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“Si apre la storia delle tenebre, ben più vasta di quanto ci immaginiamo”. Leggere “Underground” di Murakami Haruki al tempo della pandemia

La metropolitana è affollata. È quasi il solstizio di primavera, sono le otto del mattino. È lunedì ed è l’ora di punta. Improvvisamente, qualcuno si mette a tossire. Molta gente sembra di colpo raffreddata. Il mattino nell’arteria sotterranea del cuore di Tokyo, sui treni giapponesi, regna il silenzio, nessuno ha molta voglia di parlare.  “Quella volta però a poco a poco sempre più persone hanno cominciato a tossire”. Se non vivessimo, in questo periodo, quotidianamente e dolorosamente, l’incubo del contagio, forse potremmo ricordarci all’improvviso dell’attentato al sarin del 20 marzo 1995 e pensare a quelle oblique e strane somiglianze con gli effetti del sarin. Tosse, difficoltà respiratorie. Sotto gli occhi, unicum nel corpus delle sue opere, Underground (Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore) del celebre scrittore Murakami Haruki. Nel firmamento dei suoi romanzi, questo, insieme a 1q84, mi sembra tra i più mirabili, forse perché è quello autentico, come l’angoscia che esplora. L’opera è storica, in quanto raccoglie le testimonianze delle persone che hanno vissuto la sciagura in prima persona e ne portano, nel cuore e sul corpo, le cicatrici. Nell’attentato persero la vita 13 persone, ma oltre 6200 furono tra i feriti e gli intossicati, molti dei quali sono stati costretti a sopravvivere con gravi conseguenze di salute. Chi ha firmato quell’attentato, Asahara Shōkō, il leader e fondatore della setta Aum Shinrikyō – la “Verità Suprema” –, è stato giustiziato, un paio di anni fa, nel civilissimo Giappone, dove era stato nel braccio della morte per oltre dieci anni. Il leader della setta, in realtà, si chiamava Chizuo Matsumoto e pare che non sia stato fatto fuori prima perché era ancora, nonostante il terribile attentato, assai venerato.

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Ma che cosa è successo quel giorno? Murakami ci invita a immaginarlo. “È il 20 marzo del 1995, un lunedì. Una bella mattina di sole primaverile. Ma il vento è freddo, e la gente che cammina per la strada indossa ancora il cappotto. Ieri era domenica, e domani – l’equinozio – sarà un giorno festivo. Magari potevate fare il ponte, forse avete anche pensato: «E se oggi non andassi al lavoro?» Purtroppo però, per molte ragioni, non potete concedervi questa vacanza. Per questo vi siete svegliati all’ora solita, vi siete lavati, vestiti, e siete andati alla stazione della metropolitana. Poi come sempre avete fatto la fila per salire su uno dei treni e andare in ufficio. Una mattina come tutte le altre, senza nulla di speciale. Un giorno come tanti altri della vostra vita. Ma degli uomini dissimulati tra la folla, con la punta degli ombrelli appositamente affilata, perforano delle sacche di plastica piene di uno strano liquido…”.

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Il terribile attentato al sarin, quindi, tira in ballo il destino di ognuno di noi. I suoi strani ed enigmatici tragitti. E al tempo stesso, richiama la lentezza dei soccorsi nel cuore dell’emergenza, una lentezza che sembra dettata dall’incomprensione umana di fronte a una situazione imprevedibile e alla sua gravità. Izumi Chiyoka, 26 anni, lo ammette chiaramente allo scrittore. “Ho capito subito, alla prima occhiata, che non c’era nessuno in grado di gestire la situazione con calma”. Lei stessa, peraltro, quel mattino, non stava benissimo, non era in forma, ma al lavoro decide di andarci lo stesso. “Il vagone non era molto affollato. I sedili erano tutti occupati, ma in piedi c’erano poche persone. Si poteva vedere tutto lo spazio fino in fondo. Io mi ero messa vicino al posto del manovratore, mi tenevo alla sbarra davanti alla porta. A un certo punto, come le ho appena detto, inspirando l’aria mi sono sentita soffocare. Anzi, non è esattamente questa la sensazione che ho provato. Come dire, improvvisamente il respiro mi si è bloccato, quasi m’avessero sferrato un colpo”. Il sarin è stato sparso alle otto passate, la prima ambulanza è arrivata dopo più di un’ora e mezza. I passanti non si avvicinavano alle persone in difficoltà. Che cosa avremmo fatto noi al loro posto? “L’uomo di guardia al cancello del ministero del Commercio era a due passi da noi. Accanto a lui c’erano tre uomini stesi al suolo, immobili, in attesa dell’ambulanza che non arrivava. Hanno aspettato per un’infinità di tempo. Eppure nessuno dal ministero ha chiamato i soccorsi. Non hanno chiamato nemmeno un taxi”.

