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“A scrivere in segreto un’immaginazione sterminata, che si sovrapponeva al diurno e al notturno”. Dialogo intorno a Piero Scanziani

Piero Scanziani è una specie di Nadir, il punto opposto allo Zenit, il culmine dell’ombra. Nato a Chiasso nel 1908, ha studiato a Milano, ha soggiornato a Roma, all’Ismeo – la creatura di Giuseppe Tucci –, alternando la vita in Svizzera al lavoro giornalistico, romano. Intorno a lui gravitano i grandi personaggi dell’epoca: Indro Montanelli – che Scanziani ha ospitato, a Berna, durante la Seconda guerra –, Elémire Zolla, Cristina Campo, Prezzolini, Geno Pampaloni, Massimo Scaligero, Sem Benelli… Conobbe Jorge Luis Borges, di cui ammirava l’opera, fu discepolo di Sri Aurobindo, di cui scrisse una densa biografia, e amico di Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, il quale, tormentato dal talento di Scanziani, costituì un comitato perché gli fosse assegnato il Nobel per la letteratura. Eppure, al netto dei riconoscimenti – qualche laurea in onore, il Premio Schiller, soprattutto, andato, tra gli altri, a Friedrich Dürrenmatt, Max Frisch, Philippe Jaccottet – Scanziani è rimasto in ombra, all’altro lato del mondo letterario, e i suoi libri – pur di larga diffusione – sono rimasti – ostinata dedizione all’artigianato editoriale – nel catalogo di Elvetica Edizioni: libri ‘di culto’, certo, ma per pochi, per affascinati cercatori, per vagabondi del verbo. Scanziani era un inquieto, va detto. Un mistico. Praticava una “letteratura della ricerca” – secondo la didascalia di Gianni Nicoletti – che chiede lettori in grandi di perdere tutto, di mettersi in crisi, di non attendersi il confetto narrativo ma un bolide pieno di spine, di trafitture. Credo che Entronauti sia il libro ‘naturale’, esemplare di Scanziani: esito di lunghi viaggi e di clamorosi smarrimenti, tra India, Stati Uniti, Athos, a mordere le caviglie di Dio, a coglierne almeno un bagliore. Il libro centrale, però, fu Avventura dell’uomo (ora proposto, con genio, da Utopia, che si appresta a pubblicare anche altre opere di Scanziani): nato come lungo servizio per il settimanale milanese “Tempo”, nel 1957, fu un tale successo (“Al principio la normale tiratura di Tempo era di 400mila copie, alla fine superava il mezzo milione”, ricorda Giovanni Pischedda) che ‘costrinse’ Scanziani a darsi, totalmente, alla letteratura. “Dal tempo di Campanella, non fu mai scritto un tale elogio dell’uomo”: l’ha detto così Prezzolini. In effetti, come sempre, con caino accanimento, Scanziani, un po’ Pascal un po’ Chisciotte, pronto a credere a tutti i miracoli, scettico per eccesso di ingenuità (“Il pensiero comune ha un comportamento meccanico: dalla realtà incandescente e multiforme esso estrae macchinalmente delle piccole sintesi, che poi lega assieme con i fili della logica. Tali sintesi sono i concetti, ossia astrazioni, piccole di realtà, pillole grigie, dure, raggrinzite”), si getta nella domanda capitale, “Qual è il limite dell’uomo?”. Quest’uomo (perché la letteratura non crea forme gradevoli e gradite: forgia anime, corpi), Scanziani, ha avuto l’ardore di penetrare l’indicibile, di verificare la morte, di contare i denti a Cerbero, enumerando gli altri mondi. Così, sono tornato da Magì Scanziani, autentica promotrice dell’opera del marito, morto a Mendrisio nel 2003. In alcune fotografie Piero Scanziani sorride, senza compiacimento; sembra il pastore stellare, che porta le costellazioni in transumanza: tutto ai suoi occhi è stupefacente. (d.b.)   

Cominciare la pubblicazione delle opere di Scanziani da “Avventura dell’uomo”: come mai?

