giardiniere di lusso alla corte dell’isola e fa centro nel cuore della principessa: che è la madre di Victoria, identica alla figlia nelle foto (esiste un “prima” in queste faccende?).

La principessa hawaiana ha qualche anno in meno del giardiniere scozzese Archibald e diventa madre a ventiquattro: doveva essere una donna stupenda, e comunque anche la figlia è uno splendore stando alle immagini che si conservano di lei a 14 anni.

Stevenson e Fanny, la signora

Nel 1889 Victoria fa amicizia con Robert Louis e signora, la miracolosa Fanny che si porta in ordine con sé i figli del primo matrimonio. Sull’isola hawaiana, ciliegina immancabile, c’è anche la madre dello scrittore.

Robert Louis in quegli anni fa di tutto: approfondisce lo stile in senso polifonico, antidescrittivo, smaterializzato, in direzione sperimentale o meglio di surrealismo poi ripreso da Schwob (che lo va a trovare sull’isola, come l’autore di Peter Pan – ci torniamo nel finale).

Peraltro, Robert Louis dilapida il tempo raccontando storie agli indigeni; è un mistero insondabile e arcano che la sua parola si faccia d’aria, quasi suono: e già la sua scrittura era musicale nei romanzi del ciclo scozzese di qualche anno prima – ma ora tutto diventa il riverbero di un’onda, il racconto di una trasmigrazione d’anime sulla spiaggia a discapito di due innamorati. L’esito è un racconto arcano, Il diavolo nella bottiglia, che possiamo immaginare partorito da una scrittura orale, intessuta di leggende locali e ricamata da Robert Louis e dagli indigeni.

I quali infatti lo chiamano Tusitala: tu non sei più Robert Louis lo scozzese, sei Tusitala, sei “quello che racconta storie”.

Ma per la principessa Victoria-Kaiulani che è sempre nel cerchio, all’ombra ad ascoltare quella sctaola parlante, quella chatting box che è Robert, è tempo di lasciare l’isola per completare la sua formazione in Europa. Robert-Tusitala perde una devota ascoltatrice.

Chiaramente non si deprime ma poco ci manca: le sue ultime storie lunghe, come Weir di Hermiston, respirano infatti un’aria pesante, trasfigurano la Scozia a distanza siderale, dalle Hawaii. Lo scrittore pensa a una sorta di Romeo e Giulietta divisi dai parenti in lotta e tutto resta incompiuto, allo stato di roccia grezza.

Questo perché lontananza di Victoria gli pesa addosso come un macigno. Anche se nell’insiem l’opera di Stevenson oggi ci appare quasi infantile, leggiadra, brillante, sempre attraente per tutte le giovani generazioni, si nota che c’è dell’altro. Ma cosa?

Dietro si nota una maturità spuria che nasconde un fatto semplice – come altri uomini, Stevenson stava evolvendo nei suoi ultimi anni, alla boa dei quaranta. Di fatto, è solo negli ultimi sei anni della sua vita, quelli a Samoa, che il suo talento pervaso dallo spirito sottile del dandy incomincia a esprimersi in modi aggraziati ma depistanti. Incomincia ad affiorare il granito dentro di lui: roba da antropologi, il risveglio della bestia sacra, del narratore a contatto coi fanciulli e le ragazze hawaiane.

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Un’ipotesi, infine.

L’autore di Peter Pan ebbe lo spunto per collocare l’Isola-che-non-c’è da una frase del suo amico Robert-Tusitala: “lasciando San Francisco, arriva alla seconda isola, poi sempre a destra”.

Non si fa fatica a immaginare dietro Wendy, la ragazza grande della famiglia che deve lasciare il nucleo, la principessa Victoria.

L’isola in cui non crescere è quella in cui Stevenson racconta favole intricate sotto la pianta di baniano, prima di andare a pescare il taro, il pesce da consumare crudo. Dove trova il tempo di insegna nel tempo libero agli indigeni come preparare la maionese e si fa consumare dalla lontananza: Victoria è ormai partita per l’Inghilterra nel 1889. Si tratta di un viaggio di istruzione che deve durare un anno e che alla fine la terrà lontana dall’isola per tre anni.

