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“Visse sorridendo, persin negli odii, e ora possiamo dire che morì sorridendo, rendendoci però tutti più tristi. Confermando Totò”. Sia lode ora a Paolo Isotta

Ogni volta che ho aperto un libro di Paolo Isotta, sono stato grato al Cielo per la quantità di risorse che dalla pagina passavano nel mio cervello. Sicché quando, pur diffidentissimo, apersi Verdi a Parigi (Marsilio), il libro che egli dedica al musicista e alla cultura francese, ma che poi è un vero e proprio trattato verdiano, ero quasi certo che avrei cambiato idea sul compositore di Busseto, o almeno avrei corretto la mia insofferenza. Forse sono io che non capisco, forse mi sfugge qualcosa, o più verosimilmente sono troppo impregnato – anche se vivaddio! – di Germania, Austria e Russia per aggirarmi a mio agio tra gobbi rancorosi, zingari assassini, cavalieri litigiosi. Ammiro troppo le profondità armoniche di Wagner per contentarmi del fracasso insignificante e disturbante dell’orchestra verdiana. Isotta, mi dicevo, riuscirà se non a convertirmi (la mia fede nel Gral e nel Walhalla è incrollabile) almeno ad aprirmi orizzonti occlusi alla mia vista. Macché!

È ammirevole la conosceza che Isotta ha di Verdi e questo libro è senz’altro uno dei migliori mai usciti in Italia e non solo, da sempre, su quel musicista; e Isotta è uno di quei pochi, pochissimi scrittori con cui si può anche e talora si deve essere in disaccordo su ogni singola virgola, ma impossibile da ignorare. Eppure Verdi a Parigi è un libro che non mi persuade affatto e non perché Isotta lo abbia sbagliato, come può capitare anche agli scrittori più seri, ma proprio perché su Verdi. La sua musica, come direbbe Buscaroli, potrà pur essere a tratti bella, ma non è mai intelligente. Inoltre egli ha polverizzato il magnifico retaggio del teatro musicale italiano lasciatoci in eredità dal Settecento, da Rossini, da Bellini e persino dal troppo e stupidamente vituperato Donizetti, e ha dato al contempo vita a un’arte grossolana, stancante per la sua ripetitività di stilemi nati già banali, per la ricerca di effetti malriusciti e goffi. Persino Ponchielli riesce a far meglio. Verdi fu un prodotto politico del Risorgimento e un affarista esente da scrupoli: ci si legga ad esempio Introduzione a Verdi di Giuseppe Rausa e Verdi businessman di Paolo Panico: ma basta anche soltanto la stessa biografia verdiana.

Definirlo «pop», come pure qualche critico s’azzarda non avendo il coraggio di osare oltre, è fin troppo generoso: c’è musica pop assai più intelligente della sua e che per soprammercato non avanza pretese e non ha stuoli di ammiratori ciechi.

Che Verdi sia il compositore più eseguito nei teatri d’opera, con in testa La traviata, dato che molti oppongono a chi ne ridimensioni la statura, è un’obbiezione scadente. Adoperando l’opposto di questo preteso criterio dovremmo dire che Anton Bruckner è un incapace, e così Ravel o Glinka, per non parlare del neglettissimo (persino da Bortolotto, che conosceva anche l’ultimo compositore della Kamchatka o del Molise) Vittorio Gnecchi. È anzi la sua eccessiva popolarità, e in particolare di alcuni titoli, a doverci mettere sull’avviso di trovarci davanti a un musicista oltremodo ruffiano, che è poi il modo corretto di dire pop.

Vi sono indubbiamente pagine estremamente gradevoli, penso ad alcuni momenti dell’Otello, di Rigoletto, del Simon Boccanegra e di certo dell’Aida (posto però di trovar direttori che sappiano tener a bada la lavastoviglie orchestrale), ma nulla di più. La musica verdiana è come le zanzare, sta in superficie e può restare molesta perché non si capisce la funzione estetica, al massimo quella etico-storica, di certi momenti di eccesso retorico, di silenzi che vorrebbero essere di sospensione psicologica e invece paion tanto afasia o ammiccamenti, di cannoneggiamenti addosso al pubblico, per non parlare delle lungagnate di Gilda o di Desdemona.

Verdi era un paesano furbo e ben consigliato per spingersi oltre quel modo di fare musica, e se pure lo avesse desiderato, non ne avrebbe avuto le capacità. Quando si decide, già stravecchio, a tentare il salto di qualità, come dichiara qualcuno, e dà vita a Otello e Falstaff, il risultato sarà molto rumore per nulla. Eppoi si sa, odiava tutti gli altri musicista, anche in ciò opposto a un Wagner, il quale nelle sue distanze e idiosincrasie sapeva riconoscere anche pubblicamente l’altezza di predecessori e contemporanei.

Giacomo Puccini – che al contrario di quanto si seguita ostinatamente ad affermare non lo amava: il viaggio a piedi da Lucca a Pisa per andare ad ascoltare Aida è un falso – non fu meno ruffiano di Verdi, ma lo fu con somma intelligenza e umiltà. Egli infatti riuscì a fondere con alata maestria la grande tradizione belcantistica e “popolare” italiana, con la lezione imprescindibile e robusta di Germania e d’Austria. Tanto per dirne solo un paio: Turandot è un’opera espressionista, un’Electra italiana, e La fanciulla del West è per direttori d’orchestra, con ciò significando che non basta battere la solfa o lasciar libero sfogo ai cantanti, e la musica c’è: anzi, se la si tratta così il disastro è garantito. In parentesi: non è affatto un caso che la miglior incisione dell’opera del 1910 sia di Zubin Mehta, con Domingo e la Neblett, da cui emerge tutta l’abilità di un concertatore capace di andar oltre il triangolo amoroso.