È una scelta editoriale e quindi bisognerebbe rivolgere la domanda all’editore. Posso azzardare qualche ipotesi: Avventura dell’uomo è indubbiamente la prima opera di Piero che riscosse un successo stupefacente. Apparve in 20 puntate su Tempo illustrato nel 1957 e portò i lettori della rivista da 400.000 a 500.000: ebbe quindi un milione di lettori, suscitando migliaia di lettere all’Autore che divennero in parte oggetto di pubblicazione con il titolo Gli interrogativi di Avventura dell’uomo. Le persone che hanno letto la sua opera si dividono tra gli appassionati di Avventura dell’uomo e quelli di Entronauti: attraverso una di queste due opere il lettore viene ammaliato dall’Autore e va a cercare tutti gli altri libri.

Mi racconti, in tre aggettivi, la natura intellettuale di Scanziani. E mi dica, se può, un episodio che lo esemplifica. 

Tre aggettivi sono troppo pochi per qualunque persona: figuriamoci per un uomo “oceanico” come lui! Di primo acchito mi vengono: intelligente, creativo, dedito. L’intelligente è però spesso curioso, il creativo, libero, il dedito a qualcosa, umile. È stato sicuramente l’uomo più intelligente e profondo che io abbia conosciuto, animato da molte passioni che approfondiva con una serietà sconcertante, leggendo tutto ciò che era stato pubblicato sui vari argomenti in ogni lingua possibile. Non gli bastava essere uno scrittore straordinario che lavorava sulla pagina giorni e giorni con una scrupolosità da poeta, era un naturalista esimio: uno dei pochi in Europa ad aver creato una razza canina: il mastino napoletano, e i cani, insieme a due gatti venuti dal bosco facevano parte essenziale della nostra famiglia. Amava i pesci esotici e quando lo conobbi, aveva in casa nove acquari con esemplari rarissimi che gli procurava un suo amico a Bologna, accomunato dalla stessa passione; amava i canarini cantori e uno, nella sua minuscola gabbia, lo allietava con i suoi canti mentre scriveva. Aveva coltivato le mandragore che gli erano giunte dal Monte Pellegrino a Palermo attraverso il direttore dell’orto botanico. A un certo punto s’innamorò di alcune piante grasse straordinarie: i lithops. Oltre aver letto tutto il possibile su di loro, se ne fece spedire esemplari particolari da tutto il mondo, così la nostra casa si trasformò in una serra. Vivere con lui non era sicuramente noioso, però bisognava rispettare scrupolosamente le zone di silenzio che quotidianamente dedicava alla ricerca e alla scrittura: dalle 5/6 del mattino sino a mezzogiorno, talvolta con prolungamenti pomeridiani. La sua capacità di dedizione era unica e intoccabile.

Mi pare che Scanziani non abbia ricevuto ancora il giusto riconoscimento letterario, nonostante il talento granitico: se ne è data una spiegazione?

Piero che, se apriva la bocca affascinava il pubblico che lo ascoltava, era sostanzialmente un timido, quindi si tenne fuori dai giri che contano, come un monaco che chiuso nella sua stanza persegue solo l’ideale della ricerca interiore e della perfezione letteraria. Lo stesso grande critico letterario Geno Pampaloni si rammaricava di averlo incontrato tardivamente e di non aver potuto contribuire alla scoperta del suo talento. Era anche un uomo che la penuria finanziaria costringeva a lavorare intensamente, come giornalista e a volte come “canettiere” per guadagnarsi la vita e solo il tempo restante, strappato al sonno e al riposo, poteva essere dedicato alla letteratura. Indro Montanelli, che era un suo grande amico e avrebbe potuto aiutarlo, disse a me che era stato cretino (in realtà disse un’altra parola che non ripeto) a non rivolgersi a lui nel momento giusto, ma Piero era così: per dignità e timidezza non cercava i potenti ed essi ovviamente non cercavano lui.

Mi affascina di Scanziani la curiosità inesausta, il vagabondaggio tra civiltà perdute, monasteri, maestri, come se lo scrittore volesse capire la natura di Dio, in modo sorridente e ostinato. Da cosa era animata questa sua ricerca?