E nel frattempo fa la spola negli USA tra costa Est e Ovest per ribadire la legittimità governativa della sua famiglia Kaiulani sull’isola. Solo nel 1897 può tornare a casa.

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Gli scossoni della vita e dei viaggi distruggeranno Victoria. Muore giovane dopo esser rimasta bloccata e ammalata sull’isola di Waimea, nelle sue Hawai, nel mezzo di una tempesta il 6 marzo 1899.

Avevano cercato di appiopparle un matrimonio sia in Europa che in America, rispettivamente un Duca tedesco e un padrone del vapore yankee di cui non è restato il nome nemmeno sui giornali. Solo una data per la proposta, 12 febbraio, e possiamo immaginare la leggerezza con cui Victoria schivava queste tele, questi intrichi.

Lasciò le Hawaii a 14 anni e la poesiola che Stevenson le dedicò per l’occasione s’intitola Scritto ad aprile per Kaiulani nell’aprile della sua vita. Dei due amici, era Stevenson il sognatore. Tanto per cambiare.

*

Se vecchiaia potesse. Il vecchio rivestimento in superficie alla fine incomincia a scricchiolare, il granito emerge dolorosamente in filigrana. È a questo punto, dove la pala picchia contro lo spigolo della roccia, che si dovrebbe cominciare a scavare per capire chi scrive, cosa scrive e perché.

Gli ultimi racconti di Robert-Tusitala sono aggressivi, sfasciati, l’infanzia ne è bandita. In una lettera del 1894, quando la principessa-Wendy è distante e in pericolo, lo scrittore lancia un messaggio a un amico per spiegare il suo disinganno: “La verità è che sono pressoché inutile per la letteratura e ti chiederò di aver pietà di St Ives quando ti arriverà. Non ho risparmiato nessuno strumento fintanto che ero alla mia ingrata tela di lavoro . Non ne verrà fuori nulla ed io devo vivere, io e la mia famiglia. Non fosse per la mia salute, che ha ostacolato la cosa, non potrei perdonarmi in cuor mio di non essermi tenuto ben stretto qualche onesto lavoro commerciale in gioventù: mi avrebbe supportato in questi anni malati.

Davvero non fui molto ispirato all’epoca, non avevo i trucchi dello stile, quelli che vengono affinati dalla costanza: sono andati perduti da un pezzo. Sinora sono riuscito a rendermi gradito ai giornalisti. Però sono un articolo fittizio e questo lo so da lungo tempo“.

Gli uomini maturano e si graduano con la sofferenza. Peter Pan incluso.

Andrea Bianchi (for G)

***

Stevenson a James Bain, libraio a Haymarket 1, Londra

Aprile 1889, Honolulu

Caro Mr Bain, ti prego come prima cosa di tenere in negozio i miei romanzi per quando sarò tornato, cosa che rimando al 1890. Porta i conti a Mr Baxter di Edimburgo col quale credo tu sia già in contatto. Seconda cosa, più importante, procurati L’isola del tesoro, Il bambino rapito, Le nuove Mille e una notte – prima serie e Gli uomini felici. I primi due illustrati, e rilega il tutto come nessuno sa fare meglio di te. Sul dorso di ciascun libro vorrei queste parole:

H.I.H. [Her Imperial Highness] / Kaiulani / da / R.L.S.

E stampalo con eleganza. La piccola signora in questione è principessa delle Hawaii – un’Altezza Reale carina e impegnativa; e appena hai rilegato i libri, dovrai spedirli al suo indirizzo a Liverpool Sundown, Hesketh Park. Ti prego di svolgere questo incarico triviale (al quale do massima importanza) con gentile attenzione.

Quelle da cui ti scrivo sono latitudini lontane; non si sente di Haymarket; ma ti renderai conto che il tuo nome, il nome dell’unico libraio al mondo – per quel che lo conosco sinora – è saltato fuori in una conversazione persino alle isole Hawaii. Di qui a un anno dovrei fare un salto per una visita, come d’abitudine; ma prima che questo capiti sarò stato in posti strani. Sono, caro Mr Bain, il tuo sincero

RLS

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