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Un’altra donna, tra i 30 e i 40 anni, che non ha voluto rivelare a Murakami il nome per paura della setta di Aum (abita vicino a una delle sedi del culto) è stata una delle rare persone che hanno capito al volo che si trattava del pericolosissimo sarin. E ha avuto l’idea salvifica di aprire i finestrini. “Nel frattempo tutti continuavano a tossire. E poi l’interno del vagone era chiaro, in modo anomalo. Cioè in quel momento mi serbava chiaro, ma poi, ripensandoci, mi sono resa conto che era giallo, o piuttosto, come dire?, un perlaceo che man mano ingialliva. Di sicuro non era un colore allegro. Mi è successo una volta di svenire perché sono un po’ anemica e mi sentivo esattamente come allora. Chi non l’ha provato non lo può capire”. Quello che ci si attende dai medici, talvolta, può essere qualcosa di diverso dalla cura sanitaria, ma quel qualcosa dev’essere tempestivo. Ad esempio, tra le testimonianze, rileggo quella del professor Yanagisawa Nobuo, classe 1935, che, nella tiepida mattina dell’attentato, ha spedito decine di fax a tutti gli ospedali con le istruzioni per i medici, per intervenire tempestivamente. Perché l’ha fatto? Sapeva cosa fare perché era intervenuto, nel precedente attentato al sarin a Matsumoto, sempre opera del culto Aum. Quel 20 marzo, nel suo caso, era giorno di cerimonia di laurea e il professore aveva solo due impegni in programma, che ovviamente sono saltati. Si era quindi impegnato a fornire indicazioni operative a tutti gli ospedali della città. “Da tutte le parti ci arrivavano richieste di inviare informazioni. C’erano almeno un centinaio di ospedali e cliniche pieni di gente intossicata. È stato un trambusto per tutta la giornata. Non abbiamo fatto altro che mandare fax su fax”. A fare così, sottolinea, c’è il rischio di passare per saccenti. “In questa vicenda però io avevo anche un mio motivo personale, per agire come ho agito. Tra le sette persone che sono morte nell’attentato a Matsumoto, c’era una studentessa della facoltà di Medicina dell’università di Shinshu. Una ragazza molto in gamba. Quel giorno avrebbe dovuto esserci anche lei tra i neolaureati che assistevano alla cerimonia. È una cosa che mi fa ancora male”.

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Ognuno ha i suoi motivi. E allora perché Murakami ha scritto questo romanzo-inchiesta? Come sempre, anche stavolta, si scrive dove il dente duole. “Il mondo del sottosuolo è uno dei temi ricorrenti dei miei romanzi. Pozzi, passaggi e fiumi sotterranei, caverne, canali bui, metropolitane mi hanno sempre affascinato, in quanto scrittore e in quanto persona. Mi basta guardarli, anzi mi basta pensarci, per immaginare tante storie”. Si tratta delle paure primordiali che si annidano dentro di noi. “Il pericolo puro e semplice, che l’underground della nostra mente – la memoria collettiva – ricorda in forma simbolica. Quelle creature perverse che si annidano nelle tenebre sono moti ondulatori della nostra coscienza, che si concretizzano per raggiungere la nostra carne. Qualunque cosa accada, non ce ne possiamo liberare. Né possiamo vederle. Dobbiamo fuggire quegli esseri malefici e vivere sotto la luce del sole. Le tenebre sotterranee a volte ci consolano e ci curano amorevolmente. Fin qui tutto bene. Ne abbiamo bisogno. Però non dobbiamo andare oltre, assolutamente. Non dobbiamo aprire la porta che si trova sul fondo, chiusa a doppia mandata. Perché al di là di essa si apre la storia delle tenebre, ben più vasta di quanto ci immaginiamo”. E le tenebre sono sotto i nostri occhi, spalancate nella seconda parte del volume (che ne è stata poi un’integrazione), Nel luogo promesso Underground 2. Gli incontri di Murakami con gli adepti e gli ex della setta religiosa della “Verità Suprema”. Sono cinque i membri del culto Aum che, con la punta acuminata dei loro ombrelli, hanno perforato le sacche di sarin nelle linee della metropolitana della capitale del Giappone, alle 8,10 del 20 marzo 1995. Aprendo quella porta sul fondo, chiusa a doppia mandata, dove la tenebra è ancora più vasta di quanto possiamo pensare.

Linda Terziroli

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