Che Verdi venisse ammirato in periodi patriottici e nazionalisti, ha il suo senso; ora però c’è solo l’abitudine, incrementata e rafforzata dalla sempre minor capacità del pubblico di concentrarsi su materia complessa e profonda. Verdi, in questo, bisogna ammetterlo, fu senz’altro una specie di veggente, perché seppe anticipare i tempi che oggi viviamo da settant’anni. Ma è più corretto dire che egli invece contribuì a modellarli, somministrando una musica che non impegna né l’orecchio, né tanto meno il cervello, ma coinvolge soltanto le emozioni più immediate e passeggere e irretisce le sinapsi in modelli standard e di sconcertante banalità.

Non mi stupisce tuttavia che Paolo Isotta si sia dedicato allo studio di Verdi con tale serietà da costruire un libro in effetto notevole, perché già altri critici prima di lui avevano reso omaggio al compositore con insistenza davvero incredibile. Penso ad esempio a Teodoro Celli, purtroppo dimenticato anche se autore di pagine preclare e soprattutto d’una straordinaria guida al Ring (editori, vi prego, ristampate), che accanto all’ammirazione sconfinata per Verdi nutriva una solenne antipatia per Puccini. Vicinanza, quella di Celli a Verdi, che stupisce ancor di più se si sa il disprezzo per Gustav Mahler, che al pari del bussetano, è uno dei più clamorosi equivoci nella storia della musica.

Isotta non è nuovo a infelici esaltazioni di musicisti, siano compositori o interpreti, da provocare una vertigine di incredulità. Affermare, ad esempio, che Karajan è stato il più grande direttore di tutti i tempi, è accettabile da un orecchiante, non da Isotta, che, bontà sua, aggiunge un «forse».

Analogo fastidio mi suscita l’alto libro d’Isotta, dedicato invece a San Totò (ancora Marsilio), personaggio appena dignitoso in sé e quasi inesistente se collocato davanti ai classici veri dell’arte comica cinematografica, da Chaplin a Keaton, dai fratelli Marx a Ernst Lubitsch. Ma ora con calma.

Da buon figlio di Napoli, Isotta dimostra ancora una volta, e qui al massimo grado, di saper ridere e sorridere. Per quanto non di rado la sua prosa possa apparire eccessiva ed eccessivamente ostentata la sua indubbia cultura (anche se mai ai culmini del suo arcinemico Bortolotto, col quale starà altercando), e per quanto la cultura fine a se stessa possa suscitar persino fastidio, egli aveva il dono della scanzonatura, del trattar anche l’argomento più serio, o ritenuto tale, in quella maniera estranea agli eruditi. Persino La dotta lira (Marsilio), su Ovidio e la musica, reca un’aria di leggiadria pur nelle lardellature di citazioni, ora eccedenti, ora pertinentissime, delle trovate, delle connessioni tra epoche e dominii diversi. C’è sempre un’ironia, anche quando l’amarezza è evidente. E San Totò scoperchia questo gusto di fondo, che mi pare sia una delle cifre principali dello scrittore.

Rispondere alla domanda sul perché egli abbia scelto Totò come oggetto d’un libro, non è così semplice, e non vale certo addurre la comune origine. «Totò», scrive, «è uno dei miti della mia vita e della mia cultura; mi ha constantemente accompagnato sin da quando ero ragazzino, diventando poi un oggetto di riflessione, oltre che di godimento supremo: godimento fisico, godimento intellettuale».

L’idea del titolo è ripresa da una dichiarazione di Federico Fellini, che aveva canonizzato il comico napoletano per «i miracoli che faceva in palcoscenico». Ma Isotta si spinge oltre, perché ricorda che Totò «spesso affermava di ritenersi lieto di aver fatto per mestiere il comico perché la comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile», e domanda: «Che altro fanno, i Santi?».

Tuttavia questa intenzione viene annichilita a mio giudizio da un’altra, ancor più forte, che s’aggancia all’ultima recita, Totò a colori, e che spiega la scelta. Con l’ultimo film l’artista «volle anche ribadire una verità estetica affermata, tra l’altro, da due eccelsi poeti, pur essi napoletani, Tasso e Marino: che la Natura imita l’Arte. Non possiamo che chiudere queste parole con una sentenza delle Metamorphoses (III, 158-159) di Ovidio, origine di quelle barocche: “Simulaverat artem ingenio natura suo”. Ossia: la natura col suo ingegno aveva simulato l’arte. Ch’è una delle insegne del Barocco, stile al quale Totò, come Bernini, appartiene, e stile che incarna. Un Barocco funebre e inquietante, come sovente è, col suo ossessivo culto della Morte». Totò barocco, sarebbe stato titolo meno accattivante e ilare, ma di certo più oculato, ché la canonizzazione dell’attore deve sottomettersi a questa lettura: l’alleggerimento della vita passa bensì attraverso una risata ma anche dalla consolazione che ci “infligge” sora morte.

Se valore c’è in Totò è forse quel sotteso e sempre costante afror di cipresso che aleggia dalle sue (poche) fortunate pellicole: altro che l’intrattenitore di masse. Con San Totò Paolo Isotta chiude il periplo della sua esistenza, e fu una delle consuete beffe del destino, degna d’un film del principe de Curtis, che Isotta abbia deposto le sue spoglie mortali proprio dopo aver licenziato questo libro. Visse sorridendo, persin negli odii, e ora possiamo dire che morì sorridendo, rendendoci però tutti più tristi. Confermando Totò.

Luca Bistolfi

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