Da ragazzo in collegio aveva ricevuto un libro del De Marchi, L’età preziosa dove l’Autore consigliava agli adolescenti di segnare in una specie di quaderno gli argomenti che stavano a loro più a cuore e di collocare sotto ogni argomento i brani incontrati durante le loro letture. Piero Scanziani sedicenne prepara i suoi quadernetti e come argomenti sceglie: Anima, Amore, Dio. Da allora rimangono questi gli argomenti oggetto della sua ricerca. Quanto al rapporto con Dio, era un uomo che si era fatto da sé, nel senso che non aveva avuto un’educazione religiosa in una famiglia che s’era disfatta quando egli aveva appena quattro anni. L’adolescenza trascorsa nei collegi tenuti dai religiosi non l’aveva aiutato a trovare Dio, anzi in lui si era radicata una specie di rancore verso la religione, suscitato dai pessimi esempi incontrati. Tuttavia la sua curiosità era sempre viva, il suo scoprire la vita, così fervida di mistero anche nelle creature animali e vegetali, e il suo desiderio di indagare il senso di ogni esistenza che non poteva esaurirsi nell’orrore della morte, lo spingevano a cercare dappertutto e indagare sotto ogni aspetto l’anelito dell’uomo verso il divino in qualunque parte del mondo e in ogni religione. Poi nel 1939 vi fu l’incontro con Sri Aurobindo, mistico, poeta e grande pensatore indiano ed egli gli spalancò la strada della spiritualità autentica, paradossalmente riavvicinandolo al cristianesimo e alla propria tradizione.

Mircea Eliade apprezzava molto l’opera di Scanziani. Che rapporti ha avuto Scanziani con i protagonisti del proprio tempo e come era entrato in contatto con Eliade?

Tra le tumultuose e un po’ disordinate letture dell’adolescenza vi fu Un uomo finito di Papini. In quei medesimi anni, in Romania, un suo coetaneo, il giovane Mircea Eliade leggeva anche lui, con lo stesso entusiamo, le medesime pagine papiniane. S’incontrarono più di mezzo secolo dopo tramite un amico comune, il critico letterario Vittorio Vettori e subito nacque un’amicizia e una stima reciproche. La lettura dei libri di Piero entusiasmò Eliade al punto, che egli, così schivo, si mise a capo di un comitato che per due anni di seguito candidò Piero al Premio Nobel per la letteratura. Con i protagonisti del proprio tempo ebbe rapporti innumerevoli: in particolare fu molto amico del filosofo e cercatore Massimo Scaligero e del drammaturgo Edoardo Anton, figlio del celebre drammaturgo Luigi Antonelli che contese a Pirandello il dominio della scena letteraria dei primi del ’900; fu amico di Elémire Zolla e di Indro Montanelli che stette ospite un mese a casa sua a Berna durante la Seconda guerra mondiale; ebbe un rapporto cordiale con Giorgio Albertazzi che s’interessava a interpretare l’unico dramma di Scanziani, Alessandro, sugli ultimi giorni di vita di Alessandro il Grande; conobbe, tramite Vettori, e ammirò Jorge Luis Borges, non incontrò mai invece Hermann Hesse, di cui ammirava grandemente l’opera. Conobbe praticamente tutti gli scrittori della Svizzera italiana e fu molto amico del poeta Grytzko Mascioni e in cordiali rapporti con Francesco Chiesa. Negli ultimi anni strinse amicizia con lo scrittore Franco Enna che veniva regolarmente a casa per scambiare esperienze letterarie e di vita. Quando Prezzolini si trasferì a Lugano, andava spesso a trovarlo e facevano lunghe chiacchierate.

Cosa direbbe Scanziani del nostro tempo, afflitto dal contagio?

Non so immaginarlo. Piero ragazzo a Milano aveva incontrato l’epidemia di spagnola ed erano impresse nella sua memoria le casse da morto che venivano parcheggiate all’interno di molti portoni in attesa delle vittime del contagio. Visse quell’esperienza con la leggerezza del ragazzo, forse come i nostri oggi vivono il COVID. Conoscendo il suo temperamento penso che avrebbe cercato una maniera per ricavare dall’esperienza un insegnamento interiore che aiutasse a individuarne gli aspetti positivi al di là delle sofferenze e pene che la malattia ha comportato e comporta: per esempio, una maggiore attenzione per le cose essenziali a discapito del nostro eccessivo disperderci in futilità e nell’effimero.

