15 Ottobre 2024

Amare infinitamente è terribile. Le lettere tra Alejandra Pizarnik e Ivonne Bordelois

La corrispondenza delle grandi voci della letteratura continua ad affascinarci nonostante la sostanziale estinzione del genere epistolare. In tempi di sfrenata velocità, il dialogo scritto, l’intimità documentata, la pagina che viene inviata per posta e chiede dedizione, rilettura e attesa è stata rimpiazzata da più pratiche opzioni. Chi oggi, in piena sanità mentale, nell’era di WhatsApp, penserebbe di mantenere un legame simile? Eppure, non mancano le buone notizie. Chi era abituato a comunicare per lettera e trovava in questa forma di relazione – a volte, l’unica possibile – un esercizio essenziale, lo ha fatto, per nostra fortuna, con abbondanza, in previsione, pare, di un futuro frenetico e impaziente.

Riferendoci soltanto agli ultimi anni e a figure imprescindibili della letteratura in lingua spagnola, hanno visto luce le lettere tra Victoria Ocampo e Albert Camus, tra Victoria e Virginia Woolf, tra Victoria e José Ortega y Gasset, tra Victoria e Ezequiel Martínez Estrada. A queste e ad altre si aggiungono ora le lettere tra Ivonne Bordelois e Alejandra Pizarnik che la casa editrice Las Furias ha riunito in Aquí estoy, todavía, edizione rinnovata dell’epistolario edito da Seix Barral nel 1998. Per questo volume la Bordelois (una delle poche persone viventi testimoni dirette di Alejandra) non si è limitata a curare l’introduzione (“Chi si accosta a questi materiali eviti il rischio di irrispettose semplificazioni come di edificare una incondizionata mitologia”, avverte): ha scritto anche una postfazione, ha disposto le lettere in ordine cronologico, ha fornito nuove e precise note esplicative, che accompagnano la lettura e guidano il discepolo voyeur nell’altrui corrispondenza.

Dal 1963 al 1972, anno della morte della Pizarnik, “Ivoncitas” e “Alejandrusca”, come si vezzeggiavano, si sono scritte – si sono ascoltate, incoraggiate, assecondate, condividendo letture, amicizie, impressioni e silenzi – ciascuna nella propria trincea – Boston, Miramar, Parigi, Buenos Aires – sviluppando una conversazione incessante non priva di umorismo, complicità, e un lessico (a tratti delirante) che smonta – deliberatamente, magistralmente – la maestria di chi si arrende al linguaggio di questo mondo (ortografia, morfologia, sintassi…).

*

La Pizarnik e la Bordelois si incontrano a Parigi nel 1960. Grazie a una borsa di studio bandita dal governo francese, Ivonne, laureatasi alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Buenos Aires, va a studiare alla Sorbona. Alejandra, dal canto suo, viaggia grazie all’aiuto della famiglia, per il piacere di approcciare una lingua che ama, per poter leggere dal vero i poeti prediletti: Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont. A proposito di questo incontro, fondativo, avvenuto in un modesto ristorante in rue Saint Michel (una zia di Ivonne, che frequentava un gruppo di artisti, tra cui Alejandra, officiò il primo contatto), scrive la Bordelois:

“Restai sorpresa da quella ragazza vestita in modo esageratamente, volutamente scompigliato, che parlava un feroce dialetto e farciva la conversazione di truculente oscenità e deliberate parolacce… Eppure, ebbi la certezza che questa donna, più giovane di me, che mi divertiva quanto mi irritava, ne sapesse più di me… ecco qualcuno che veramente ‘sa’, mi dissi”.

Alejandra la guardava con diffidenza – Ivonne aveva l’aspetto della tipica borghese di Buenos Aires – ma tra loro scoccò presto la scintilla. Si scambiarono i reciproci indirizzi, cominciarono a farsi visita.

Ivonne ritornò a Buenos Aires nel 1963, l’anno a cui risalgono le prime lettere tra le due. Due anni dopo, anche la Pizarnik rientrò in Argentina: insieme, cominciarono a tradurre le poesie di Yves Bonnefoy in spagnolo, scrissero un reportage intorno a Jorge Luis Borges. Se c’è qualcosa di sorprendente nell’epistolario è l’entusiasmo, la vitalità, l’intensità della Pizarnik, “una donna fatta per le caverne e le catacombe”, che non smette mai di supportare l’amica, di immaginare progetti comuni (alcuni decisamente folli), cercando i mezzi opportuni per portarli a compimento.

Il 15 dicembre del 1963 scrive dalla Francia:

“Non so se sai chi è Bruno Schulz. Una sorta di secondo Kafka, ora assai celebra a Parigi. Morì in un campo di concentramento e ha scritto molti racconti strani, originali, affascinanti. Ti propongo questo: traducilo e proponilo a ‘Sur’… Inoltre, lo arricchirò con un articolo (possiamo farlo insieme), pieno di dettagli. La cosa vale la pena, si tratta di letteratura di alta qualità, e ‘Sur’ potrebbe proporre per la prima volta, in Argentina, uno scrittore che, secondo me, diventerà presto noto come Kafka…

Scrivi poesie. Credo molto nelle tue poesie. Te lo dico con l’unica sicurezza che c’è nel mio regno diffidente: so qual è il luogo della poesia”.

