18 Gennaio 2022

Considerazioni intorno a “Educazione siberiana”. Ovvero: contro questo Occidente vile e debosciato

Benché il romanzo d’esordio di Nicolai Lilin sia uscito nel lontano 2009 e quindi, secondo i criteri in vigore, sarebbe ormai storia vecchia, ritengo sia opportuno parlarne: certi libri, anche se non sono dei classici stricto sensu, non perdono mai il loro vigore, almeno per qualcuno.

Lessi la prima volta Educazione siberiana nel 2013, quindi già terribilmente “in ritardo”, e ne restai sconcertato. Non che fossi nuovo a certe letture di impatto e men che meno a storie originarie dell’Europa orientale; ma a esclusione di certa letteratura americana, non avevo mai letto nulla di così violento ed etico al tempo stesso.

Per diverse settimane quasi non mi riuscì di pensare ad altro che a Fiume Basso e ai suoi protagonisti: non solo quel mondo e quella morale mi affascinavano, ma mi producevano anche una sorta di entusiasmo. Mi sono sempre sentito piuttosto estraneo a questo porca società, sicché accompagnarmi a quegli uomini e a quelle donne veri e dalla tempra d’acciaio, mi recava conforto. Ritorno ora dopo così tanti anni in Transnistria e per curiosità spigolo un poco in rete per leggere che si dica su Lilin e sul suo romanzo.

Con mia grande sorpresa scopro che, a parte qualche isolatissimo ammiratore, i professionisti e i dilettanti della rete e delle gazzette entro i primi due o tre anni dall’uscita di Educazione siberiana, si sono spesi a smentire punto su punto le vicende narrate. Secondo questi segugi, tra i quali diversi russi, Lilin avrebbe raccontato un mucchio di panzane: gli Urca in pratica non sarebbero mai esistiti; Bender sarebbe una pacifica cittadina quasi morta; e lo stesso Lilin pertanto non avrebbe vissuto nulla di ciò che racconta nel romanzo. La serqua di buggerature non riguarderebbe soltanto Educazione siberiana, ma altrettanto Caduta libera, in cui l’autore riferisce circa la sua esperienza di soldato in Cecenia.

Davanti ai pubblici sbugiardamenti, Lilin ha sempre mantenuto un profilo basso, salvo in alcuni casi in cui, leggo ancora, ha reagito in maniera nervosa dimostrando così di esser stato pizzicato sul vivo.

Io stesso rimasi perplesso, non molto dopo aver letto Educazione siberiana, guardando una fotografia di Lilin col suo amico Mel, uno dei protagonisti del romanzo, in cui apprendiamo che Mel viene ferito a un occhio perdendolo. Nella fotografia, piuttosto chiara, gli occhi del ragazzo paiono essere intatti. Diciamo così che anche io potrei portare una manciata di farina al mulino dei detrattori.

Eppure mi domando: cui prodest? E perché? Molti giornalisti e anche certuni intellettuali vivono di scandali, veri o presunti. È il loro ignobile mestiere. E inoltre poiché sovente non hanno niente di edificante o intelligente da scrivere, se ne vanno a caccia di chi invece, in un modo o nell’altro, è stato costruttivo o creativo. Alla breve: fanno come certe racchie, che sparlano della loro avvenente vicina e, quando possano, la sfregiano con un bicchiere di acido. Ma se anche Lilin ci avesse propinato solo bugie, se avesse stropiato la verità, se nemmanco un rigo dei suoi romanzi e in particolare di Educazione siberiana corrispondesse alla realtà, io me ne sbatterei altamente i cabassisi.

Educazione siberiana non è un capolavoro letterario, e di sicuro sulla forma originale del testo è intervenuto qualche abile editor o amico (basti confrontarlo coi post di Lilin su Facebook; e in ogni caso qualche buco il correttore lo ha preso); sicché se un… cecchino avesse voluto attaccarlo a ragion veduta, avrebbe potuto prendere di mira questo “peccato originale”.

No, i romanzi di Lilin non potranno finire mai nell’antologia di scuola o essere adottati in qualche corso di scrittura creativa (e per fortuna di Lilin, in questo caso). Ma soprattutto Educazione siberiana è un notevole romanzo di formazione, o per meglio dire: un antiromanzo, un controromanzo, che resta in un luogo della mente non ancora corrotto. E quanti lo snobbino o, peggio, si impegnino per ravanare nelle mutande dell’autore alla scoperta di macchie pertugi e scuciture, denunzia non soltanto la sua miseria professionale, ma soprattutto la sua miseria umana.

Al di là dell’invidia per il successo, che sicuramente c’è, dietro gli attacchi a Lilin io vedo un enorme, modernissimo odio, e quindi paura, per tutto ciò che non è questo Occidente ormai debosciato, vile, cacasotto e cacasenno, destituito di ogni etica, fosse pur la criminale; in una parola: democratico. Per l’occidentale medio è intollerabile ascoltare le parole di nonno Kuja o di Raggio, concepire che un ragazzo di dieci anni (da noi si direbbe bambino) possa possedere un coltello. È soprattutto intollerabile accorgersi che esiste una comunità e non dei miseri e isolati individui, e che questa comunità disprezzi lo Stato, gli sbirri, il denaro e, non da ultimo, la morte, che nei nostri ultimi anni in Occidente ha preso nella coscienza delle persone dimensioni davvero inusitate, direi “primitive”.

Ho voluto rileggere Educazione siberiana (insieme a Caduta libera e al Respiro nel buio, che Einaudi meritoriamente ha fuso in un unico volume) per nutrirmi di aria fresca e salubre e dare un po’ di requie ai miei polmoni mentali intossicati dal latrinume democratico e melmoso. I critici e i detrattori di Lilin appartengono in pieno a questo Occidente refluo e inconsistente, e non possono accettare in alcun modo che esista una «educazione siberiana» o qualcosa che le rassomigli. Essa è l’opposto della cultura di cui costoro sono parte costitutiva e che, non da ultimo coi loro cachinni da primi della classe, alimentano con massicce dosi di mangime di infima qualità.

E non è tutto. Se pur ci fosse qualcuno che, pur badando ai contenuti etici del romanzo, ne prendesse le distanze come da qualcosa di irricevibile per la nostra cultura, non si curerà di guardarsi d’attorno e constatare che questa nostra società fiacca e anzi moribonda concentra su di sé una quantità innumere di violenze ben più gravi di quelle siberiane, e per giunta senza il benché minimo straccio etico sotto il culo. I gangster in giacca e cravatta del capitale finanziario, gli speculatori, gli sfruttatori, i lanzichenecchi della classe dominante, i governi corrotti e tutta la serqua di splendori quotidiani che ci riserva il capitale sono senza paragone più gravi e più estesi di ciò che accadeva o sarebbe accaduto in Transnistria.

Vera, falsa o verosimile (più… verosimilmente) la Trilogia siberiana – così come si intitola il tomo cui ho fatto riferimento – è uno specchio davanti a cui ciascun di noi può misurarsi. Non importa molto ciò che faremo in seguito della nostra vita. Importa soltanto la reazione davanti a quei fatti o, se preferite, davanti a quelle storie.

Luca Bistolfi