Mi dica qual è per lei il libro più importante di Scanziani, ricalchi una frase esemplare per i nostri lettori. 

Ciascun lettore di Scanziani ha un suo libro preferito che gli ha toccato il cuore. Per me è stato Entronauti che ha cambiato l’esistenza mia e di molti. Se però dobbiamo pensare al valore letterario, certo Libro bianco è il capolavoro di Piero e penso, da studiosa di letteratura, uno dei libri più importanti della letteratura europea contemporanea. Il romanzo che è dedicato alla propria madre e si sviluppa nel segno della Madre divina, narra di un al di là, dove il protagostia si ritrova suo malgrado, assassinato dal rivale in amore, e dove la sua storia s’intreccia con la ricostruzione fantastica della storia di Adamo ed Eva, nostri progenitori, processati per ciò che ci hanno causato e alla fine assolti. L’edizione definitiva di Libro bianco si concludeva con un testo di Piero Scanziani in cui egli spiegava come era giunto a tale ideazione straordinaria. Era rivolto al suo amico e critico Vittorio Vettori che aveva scritto un’introduzione all’opera e terminava così: “Adesso, mentre ormai Libro bianco sta per riapparire per tua cura in edizione definitiva, ho inaspettata notizia d’un poeta medievale tedesco, Konrad von Würzburg, che ha risolto il suo Finimondo con un gesto: Maria indica a Dio il proprio grembo e ciò basta per la salvezza di ciascuno e di tutti. Credimi, caro Vittorio, l’età del ferro termina fra queste sue ultime convulsioni, albeggia l’oro, nuovo Medio Evo. Sempre con un gesto la donna salva l’universo”.

***

Terza lettera a Vittorio

Caro Vittorio, quale istigazione m’ha mosso a ritroso verso Adamo? Da ragazzo, una curiosaggine fanciullesca; nell’adolescenza, la cupidità indiscreta d’assistere agli amori di Eva; in gioventù, il gusto di scavar segreti e la certezza che in Adamo vi sono tutti gli arcani dell’uomo; da adulto, lo stimolo a investigare quanto si è scritto, dipinto, scolpito, musicato su Adamo e la speranza di concordare le discordie.

Finché, nell’estate del 1952, a Taormina, fui colto dall’idea balenante di vivere, narrandole, le vicende della prima coppia umana. Mi parve l’unico modo di conoscere Eva, Adamo, le nudità dei loro corpi, delle loro anime.

Hai notato quanto poco sappiamo di chi ci ha messo al mondo? Anche dopo la morte di nostro padre, di nostra madre, la pietà non basta con l’affetto a farceli davvero conoscere; dei nonni si sa poco, salvo le date; degli avi quasi niente; più in su la caligine. Invece posso raggiungere Eva e Adamo con la fantasia.

La fantasia è volatile e creativa (mi dicevo a Taormina) e sovrasta la terrestrità, densa e diurna. Dall’immaginazione ci viene ogni opera dell’uomo, ogni arte, ogni sapere e perfino ogni oggetto. Se non lo immagini, come lo fabbrichi?

Senza fantasia saremmo privi di passato e di futuro: il ricordo è fantasia, è fantasia il progetto. Dall’immaginazione deriva il moto dei pensieri e dei sentimenti, le ragioni di vita, le speranze. Dunque (mi dicevo) essa può condurmi a Adamo.

Quale Adamo mi proponeva la fantasia? Il mio preferito, l’Adamo di Dürer al Prado, accanto alla sua Eva leggiadra, più stupita, più candida dell’Eva di Michelangelo, d’alta bellezza al cogliere del pomo, poi pietosa nel Giudizio universale, a fissare materna dalla volta della Sistina lo stuolo delle genti uscite dal suo grembo.