Pizarnik ricorda, inoltre – nel tono si percepisce una certa urgenza – che Julio Cortázar – con cui intrattiene una stretta amicizia a Parigi – attende un testo di Ivonne su Rayuela: sarebbe stato pubblicato sulla rivista “Signals”. Prima di salutarla aggiunge:

“Dammi qualcosa di pubblicabile. Quella bellissima poesia sull’alba* che mi hai letto in un bar, ad esempio. Sarebbe per una rivista del Venezuela. (Pagano bene – dice il poeta raffinato).

*Due uscite dal tunnel:
In una, i lupi.
Nell’altra, la luna.
(Voglio perdere la vita/ Prima che arrivi l’alba e mi scopra equivoca)”.

Nel 1968, si separarono. La Bordelois vince una borsa di studio per un dottorato di ricerca al MIT, in Massachusetts, un’esperienza – parole sue – che l’avrebbe portata a scoprire “il lato violento e vero della vita”. La Pizarnik, a Buenos Aires, attende notizie dal Guggenheim. L’incertezza di Ivonne dovuta a una scelta che comporta partire verso “un Paese che attenta misteriosamente e direttamente alla sostanza dell’anima” e l’ansia quasi paranoica di Alejandra per un possibile trasferimento a New York, un luogo lontano dai suoi più intimi interessi (“Quanto sento caotica e recidiva nel recidere la città di niuiork”, scrive), delineano, nella seconda porzione del carteggio, che comincia nel ’68 e prosegue fino a poco prima della morte della Pizarnik, un intreccio di paure, dubbi, contraddizioni. L’umorismo e i giochi verbali, nonostante tutto, non vacillano.

“Ti scrivo circondata dal mio amico del mattino – scrive la Bordelois, in una lettera inviata poco dopo il suo arrivo a Cambridge –: Julieta, la bambola di pezza che ho rubato in un negozio vicino al mare (in questo paese dove tutti ti intimano di consumare è invincibile la tentazione di rubare…)”. E la Pizarnik: “Mi trafigge la stranezza: non voglio partire né viaggiare né spostarmi da casa. Allo stesso tempo, voglio stare a Parigi per sempre. Visto che non è possibile, penso che dobbiamo viaggiare anche solo per affinare il nostro pensiero, che finisce per arrugginire in questa maledetta e tenera città de merdre”.

La ricorrente frequenza di francesismi pare una nota di complicità, il continuo ritorno a un tempo fausto e al contempo distante.

*

Il 19 maggio del 1969 Alejandra scrive tra pena e colpa. Attraversa New York come un turbine, non riesce a comunicare con Ivonne, eppure desidera tremendamente vederla.

“Città feroce e morta al tempo stesso – sapevo – dalla figlia della voce – che se fossi rimasta ancora sarei stata costretta a imparare di nuovo il mio nome”.

Da New York vola a Parigi, ma anche lì è preda di un soggiorno frettoloso, infruttuoso – poi, il ritorno a Buenos Aires.

Ivonne va a Parigi mesi dopo per curare – così scrive – le incessanti vertigini di Cambridge.

Nelle lettere che seguono, le due si scambiano impressioni, notizie che le segnano. Oltre a un certo disincanto (la Bordelois scrive che Parigi ha iniziato a velarsi con maschere che la terrorizzano; la Pizarnik parla di una incipiente americanizzazione che la fa inorridire), c’è l’effetto legato all’affetto del ritorno in un luogo amato. Così Ivonne:

“Dopo gli States, Parigi sembra una piacevole villeggiatura in provincia, vecchia, pallida e assai amata, a cui è impossibile tornare – come se fosse un’immagine della nostra infanzia”.

E Alejandra:

“È così. L’unico periodo della mia vita in cui ho conosciuto felicità e pienezza è stato in quei quattro anni a Parigi, per questo mi è chiaro quando scrivi: ‘mi ha colpita dritto all’anima, come direbbe César Vallejo’”.

Nella trama finale, l’epistolario si riempie di acuti rimpianti, le allusioni verbali di ordine metafisico si fanno più seriose, come se l’architettura fosse orchestrata per esplodere. L’ultima lettera di Alejandra, datata 5 luglio 1972, è commovente, premonitrice, forse. La Pizarnik muore quello stesso anno, il 25 settembre – overdose di Seconal.

“Qualcosa di potentemente drammatico anima questo dialogo”, scrive oggi la Bordelois. “Un dialogo che comincia con giochi linguistici e progetti promettenti (a tratti, riusciti), per poi penetrare nell’atmosfera cupa degli anni Settanta. La livida valanga della storia politica che adombra l’America Latina in quel decennio, sommata alla guerra in Vietnam, lacera i giorni, minaccia lo spazio dell’avventura poetica fino ad allora condivisa insieme. La cosa più rilevate del carteggio, tuttavia, è l’autenticità con cui Alejandra sviluppa gli aspetti più conturbanti e contraddittori della sua personalità e della sua vita; dallo sguardo con cui con premura ammira gli altri – una prestanza letteraria sempre attiva e vigile – all’esibizione spontanea dell’immagine della sofferente, di colei che chiede perdono per i propri capricci, per le proprie richieste infantili, in quelle lettere piene di Io, Io, un Io che si sbriciola quando l’amicizia ascende alla passione – perché amare infinitamente, in fondo, è orribile”.

María Soledad Pereira

*In origine, questo articolo è stato pubblicato come “Bordelois y Pizarnik, amigas entrañables” sulla rivista “Letras Libres”

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