30 Novembre 2021

"Non fai mai niente di personale" gli dicono. Sorrentino risponde con "È stata la mano di Dio"

«Non ti disunire» intima il regista e mentore Antonio Capuano al giovane Fabio/Paolo e allora Sorrentino si riunisce, torna a girare a Napoli (cosa che non accadeva dai tempi del suo primo film L’uomo in più) perché «le radici sono importanti» come dice la Santa ne La grande bellezza, e fa il suo film più intimo e personale raccontando di quando, a metà degli anni ’80, a 17 anni, vi sono due avvenimenti paralleli che sconvolgono la sua vita: la morte dei genitori e l’arrivo al Napoli di Diego Armando Maradona.

Un’opera, come detto nella conferenza stampa del Festival di Venezia, nata anche per via di una provocazione di un suo amico che lo accusava di non fare mai niente di veramente personale e dal fatto di sentirsi pronto, arrivato all’età di cinquant’anni, a mettere in scena e ad affrontare il fatto tragico della morte dei suoi genitori.

Ecco allora che Sorrentino mette da parte la sua ossessione per il potere (Il divo, Loro, The Young e The New Pope) mostrandoci un “Young Paolo” (che qui si chiama Fabio -“Fabietto”- Schisa ed è interpretato da Filippo Scotti) timido, con un eloquio colto dato dai suoi studi classici, alle prese con i primi sentimenti amorosi, ma circondato da una grande solitudine: «Io non ho amici» dice a suo padre (Toni Servillo). Le sue relazioni sociali sono infatti tutte legate all’ambito familiare, dai genitori passando per il fratello maggiore fino alla zia “matta” Patrizia (Luisa Ranieri) con cui ha un legame sensuale e profondo: Fabietto sembra l’unico a comprenderla e la zia sembra l’unica a comprendere lui.

Per questo dopo la morte dei suoi Fabietto rimane sempre più solo, in una maniera impensabile e allora… come uscirne? Come andare avanti? Sembra trovare la risposta nel cinema, visto come un rifugio, un sogno, una fuga verso la salvezza non solo per lui, ma anche per altri personaggi (dal fratello che viene scartato a un provino per Fellini, alla vicina di casa sudtirolese indotta con l’inganno a credere che Zeffirelli l’abbia scritturata per la parte da protagonista nel suo film). E di riferimenti al cinema l’opera ne è tappezzata: dal VHS di C’era una volta in America di Sergio Leone, a un Fellini presente a Napoli, ma che non viene mai mostrato, fino all’incontro con Capuano che sfrutta la città come vero e proprio set e invita Fabio a non andare a Roma perché è impossibile che a Napoli non trovi ispirazione per raccontare qualcosa.

Sorrentino realizza un film che è un romanzo di formazione, usando uno stile molto semplice rinunciando a quel manierismo di cui spesso la critica lo ha accusato: «Questo è un film in cui dovevo aspettare. Aspettare che gli attori e la città mi restituissero i sentimenti e i ricordi che avevo da ragazzino. Per questa ragione qui la macchina riceve e, dunque, se ne sta ferma. Tutto qui. Provo piacere sia quando la macchina è ferma, sia quando è in movimento. Tutto dipende dal film che si ha dinnanzi.[1]». Così, attraverso i ricordi del regista, noi apprendiamo il motivo per la devozione nei confronti di Maradona («È stata la mano di Dio a salvarti» gli dice un suo zio quando apprende che non era con i genitori per andare a vedere Maradona giocare), l’amore per Napoli e i suoi fantasmi come il “monaciello” (il monaco bambino spirito sia benefico che dispettoso) che, non casualmente, vedono solo Patrizia e Fabio a testimonianza del loro legame. E poi c’è un’immagine mancante, un qualcosa che Fabietto, che per tutto il film osserva la sua famiglia e la città con il suo walkman nelle orecchie, non ha potuto vedere o meglio, come griderà: «Non me li hanno fatti vedere», ma è proprio da questo vuoto, da questa visione negata che scocca la scintilla per far nascere il regista che è in lui.

 

È stata la mano di Dio, in sala dal 24 novembre e dal 15 dicembre su Netflix, film vincitore del Leone d’Argento e del Premio Mastroianni al protagonista Filippo Scotti alla Mostra del Cinema di Venezia, è un ritorno alle origini e in questo suo riunirsi Sorrentino sembra chiudere un cerchio cominciato vent’anni prima, dove ora lo porterà il suo cinema non è dato sapersi, nel frattempo un pensiero a un secondo Oscar non è da escludere.

Paolo Utili

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*1 – GIONA A. NAZZARO, Non ti disunire, in «Film TV», 47 (2021), p. 9

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