08 Ottobre 2020

“La canzone ha cristallizzato l’essenza della nostra band” …e io mi riascolto “Stairway to Heaven”, la Bibbia del rock

Lui si chiama J. P. e ha detto: “L’idea era quella di avere un pezzo di musica, una canzone che si sarebbe dovuta sviluppare su più strati e dovesse andare a coinvolgere diversi stati d’animo. Tutta l’intensità e la finezza dovevano servire per dare spinta al brano sotto ogni punto di vista, sia quello emozionale che musicale. Per questo la canzone continua ad aprire e ad esplorare un certo tipo di schemi”. Sarebbe nulla se non fosse che il pezzo in questione, purtroppo, è tornato a far parlare di sé non tanto per la sua intensa e lunga bellezza – qualcosa come otto minuti, più o meno, che ci scappa una paglia e due sorsi di birra e anche uno sguardo mentale lanciato attraverso le nuvole di fumo – ma per una causa in tribunale. Pazienza: nei fatti la sentenza è l’intro di quello che accadrà nel 2021: quel brano – anzi, “il” brano, non puoi che chiamarlo così – compirà 50 anni. 

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È che mica l’hanno fatto uscire in versione sette pollici: non ha avuto l’onore di uscire come singolo in un’epoca in cui i singoli tiravano come cani da slitta con la lingua rossa di fuori. Negli Stati Uniti è stato pubblicato come disco promozionale, in Australia hanno scelto il vestito EP acustico. 

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Il braccio di ferro si è svolto per aria. Gli Spirit hanno accusato di plagio quelli del dirigibile per una cosa che hanno fatto circa 50 anni fa. In un mondo terracqueo normale il fatto sarebbe finito in prescrizione – cocchini, 45 anni per capire che quel riff assomiglia al tuo è troppo, dai – ma sulle onde delle sette note e dei tanti zeri si può osare l’inosabile. Alla peggio, ti fai pubblicità e qualche stronzo come me, anche per curiosità, va a risentirti. Mica tocchi in testa, questi spiritelli.  

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Il fatto: nel 2014 Mark Andes ha fatto mettere in campo un’azione legale per violazione del copyright. La richiesta: far mettere il nome del chitarrista Randy California tra quelli degli autori in modo che potessero “entrare” parte (abbondante visto il successo mondiale del pezzo) dei compensi relativi ai diritti perché ci sono diverse affinità tra la canzone Taurus e l’altra. Dopo 6 anni di avvocati, dispute, slittamenti e tanto altro, la battaglia si è chiusa. Hanno vinto i Led Zeppelin. Si stima che la canzone abbia tirato su 550 milioni di dollari.

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Occorre specificare che si sta parlando di Stairway to Heaven?

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Jimmy Page alla rivista Rolling Stone: “La canzone ha cristallizzato l’essenza della nostra band. Aveva tutto e ci ha rappresentato al meglio. È stata una pietra miliare. Ogni musicista vuole fare qualcosa di duraturo, qualcosa che rimarrà a lungo nel tempo. Noi lo abbiamo fatto con Stairway”.

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L’assolo di chitarra contenuto nel brano è considerato da Guitar World il migliore mai eseguito.

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Il primo riferimento conosciuto a una scalinata verso il paradiso si trova nella Bibbia, nel libro della Genesi 28:12. Chissà se lo sapevano, i Led…

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Robert Plant nel 1988 ha dichiarato che suonare Stairway to Heaven a diciassette anni di distanza dalla pubblicazione non fa più per lui e che gli verrebbe l’orticaria se dovesse eseguire la canzone in ogni concerto (“I’d break out in hives if I had to sing that song in every show”).

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Le parole sono di Plant. E nel testo c’è un’enciclopedia di suggestioni, riferimenti, omaggi. La Regina di maggio (“May Queen”), i pifferai (“pipers”) e il trambusto nella siepe (“bustle in your hedgerow”) si trovano in Magic arts in Celtic Britain di Lewis Spence mentre la strofa “nei miei pensieri ho visto anelli di fumo fra gli alberi” (“In my thoughts I have seen rings of smoke through the trees”) può essere avvicinato al William Wordsworth di Tintern Abbey (“…ghirlande di fumo, risalite, in silenzio, tra gli alberi”). Il significato della scalinata verso il cielo è ovviamente fumoso. Ancora Plant: “Tenevo in mano un pezzo di carta e una penna e, per qualche ragione, ero di pessimo umore. Quindi, all’improvviso, le mie mani cominciarono a buttare giù parole. Me ne rimasi lì a fissarle e poi quasi balzai in aria per lo stupore”.

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L’arpeggio iniziale è qualcosa di assoluto. Verticale. Un ascensore. Chitarra folk e flauto dolce, chimicamente micidiali. Poi va su, gli strumenti lasciano il posto alla chitarra elettrica sino a toccare la velocità dell’hard rock. 

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Erano i miei anni veneziani, gli Ottanta. In coda però, le ultime gocce. I seguaci dei Pink Floyd avevano devastato la Serenissima. Luglio 1989, pare ieri porca miserie ma sono già 30 anni e più. Si facevano feste private, a Venezia: l’unico modo che avevi per divertirti visto che non esistevano pub e le discoteche erano al Lido o in terraferma. Compleanni “imbucati” di amici di amici di amici. I più grandi insegnavano il rock, i più piccoli prendevano appunti. La sera dopo il live dei PF si va in un palazzo storico. Il figlio del proprietario – discendente di una antica famiglia di Dogi – ha chiesto al parente londinese che era sceso in laguna per il concertone del giorno prima di mettere su musica inglese per noi giovani liceali senza piume. Il ragazzo arriva con un vinile, percorre la scala reale del palazzo. “Fioi, go i Le Xepelin, i tòchi meio” dice. Poi fa girare quel dialogo di flauti e corde, e in un attimo il leone di San Marco è guarito dalle ulcere dei fans di Gilmour e friends che hanno smerdato Venezia.

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“C’è un sentimento che provo / quando guardo a occidente / e il mio spirito piange per andarsene…”.

Alessandro Carli

Gruppo MAGOG