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“C’è quel poeta, invece, che desidera la notte. Fidandosi del fatto che essa di noi sembra sapere più di ogni altro”. Variazioni su Alejandra Pizarnik

A volte capita di farsi dei castelli in aria, inutilmente. Di non essere all’altezza di qualcuno o, addirittura, di non volersi impegnare, magari persino sentimentalmente, con nessuno. Nonostante questo signor nessuno possa venir cercato per conoscerlo almeno una volta (quasi come se fosse un buffone, uno spaventapasseri), per dar noia alla solitudine che ammazza, dimenticarla almeno una notte. Se si inganna il tempo per conoscere il poeta o, peggio ancora, il personaggio che gli si affibbia (sebbene lui non sia neppure a conoscenza di questa sua parentela così stretta); per vedere se è come tutti dicono o come ce lo si immagina; ovvero: se sta in equilibrio su un piedistallo, oppure scivola da esso. Ebbene, se così fosse, il poeta se ne accorgerebbe immantinente e girerebbe, concentrato, la pagina del nuovo libro che sta leggendo.

Se la si è fatta tanto lunga è stato soltanto per dire che al poeta non interessa incontrarsi per secondi fini. A lui, tutt’al più, più che se stesso, interessa l’opera. Addirittura quella degli altri, e potrebbe andare in estro per versi come questi:

Della notte so poco

ma di me la notte sembra sapere

Li ha scritti Alejandra Pizarnik, la quale conosceva fin troppo bene il significato della vita, tanto da decidere un giorno di farsi fuori. La reminiscenza di certi incontri per interesse, non le interessava affatto. Piuttosto, era tremendamente incuriosita dalla notte e amante della scrittura. Perciò di frammenti poetici come questi bisognerebbe riempire il mondo, farne coriandoli da lanciare a tutte le ore del giorno e della notte. Ecco, soprattutto la notte. Quell’unica amica del poeta, del quale conosce tutti i segreti, gli inciampi e gli inganni. Alejandra non si faceva congetture. A lei, come a me, interessava altro. Forse un bel paio di ali nere che ci portassero nel folto bosco della parola e, attraverso di essa, alla conquista di un senso compiuto. Poiché Alejandra si chiedeva effettivamente, per davvero, se le parole fossero l’unica cosa che esiste “nel vuoto enorme dei secoli”.

Al poeta lo ammantano i ricordi, con le loro unghie taglienti come coltelli, con le loro parole dette, rimate ‒ rinate, esplose. Ma alla Pizarnik ammaliava la notte perché piena di sguardi (non c’è un poeta che non parli di occhi!). Sguardi, dicevamo, che la notte odia, dacché “…sa pieni di interessi, di incontri mancati”.

Si tornerà mai ad essere? A comprendere che l’importante nella vita è ciò che facciamo con le nostre disgrazie? Sono appunto parole di Alejandra. Guarda caso, altre parole (come quelle di Cristina Campo, della quale la Pizarnik fu amica) che cercano inesorabilmente la perfezione.

C’è chi desidera il silenzio per poter parlare o, più propriamente, dopo aver detto tutto. C’è quel poeta, invece, che desidera la notte. Pur non conoscendola. Fidandosi però del fatto che essa di noi sembra sapere più di ogni altro. Ci si affida, dunque. Come ci si può affidare a un dio. Ci si affida, fidandosi. Dando credito all’ignoto. Forgiando la parola. Incidendola su un tronco. Ogni giorno, ogni ora.

Campo, Pizarnik, io (e quanti altri), stavano e stiamo di fronte a un foglio bianco. Lì dove germoglia la coscienza ammantata di stelle dell’amata notte. L’unica, irripetibile occasione per incontrarci con le parole. Quelle stesse che fanno la differenza con qualcuno, o in una poesia. Affiorate dal buio, nel silenzio del cosmo.

Che Alejandra Pizarnik abbia sentito “il pianto nelle ossa”, significa che è stata tanto amata. Non da dei semplici, opportunisti, curiosi. Ma dalla parola stessa, talmente ricercata, da farle mutare il sonno in insonnia, o il sogno del cervo che si specchia nel lago, in un onirico inspiegabile fantasma.

Giorgio Anelli

*In copertina: Archip Ivanovič Kuindži, Notte sul Dnepr, 1880

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