Così, tornato nell’autunno del 1952 da Taormina a Roma, tornato dal Teatro greco a Valle Giulia, tornato a guadagnarmi la vita un po’ con gli articoli per i rotocalchi e un po’ con le angustie e i guai del canattiere, tornato fra i molossi, mi trovai impegnato a scrivere in segreto un’immaginazione sterminata, che si sovrapponeva al diurno e al notturno, li cancellava, mi sottraeva per anni e anni alle cure abituali, agli abituali affetti.

Pareva una follia e lo era, sovrattutto per chi, come me, ha la pagina difficile, distillata con pena, travagliata. Eppure tale pena mi consentiva di varcarmi e così mi quietava e m’addolciva.

Per una dozzina d’anni vissi con Eva, Adamo, i loro figli, li conobbi, li portai sino al Finimondo e il gran libro fu tutto aperto e m’apparve bianco, innocente. E il giudizio finale, le assolutorie, le condanne?

Al tempo in cui, con Leo Felix, Laura, Fiammetta e gli altri, m’ero rintanato a Orvieto (nell’inverno del 1951), m’accadeva spesso d’entrare nel Duomo e pormi davanti al Giudizio universale di Luca Signorelli, montanaro rude, pittore sbalorditivo. Nella sua fantasia egli aveva veduto il Finimondo e l’aveva ritratto: torrenti d’umanità in piena, fuggente, disperata sotto i getti di fuoco obliqui dal cielo di braci. S’intrecciano i corpi di stupefacente esattezza, s’accavallano. Era la fantasia del Quattrocento.

Nel Ventesimo, noi abbiamo vissuto quel che Luca immaginava, l’abbiamo vissuto a Coventry, Berlino, Napoli, Hiroshima, ancora e ancora. Abbiamo vissuto i medesimi strazi dei fuggiaschi spinti verso gli antri dai velivoli orrendi e urlanti, diabolici; il groviglio delle membra, gli scorci dei crolli monumentali, le violenze, gli spaventi, gli orrori, e da per tutto donne e donne.

Luca Signorelli ebbe in odio le figlie di Eva, ebbe gusto nel dannarle, nel porle nude e indifese fra gli artigli dei satanassi che le agguantano, le stringono, le graffiano, le mordono, ne godono. Luca Signorelli da Cortona precursore del marquis debauché?

Nel silenzio del Duomo d’Orvieto, spopolato in quelle ore del mezzogiorno, guardavo sugli affreschi le donne del Quattrocento, tanto somiglianti alle nostre. Le riconoscevo, brune e bionde, giovani e belle, la scriminatura centrale, le braccia a difesa, le mani giunte, le teste riverse, i profili impauriti, gli occhi in lacrime, le bocche che baciarono, i fianchi che portarono i figli, i seni che li nutrirono.

Dannate? Le conoscevo tutte, tutte le avevo amate, madri e sorelle, figlie, compagne e complici, eppure tanto innocenti, dolci figlie di Eva, coraggiose sotto il peso della femminilità, tutte chiamate all’amore, sorridenti nell’offerta, poi calpestate.

Dannate no, certo no. Ognuna di loro ha avuto la sua parte nel sacrificio cosmico, a cominciare da Eva e l’Eva della Sistina guarda impietosita alla sua stirpe.

Adesso, tanti anni dopo l’inverno d’Orvieto, dopo le crudeltà del Signorelli, mentre ormai Libro bianco sta per riapparire per tua cura in edizione definitiva, ho inaspettata notizia d’un poeta medievale tedesco, Konrad von Würzburg, che ha risolto il suo Finimondo con un gesto: Maria indica a Dio il proprio grembo e ciò basta per la salvezza di ciascuno e di tutti.

Credimi, caro Vittorio, l’età del ferro termina fra queste sue ultime convulsioni, albeggia l’oro, nuovo Medio Evo. Sempre con un gesto la donna salva l’universo.

Ti abbraccia, grato, il tuo

Piero Scanziani

Morbio, 3 settembre 1979

*La Prima lettera a Vittorio è stata pubblicata in appendice a La chiave del mondo e la Seconda lettera a Vittorio in appendice a Felix.

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